
La Nigeria è il paese più popoloso dell’Africa, 131 milioni di persone di cui 80 sotto la soglia della povertà; è anche il maggior produttore di petrolio, 2,3 milioni di barili al giorno il cui valore all’esportazione rappresenta il 95% di valuta estera in entrata. L’oro nero contribuisce per il 20% al Prodotto Nazionale Lordo, il crescita in questo ultimo anno del 6,9%. La disoccupazione è bassissima, il 2,9%.
Due giorni fa una esplosione terrificante ha ucciso almeno 300 persone in un sobborgo di Lagos. Dopo che un commando aveva appena terminato di rubare carburante da un oleodotto, un gruppo nutrito di persone si è avvicinato al luogo e ha cominciato a raccogliere la preziosa sostanza dai buchi delle tubature. In queste situazioni basta una piccola fonte di calore che si propaga nell’aria densa di vapori per fare esplodere tutto. Il che si è puntualmente verificato.
Quella degli incidenti agli oleodotti è una maledizione della Nigeria. Dal 1994 ad oggi più di 2.000 persone sono morte carbonizzate in incidenti simili e i feriti si contano in molte migliaia.
Paradossalmente il petrolio è la fonte di vita e di morte in questo paese. La cronica mancanza di investimenti in impianti di raffinazione, la carenza di infrastrutture e la corruzione dilagante, costituiscono gli ingredienti che costringono un paese potenzialmente ricchissimo a vivere costantemente sotto la minaccia di una guerra civile.
Ogni volta che vediamo scene di questo tenore, c’è qualche commentatore sopraffino pronto ad indicare nell’Occidente il responsabile di ogni nefandezza. La compagnie petrolifere sono colpevoli di dilapidare le ricchezze nostrane esportando la maggiore parte dei profitti derivanti dall’oro nero, gli Stati maggiori di fomentare divisioni etniche o politiche per mantenere un livello sufficiente di instabilità nel paese. In realtà queste considerazioni servono soprattutto a depistare dai problemi veri, quelli che, una volta risolti, sottrarrebbero un paese come la Nigeria al giogo di potenze straniere.
Il primo e più importante è la corruzione. In Africa è una peste che miete più morti di qualsiasi AIDS o altra malattia infettiva. Impedisce che le risorse provenienti dalle entrate dello Stato ritornino, attraverso politiche redistributive, a chi oggi preferisce rischiare la morte per un secchio di benzina piuttosto che morire di fame. Annebbia la mente di governanti, uomini politici, imprenditori, funzionari dello Stato e di organizzazioni in generale, che preferiscono passare il tempo a sviluppare affari personali piuttosto che occuparsi della pianificazione sociale, economica e dell’istruzione del paese.
Il secondo è il problema demografico. Si dice che paesi senza crescita demografica siano destinati ad avere difficoltà economiche e, in prospettiva, al declino. Ciò è vero in quella parte del mondo dove la maggior parte delle persone vive nel benessere e dove l’accesso alla materie prime, cibo ed energia sono fattori scontati. Ma quando la crescita raggiunge accelerazioni come in molti paesi africani e avviene in un contesto di povertà, di mancanza di strutture sanitarie e sociali, il suoi effetti sono deflagranti.
Il terzo è l’endemica arretratezza e miopia della classe politica. In Nigeria, il 70% della popolazione lavora nell’agricoltura, in quanto il paese è tradizionalmente agricolo. Ma le politiche di concentrazione delle attività nel petrolio degli ultimi 10-15 anni, hanno provocato una caduta della produzione agricola in un paese che prima era autosufficiente da un punto di vista alimentare ed esportava un surplus di prodotti.
Un altro simile esempio del quale abbiamo già parlato è l’Iran. Depositario delle più vaste riserve petrolifere del mondo, questo paese sta andando inesorabilmente verso un declino industriale ed economico. Il surplus generato dalla produzione ed esportazione di petrolio, genera ogni anno 50 miliardi di dollari (il 65% del PIL). Ma a causa della cattiva gestione, della mancanza di pianificazione e quindi di nuovi investimenti, si calcola una costante diminuzione delle entrate da petrolio dell’8-13% all’anno. Se non succederà nulla, si prevede che nei prossimi 10 anni l’Iran cesserà di estrarre oro nero.
Attualmente i suoi siti sono 32, la maggior parte dei quali vecchi e obsoleti. A causa del rischio paese, nessuna società straniera potrebbe oggi immaginarsi il rischio di investire le risorse necessarie a invertire questo trend, che è dunque destinato a continuare. E non sarà certo lo spostamento di investimenti dal petrolio al nucleare a risolvere i problemi di bilancio dello stato iraniano, così esposto a turbolenze e instabilità nei prossimi anni a venire. In questo senso, il consiglio è di non intraprendere alcuna misura coercitiva contro le mire nucleari degli ayatollah, perché tra poco saranno loro a venire a miti consigli oppure dovranno riformare in modo profondo le strutture del loro stato