Quei cattivoni dei francesi

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Secondo il ministro degli Esteri francese, il mondo si dovrebbe preparare al peggio. Il peggio sarebbe una guerra contro l’Iran. Gli iraniani rispondono violentemente, come previsto, al fronte comune franco-americano:

Oggi, il dominio iraniano nella regione è tale che nessuno oserebbe attaccarci“.

La storia la conosciamo: si tratta di fare la voce grossa verso l’esterno del paese per dare l’impressione, a chi sta fuori e a chi è dentro, di essere grandi e forti. Ma è solo un’impressione perché, mentre fuori l’Iran può vantare un influenza su tutta l’area mediorientale, all’interno il paese sta rischiando l’implosione. E non sembra rendersene conto: continuando così torneranno a scaldarsi con la legna e a spostarsi in groppa ai cammelli.

La pratica austriaca: lavorare di più

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Non dovrebbe meravigliare l’accordo raggiunto in Austria tra i sindacati e le organizzazioni dei datori di lavoro. In futuro lì si potranno lavorare fino a 60 ore settimanali, il tutto semplicemente recependo una direttiva comunitaria, la 93/04, che, sulla base del principio di flessibilità, consente teoricamente di arrivare a 77 ore lavorate per settimana. Il totale delle ore lavorate è infatti calcolato non per settimane ma per mesi e la direttiva stabilisce che dopo otto settimane di orari al di sopra delle 40 ore occorre rientrare nell’orario normale per almeno due settimane.

Tanto per fare qualche esempio, l’orario medio annuo negli USA è di circa 2.000 ore di lavoro. La media europea è di 1.630. La Francia è a quota 1.390, l’Italia a 1.505 e la Gran Bretagna a 1.872. Gli economisti dicono che in Austria si sta applicando la cosiddetta “teoria austriaca del capitale, secondo la quale, lavorando tutta la settimana (tranne un giorno o mezza giornata), si arriva al pieno utilizzo degli impianti, ad un aumento della produttività del capitale e del volume di occupazione (l’Austria ha già solo il 4,3% di tasso di disoccupazione) e si consente un più rapido rinnovo dei macchinari.

Dovremmo spiegare questa realtà a Guglielmo Epifani e al Ministro del Lavoro, Cesare Damiano. Avrebbero sicuramente qualche difficoltà a comprendere perché a scuola, da giovani, non hanno imparato l’austriaco ma il russo, anzi, il bolscevico, con accento sindacalese.

L’Europa si stringe intorno ai terroristi e alle moschee

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Ci sono voluti anni di attentati, libri ed articoli scritti da illustri esperti di terrorismo islamico per permettere al Ministro dell’Interno, Giuliano Amato di riconoscere una realtà inoppugnabile:

«Le moschee sono luoghi di culto ma talvolta vengono usate per fini diversi».

I Ministri dell’Interno di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia, il G6, si riuniscono dal 2003 in una sorta di forum dove sono messe a confronto opinioni e si individuano soluzioni condivise per intensificare gli sforzi dei principali Paesi dell’Unione Europea nelle materie che rappresentano i grandi temi del dibattito internazionale: libertà, sicurezza e giustizia.

Questa volta il summit si è tenuto a Venezia ed è stato segnato dall’iniziativa di estendere l’espulsione dai territori di tutti gli stati nazionali anche a quei cittadini segnalati da paesi alleati perché ritenuti una minaccia per la propria sicurezza nazionale.

Inoltre un comunicato finale del vertice sottolinea che:

«I ministri salutano favorevolmente l’intento della Commissione Ue di tracciare una mappa della situazione relativa alla radicalizzazione nell’Unione Europea, di organizzare una conferenza sui giovani e la radicalizzazione, nonché di pubblicare un manuale delle migliori pratiche attinenti agli aspetti più violenti della radicalizzazione stessa

Questa iniziativa mira soprattutto ad effettuare una ricognizione delle moschee, paese per paese, per capire dove si sono formati gli imam, se predicano in lungua o in arabo e chi finanzia gli imam e le moschee.

Come spesso succede, c’è qualcuno che guarda al futuro e sviluppa progetti interessanti. E’ il caso dell’Olanda, dove, in un progetto finanziato dalla Ue, ci si occupa della formazione degli imam a predicare in olandese. Gli stessi imam partecipano inoltre a corsi di educazione civica.

In Svizzera, invece, l’UDC, partito di destra che si oppone fermamente all’espansione incontrollata dell’Islam nel paese, ha recentemente depositato la richiesta di una consultazione popolare per proibire la costruzione di minareti. Si sostiene che questo tipo di “campanile” è obsoleto, considerando il suo utilizzo pratico. Nel passato i predicatori chiamavano i credenti alla preghiera, utilizzando appunto i minareti. Oggi questa pratica non è più seguita e quindi la loro presenza è considerata solo un tentativo di volere imporre la presenza del culto islamico alla popolazione.

Finalmente qualcuno comincia a capire qualcosa. Ci sono voluti anni e tanti errori. E molti errori si continuano a commettere. Come quello degli organizzatori romani del “Festival della filosofia“, intenzionati ad invitare nientemeno che Tariq Ramadan. Niente di più facile, visto che tra gli organizzatori c’è Paolo Flores D’Arcais, un personaggio incapace di resistere alla tentazione del fascino di Ramadan, uno dei più accreditati esponenti dell’Islam integralista. Da leggere l’istruttivo articolo di Maria Giovanna Maglie.

Turchia: la rinuncia di Abdullah Gül

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Abdullah Gül, Ministro degli Esteri turco, ha annunciato la sua rinuncia a ripresentarsi come candidato alla presidenza del paese dopo che lo scrutinio è stato invalidato dal Presidente del Parlamento a causa della mancanza del quorum. Ora si terranno le elezioni anticipate, previste per il 22 luglio ma le speranze di vedere mutati gli equilibri in Parlamento sono deboli.

Il partito dell’attuale premier Erdogan ha proposto una modifica della legge elettorale, con l’abbassamento a 25 anni dell’età minima per l’eleggibilità dei deputati il che rendrebbe, tra l’altro, più difficile l’elezione di parlamentari indipendenti. Purtroppo c’è da registrare il pericolo reiterato di una rappresentanza post elezioni che non cambierà gli attuali assetti parlamentari.

L’AKP rischia di riuscire ancora ad ottenere una maggioranza schiacciante e questo, paradossalmente, anche grazie alle gerarchie militari. Dal 2002 vige infatti un sistema di sbarramento proporzionale del 10%, causa della disparizione del voto di circa la metà dei votanti e della vittoria schiacciante dell’AKP. I militari quindi sono le sentinelle ma anche gli involontari fautori di questa situazione.

L’Europa invece continua a non capire. Molti, specialmente a sinistra, ritengono che le manifestazioni oceaniche a difesa dello stato laico, tenutesi nelle ultime settimane, altro non siano che una strumentalizzazione di piazza dei kemalisti e dei militari. La maggioranza, invece, sarebbe silenziosa e favorevole ad una continguità della politica con la religione. Non è ben dato sapere come si possa affermare una tale idiozia visto che alle ultime elezioni sono stati quasi il 50% i voti andati ai piccoli partiti indipendenti, tagliati fuori dalla competizione dalla clausola di sbarramento.

Oggi l’Europa è alleata nei fatti agli islamisti, moderati o meno che siano. Entrambi chiedono il rispetto delle regole democratiche, dimenticando che i casi storici della Germania d’ante guerra o della Palestina di oggi dimostrano che un paese può perdere la libertà attraverso libere elezioni. Resta quindi in sospeso il problema della legittimità e ammissibilità elettiva di qualsiasi partito islamista, seppur moderato, la cui dottrina si fonda sempre sul presupposto che non vi possano essere altre leggi se non quelle dettate dalla sharia.

La vicenda dell’Algeria ci ha anche insegnato che se i laici ed i militari permettono una fuga in avanti ai partiti coranici, la guerra civile può essere il prezzo necessario per scrollarsi di dosso la capitolazione dello stato laico ed indipendente. Nonostante questo paese si situi a pochi chilometri dalle coste europeee e che la Turchia sia un nostro vicino, c’è chi continua a sostenere la necessità di negoziati e di regole democratiche ed il rispetto della costituzione.

Da ieri nel continente c’è però una novità. L’elezione di Nicolas Sarkozy e l’eventuale spostamento a destra del Parlamento francese, promettono un cambiamento nella politica del dialogo con il paese di Ataturk. Il nuovo Presidente è stato chiaro su cosa si dovrà dire ai turchi:

Potrete essere associati in ambito europeo ma non potrete diventare un paese membro: siete in Asia minore“.

Una affermazione tanto schoccante quanto chiara. Inverosimile nella bocca di un qualsiasi uomo politico italiano, di un campione del politically correct.

Presidenziali francesi: Sarkozy vince

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Sarkozy vince nettamente. Il suo vantaggio sarà probabilmente di oltre 6 punti nei confronti di Ségoléne Royal che ha ammesso la sconfitta. Un dato molto significativo della votazione è la partecipazione al voto, attestatasi al 86%, il più alto dal 1965.

Il risultato segna una svolta nella politica della Francia con il ritorno al potere del gollismo, nalla sua nuova espressione incarnata da Sarko, ex ministro dell’Interno del governo Villepin. Molti sostengono che in realtà la figura del Presidente non abbia che un valore simbolico e che la verità si saprà al prossimo turno delle elezioni per il rinnovo del Parlamento. Ma la svolta c’è e il paese ha mostrato di esprimere una maggioranza che vuole un cambiamento in tema di ordine pubblico, immigrazione e politica economica ed estera.

Sarkozy è un francese e in francese resterà. La Francia e la sua “grandeur” sempre al primo posto. Ciononostante la sua elezione segna una rottura con le gerarchie dell’amministrazione di centro-destra e si propone come una alternativa vera alla sinistra.

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