Siamo gli spettatori dell’inferno mediorientale

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Se si potesse definire con una metafora la soluzione finale ai problemi che affliggono il Medioriente, questa sarebbe senza dubbio l’”Inferno”.

E’ lì che quella zona del pianeta, tanto ricca quanto dannata sta sprofondando. Agli occidentali non resta che aspettare e stare a guardare. Tanto prima o poi, sprofonderanno. Gli indizi ci sono già e molto chiari.

L’Iran, stato che ambisce ad una posizione egemone di potenza nucleare, tra pochi anni sarà popolato solo da analfabeti. Ogni anno 150.000 laureati lasciano il paese. L’economia è sull’orlo del baratro. La disoccupazione ufficiale è al 20%, quella ufficiosa ben più alta. L’inflazione accelera velocemente e raggiungerà il 20% entro la fine dell’anno.

L’esplosione demografica e le politiche assistenzialiste stanno provocando, paradossalmente, degli effetti perversi, probabilmente irreversibili. Il parco di veicoli circolanti è aumentato vertiginosamente negli ultimi anni anche grazie al prezzo politico applicato ai carburanti e questo sta causando il collasso dei conti pubblici. Infatti dall’inizio dell’era Ahmadinejad, nessuna compagnia petrolifera straniera ha firmato contratti in Iran e il paese è costretto a importare carburanti e a pagare una bolletta petrolifera che nel 2010 arriverà a 100 miliardi di dollari.

Fin’ora, nel corso del 2007, il paese ha dovuto importare 40.000 tonnellate di grano e spendere oltre 50 milioni di euro per acquistare frutta, carne ed uova. I parchi di Tehran sono popolati soprattutto da tossicodipendenti mentre il mercato immobiliare cresce a ritmi del 30% all’anno.

Gli iraniani stanno sul ciglio dell’inferno asiatico. Su quelli mediterraneo ci sono invece i Palestinesi e i libanesi. L’82% dei vicini di Israele dichiarano di vivere in un paese senza futuro e il 92% si sentono in una insicurezza permanente. Dall’inizio dell’Intifada nel 2000, 80.000 persone sono emigrate dalla Cisgiordania, sapendo che non vi ritorneranno mai. Nel 2007 questo fenomeno ha avuto una accelerazione impressionante, raggiungendo, ad oggi, la cifra di 10.000 persone in meno di 6 mesi. Va da sé che a emigrare sono i cittadini appartenenti alle classi più istruite.

La Striscia di Gaza sta ancora peggio. Nel solo 2007 sono state 200.000 (15% della popolazione locale) le persone a fuggire in Egitto. Il fenomeno è facilmente interpretabile tenendo conto che, a differenza della Cisgiordania, gli Israeliani hanno lasciato alle milizie avversarie il compito di mantenere la sicurezza…

Oggi sostenere che il problema Palestina sia causato dalla nascita dello Stato di Israele è un eufemismo. Le stragi alle quali assistiamo in questi giorni non sono altro che l’espressione della ferocia tribale tipica di fazioni racchiuse in una cultura medioevale. Paradossalmente, l’unica via di uscita potrebbe essere proprio il contrario degli obbiettivi dei quali il popolo palestinese ha sognato per decenni.

C’è chi sostiene che annettere ad Israele tutti i territori riporterebbe sicurezza e tranquillità. Qualcun altro si spinge più in là e ipotizza una rinuncia definitiva alla creazione di uno stato palestinese.

Noi abbiamo rinunciato da un pezzo a sostenere l’ipotesi degli accordi e del “regime change”. L’evidenza dei fatti non dà più spazio a questa possibilità. Si tratta invece di navigare a vista, cercando di evitare il tracollo dell’una o dell’altra parte. A spese della popolazione. Ammesso che rimanga qualcuno.

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Grazie Panella, un fascismo islamico ci basta

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Questo Buraku Dream mi sta proprio simpatico. Deve aver letto a distanza nel mio pensiero. Dopo essermi bevuto in una mezza giornata l’ultimo libro di Carlo Panella (da rendere testo obbligatorio nelle scuole), anche io, come Buraku, sono rimasto un po’ allibito dalla conclusione. E, come Buraku, da cacchina che dubita, non mi permetto di dissentire davanti ad un Carlo Panella. Al quale faccio solo un augurio: di non diventare l’ennesimo ateo devoto.

Leggiamo le verità sui regimi islamici

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Questo signore ha scritto dei libri (qui e qui) sui regimi islamici. Basterebbe leggerli per comprendere in modo autentico il problema. Qui ci spiega alcune cose ovvie. Per esempio perché non si possono confondere le mire strategiche dei regimi bolscevici con quelle delle dittature nazi islamiche; poi, perché in MedioOriente (ma non solo), i più grandi errori americani degli ultimi 60 anni sono stati commessi soprattutto da presidenti democratici; infine, perché non è corretto parlare di un asse israelo-americano.

Purtroppo in molta parte del mondo occidentale, quando parliamo di egemonia sciita, sunnita o dei talebani, le opinioni più correnti sono quelle dei protettori del politically correct come Farian Sabahi. La Sabahi, a proposito della recente crisi nei rapporti tra Iran e Gran Bretagna, ha definito gli inglesi “quegli arroganti“. Probabilmente ha ragione, ma in questo contesto, l’errore è di confondere il lato del tavolo dove si sta seduti.

Henry Kissinger è un realista?

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Henry Kissinger è un realista? Certamente sì, ma non nel senso che molti vorrebbero. A Bruxelles, durante i recenti lavori della Commissione Trilaterale - un gruppo di dirigenti americani, europei e giapponesi che si riuniscono due volte l’anno dal 1974 - l’ex Segretario di Stato sotto Richard Nixon, ha concesso un’intervista esclusiva al “Soir“. L’argomento principale sul quale ha risposto alle domande, è stata la situazione in Medio Oriente.

Kissinger sostiene che non si possa, allo stato attuale, prevedere una vittoria completa. Secondo lui, gli Stati Uniti lo sanno e sono pronti a trarne le conseguenze e cioè un compromesso. Questo deve includere sia la presenza delle truppe americane sul suolo irakeno che la sicurezza di altri paesi nell’area.

La situazione in Irak è sicuramente migliorata anche grazie al rovesciamento del regime di Saddam. Kissinger ricorda la risoluzione del Congresso Americano del 1998, firmata dal presidente Bill Clinton, con la quale si era votato a favore di un cambiamento di regime. La politica di Bush nella regione non è quindi considerata da Kissinger una novità e il rovesciamento della dittatura saddamita è giudicata positivamente. In altre parole, la guerra non è stata un errore. I problemi sono iniziati dopo. Ci sono stati innumerevoli errori e la situazione è diventata molto più complessa di quanto si potesse immaginare.

Nell’ambito dei problemi legati alla proliferazione nucleare, Kissinger rivela la sua ferma opposizione alle ambizioni dell’Iran e della Corea del Nord. E’ chiaro che il governo americano, non solo nelle parole ma anche nei fatti, non opterà per l’intervento militare. Ma, allo stesso tempo, Kissinger non ritiene saggio che gli americani sostengano che “una guerra non si farà mai” (…)

l’Iran verso l’ultimo goccio

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In questi giorni le notizie provenienti dall’Iran ci provocano sentimenti contrastanti. Non sappiamo se gioire o rattristarci per le vicende che stanno segnando le vita di 80 milioni di iraniani, grazie alle follie del “khomeinismo“, ormai prossimo all’anniversario dei trent’anni.

Stiamo parlando della gestione dell’economia iraniana, un paese ricco e straricco, dove chi cammina per la strada può sentire l’odore del petrolio giacente nel sottosuolo, il 10% delle riserve mondiali. Eppure da ieri in Iran la benzina è razionata e il suo prezzo è stato aumentato da 9 a 11 centesimi di dollaro al litro. Poco, direte voi. Tanto, diciamo noi, visti i livelli medi di reddito della popolazione.

Il problema del prezzo è relativo; il vero problema è il razionamento. Si parla di 90 litri al mese. Il costo avrà effetti soprattutto sull’inflazione, gia alta al 12%.

Abbiamo già parlato diffusamente del problema. Chissà se l’Iran se ne rende conto. Da un lato sta ai primi posti nella classifica mondiale degli esportatori di petrolio greggio. Dall’altro, trent’anni di rischio paese hanno reso i suoi impianti obsoleti, nessun investitore straniero ha avuto il coraggio di collaborare con gli ayatollah per modernizzare gli impianti e investire nella ricerca di nuovi giacimenti.

Il tempo corrode le certezze energetiche del paese. L’estrazione continua a diminuire e la mancanza di investimenti negli impianti di raffinamento causa la necessità di importazione del 40% del fabbisogno totale di carburante del paese. Inoltre il paese ha avuto negli ultimi anni un boom demografico, che fa aumentare senza sosta la domanda di energia per la popolazione.

Quindi: Ahmadinejad vuole il nucleare, lo usa come arma politica ma gli iraniani avranno sempre più problemi economici per approvigionarsi di carburante. Ecco perché continuiamo a credere che gli Stati Uniti non abbiano nessun interesse strategico ad attaccare militarmente il paese, destinato a cedere sotto i colpi della mannaia energetica. E sempre più disposto a negoziare sui destini dell’Irak. Come diceva un vecchio saggio, il petrolio ci dà la vita e la morte. Politica, ovviamente.

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