Tiriamo una bomba nucleare a Jacques Chirac

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Mentre l’Iran si dà da fare per aumentare le sue capacità aeree di colpire obbiettivi a lungo raggio, Jacques Chirac mostra il vero volto di un’ Europa filo islamica e antisemita.

Intervistato da due giornali americani e dal Nouvel Observateur, il Presidente francese ha espresso alcune opinioni quantomeno azzardate sul problema del nucleare iraniano:

«Una bomba, può darsi una seconda in seguito…che non servirà a nulla…dove sarà lanciata questa bomba? Sul Israele? Non avrà fatto neanche 200 metri nell’atmosfera che Tehran sarà già stata rasa al suolo.»

Chirac, parlando off the records e nonostante i chiarimenti ed i distinguo dei giorni successivi, ha dimenticato un particolare. La bomba iraniana, lanciata nell’atmosfera, continuerebbe il suo cammino, probabilmente fino a distruggere Israele. L’aver sostenuto quindi l’inutilità da parte iraniana di costruire ed usare una bomba, non toglie nulla all’affermazione del diavoletto, sfuggito al controllo del Presidente.

Se ce ne fosse stato bisogno, gli ayatollah hanno avuto una conferma dell’atteggiamento europeo. Gli americani, nel loro tentativo di arginare le mire espansionistiche iraniane nella regione, devono ancora una volta prendere atto delle difficoltà della loro missione. Non solo si è un presenza di un paese animato da un volontà distruttrice di matrice messianica, ma anche di un suo prezioso alleato, l’Europa, animato da una volontà antisemita e dal desiderio di liberarsi del fardello israeliano.

Oggi l’Europa deve fare una scelta, prima che sia troppo tardi: rinunciare ad Israele e all’unico ed ultimo bastione democratico nell’aera mediorientale o rinunciare ai suoi atteggiamenti opportunistici e codardi e finirla con i fiancheggiamenti non dichiarati alle teocrazie e alle dittature arabo islamiche.

Per questo ci preoccupano le dichiarazioni dell’entourage di Chirac all’indomani della ripresa da parte di tutta la stampa mondiale delle sue imperdonabili gaffe. Invece di riconoscere l’errore, hanno preferito definire gli Stati Uniti un demonio, denunciando

«l’interpretazione volutamente sollecitata al fine di innescare una polemica vergognosa…l’ateggiamento di certi media di oltre atlantico che non esitano a fare di ogni erba un fascio, non ci meraviglia

Appunto.

Per fortuna che né Nicolas Sarkozy né Ségolène Royal mostrano tentennamenti sul dossier iraniano. E che Chirac nei sondaggi non vada oltre il 2%

La politica estera di D’Alema: falsi storici e opportunismi

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Alle dure critiche verso il governo di Romano Prodi in politica interna, ieri Silvio Berlusconi si è espresso anche sul fronte estero. Sotto questo governo, il paese si è messo sulla strada per “diventare un pilastro nella strategia euro-araba” e “strizza l’occhio agli hezbollah e non lesina critiche ad Israele, unico vero avamposto della democrazia in Medio Oriente“. Secondo il Cavaliere, “prevale la logica della sinistra antiamericana e antioccidentale“:

Il Ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, in visita a Riad in Arabia Saudita, aveva commentato così le critiche piovute da più parti alla presa di posizione contro le incursioni americane in Somalia:

«Non si può confondere il valore dell’alleanza storica con gli USA con il fatto di dissentire su atti dell’amministrazione americana…da parte mia e del Governo non c’è alcun atteggiamento di ostilità nei confronti degli USA ma solo diverse posizioni sull’attacco contro gli integralisti islamici…Nel raid aereo non è stato colpito nessun terrorista, ma sono morti molti civili…la polemica non ha fondamenti seri, è solo una questione italo-italiana…la politica di Washington in Medio Oriente comincia a pesare, specie nel triangolo Iraq-Iran-Libano, dove gli interessi sauditi sono diffusi. C’è infatti una forte preoccupazione per il rafforzamento della linea aggressiva iraniana, generata dalla politica statunitense nell’area…ai loro occhi la situazione in Iraq appare una messa al bando dei sunniti, fenomeno generato dalla forzata esclusione dalla vita politica dei membri del partito Baath.»

D’Alema era forse troppo giovane. Non ricorda che alla fine degli anni ‘70, con l’avvento degli ayatollah iraniani, questo paese era passato, nello spazio di un mattino, da una posizione filo occidentale a considerare gli americani e tutto l’occidente come l’impersonificazione del demonio. Né rammenta che gli Stati Uniti, a differenza dell’Italia, hanno già dovuto sopportare le ferite di atti terroristici, primo fra tutti quello dell’assalto alla loro ambasciata in suolo iraniano.

La nostra capacità di ascoltare le diverse opinioni e di lasciare a tutte le tesi il beneficio del dubbio, ha però qualche limite. Sostenere quindi che l’aggressività dell’Iran sia causata dalle recenti politiche americane in Medio Oriente e vedere nella guerra in Iraq o nella situazione libano-palestinese un effetto delle colpe della politica bushiana, è, quantomeno, suscettibile di essere interpretato come un atto di malafede.

Non vogliamo certo sostenere l’opportunità di essere sempre e comunque d’accordo con qualsiasi atto politico e militare americano, ma ormai non si può più parlare solo di “dissenso su alcuni atti” perché da quando questo Ministro ha preso la responsabilità degli Esteri, non ricordiamo una sola dichiarazione di accordo e di apprezzamento per la politica del Presidente Bush. L’unica espressione positiva sulla vita politica americana è stata la sconfitta repubblicana alle elezioni di mid term.

Quanto alle “diverse posizioni sull’attacco contro gli integralisti islamici“, nonostante i nostri sforzi, continuiamo a non capire. L’integralismo islamico ha assunto forme di pericolosità mai viste prima. La costituzione del califfato mondiale è il fine ultimo di questo movimento e questo pericolo riguarda tutti, Europa inclusa. Non riusciamo quindi a comprendere come si possano avere posizioni diverse quando un movimento determinato e organizzato sta per prendere il sopravvento in uno stato che non è in grado di contrastarlo e quando qualcuno decide di aiutarlo a recuperare la sua libertà, come nel caso degli Stati Uniti e dell’Etiopia. E decide poi di dare la caccia e di eliminare chi aveva cercato di rovesciarne le istituzioni, visto che non si tratta di persone particolarmente inclini ai negoziati.

Pur non riuscendo a comprendere, ci mettiamo nei panni dei sauditi i quali, più che essere ostili alle decisioni degli americani, loro alleati da più di 60 anni, sono forse più preoccupati per quegli stati, come l’Italia, che non riescono ad avere una linea politica chiara nei confronti degli stati canaglia. L’Arabia Saudita conosce bene i regimi vicini con i quali ha a che fare. Il Ministro pare di no. Non si rende conto che quando parla di preoccupazioni saudite per la possibile esclusione dei sunniti dalla vita politica irachena, straparla.

Ma evidentemente le sorti dell’Iraq e della Somalia lo interessano solo a livello di spot politico, a differenza di quelle serbe in cui fu coinvolto alcuni anni fa. Quando l’esigenza di proteggere i confini del suo paese lo aveva folgorato verso uno smisurato amore per il diavolo americano.

La maledizione dell’oro nero

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La Nigeria è il paese più popoloso dell’Africa, 131 milioni di persone di cui 80 sotto la soglia della povertà; è anche il maggior produttore di petrolio, 2,3 milioni di barili al giorno il cui valore all’esportazione rappresenta il 95% di valuta estera in entrata. L’oro nero contribuisce per il 20% al Prodotto Nazionale Lordo, il crescita in questo ultimo anno del 6,9%. La disoccupazione è bassissima, il 2,9%.

Due giorni fa una esplosione terrificante ha ucciso almeno 300 persone in un sobborgo di Lagos. Dopo che un commando aveva appena terminato di rubare carburante da un oleodotto, un gruppo nutrito di persone si è avvicinato al luogo e ha cominciato a raccogliere la preziosa sostanza dai buchi delle tubature. In queste situazioni basta una piccola fonte di calore che si propaga nell’aria densa di vapori per fare esplodere tutto. Il che si è puntualmente verificato.

Quella degli incidenti agli oleodotti è una maledizione della Nigeria. Dal 1994 ad oggi più di 2.000 persone sono morte carbonizzate in incidenti simili e i feriti si contano in molte migliaia.

Paradossalmente il petrolio è la fonte di vita e di morte in questo paese. La cronica mancanza di investimenti in impianti di raffinazione, la carenza di infrastrutture e la corruzione dilagante, costituiscono gli ingredienti che costringono un paese potenzialmente ricchissimo a vivere costantemente sotto la minaccia di una guerra civile.

Ogni volta che vediamo scene di questo tenore, c’è qualche commentatore sopraffino pronto ad indicare nell’Occidente il responsabile di ogni nefandezza. La compagnie petrolifere sono colpevoli di dilapidare le ricchezze nostrane esportando la maggiore parte dei profitti derivanti dall’oro nero, gli Stati maggiori di fomentare divisioni etniche o politiche per mantenere un livello sufficiente di instabilità nel paese. In realtà queste considerazioni servono soprattutto a depistare dai problemi veri, quelli che, una volta risolti, sottrarrebbero un paese come la Nigeria al giogo di potenze straniere.

Il primo e più importante è la corruzione. In Africa è una peste che miete più morti di qualsiasi AIDS o altra malattia infettiva. Impedisce che le risorse provenienti dalle entrate dello Stato ritornino, attraverso politiche redistributive, a chi oggi preferisce rischiare la morte per un secchio di benzina piuttosto che morire di fame. Annebbia la mente di governanti, uomini politici, imprenditori, funzionari dello Stato e di organizzazioni in generale, che preferiscono passare il tempo a sviluppare affari personali piuttosto che occuparsi della pianificazione sociale, economica e dell’istruzione del paese.

Il secondo è il problema demografico. Si dice che paesi senza crescita demografica siano destinati ad avere difficoltà economiche e, in prospettiva, al declino. Ciò è vero in quella parte del mondo dove la maggior parte delle persone vive nel benessere e dove l’accesso alla materie prime, cibo ed energia sono fattori scontati. Ma quando la crescita raggiunge accelerazioni come in molti paesi africani e avviene in un contesto di povertà, di mancanza di strutture sanitarie e sociali, il suoi effetti sono deflagranti.

Il terzo è l’endemica arretratezza e miopia della classe politica. In Nigeria, il 70% della popolazione lavora nell’agricoltura, in quanto il paese è tradizionalmente agricolo. Ma le politiche di concentrazione delle attività nel petrolio degli ultimi 10-15 anni, hanno provocato una caduta della produzione agricola in un paese che prima era autosufficiente da un punto di vista alimentare ed esportava un surplus di prodotti.

Un altro simile esempio del quale abbiamo già parlato è l’Iran. Depositario delle più vaste riserve petrolifere del mondo, questo paese sta andando inesorabilmente verso un declino industriale ed economico. Il surplus generato dalla produzione ed esportazione di petrolio, genera ogni anno 50 miliardi di dollari (il 65% del PIL). Ma a causa della cattiva gestione, della mancanza di pianificazione e quindi di nuovi investimenti, si calcola una costante diminuzione delle entrate da petrolio dell’8-13% all’anno. Se non succederà nulla, si prevede che nei prossimi 10 anni l’Iran cesserà di estrarre oro nero.

Attualmente i suoi siti sono 32, la maggior parte dei quali vecchi e obsoleti. A causa del rischio paese, nessuna società straniera potrebbe oggi immaginarsi il rischio di investire le risorse necessarie a invertire questo trend, che è dunque destinato a continuare. E non sarà certo lo spostamento di investimenti dal petrolio al nucleare a risolvere i problemi di bilancio dello stato iraniano, così esposto a turbolenze e instabilità nei prossimi anni a venire. In questo senso, il consiglio è di non intraprendere alcuna misura coercitiva contro le mire nucleari degli ayatollah, perché tra poco saranno loro a venire a miti consigli oppure dovranno riformare in modo profondo le strutture del loro stato

Al-Quaeda e l’Iran si fanno concorrenza?

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Dopo tutto l’obbiettivo di una strategia militare è quello di fare esattamente ciò che il nemico non vuole o non si aspetta. Fortuna vuole che il “Iraq Study Group Report” di James Baker è stato presto archiviato, anzi speriamo cestinato. Ora si scopre che la più potente organizzazione terroristica proprio quello vorrebbe, un dialogo, un’apertura. Essere riconosciuta come un’entità legittima.

Nel nastro del dott. Ayman Zawahiri, diffuso qualche giorno fa, il braccio destro di Osama Bin Laden manda due messaggi al partito Democratico americano:

«Il primo è che non siete stati voi a vincere le elezioni di mid-term né sono stati i Repubblicani ad averle perse. Piuttosto sono i Mujahideen - l’avanguardia della Ummah in Afghanistan ed Irak - ad avere vinto e le forze americane e i loro alleati crociati hanno perso.»

Zawahiri invita i Democratici a negoziare con Al-Quaeda e non con altri all’interno del mondo islamico e conclude:

«Se non smettete con questa politica folle di dare supporto ad Israele occupando le terre dell’Islam e rubando i tesori dei musulmani, farete la stessa fine.»

Il messaggio è chiaro: è l’ora di venire a patti, cari Democratici, se vincerete le prossime elezioni e visto che siete già in maggioranza alla Camera ed al Senato. Avete la possibilità di negoziare ma alle nostre condizioni: niente aiuti ad Israele (che non ha diritto di esistere e va eliminato). Se non farete ciò che vi diciamo, il vostro destino sarà quello di Bush e cioè perderete.

La cosa buffa di questo proclama è che se i Democratici non seguiranno le indicazioni di Zawahiri, possono stare certi di stare al potere per almeno due mandati. Lo stesso tempo di George W. Bush, il quale fino alle elezioni di mid-term non ha perso una tornata elettorale e ha visto il suo partito perdere la maggioranza alle camere non certo a causa della lotta al terrorismo ma per ben altri motivi.

L’altra cosa buffa è la coincidenza del nastro con il rapporto Baker (che invita ad una apertura ed al dialogo con la Siria e l’Iran, ma non con Al-Quaeda) e la visita al dittatore siriano Assad da parte di John Kerry. Questo potrebbe essere un segno evidente delle preoccupazioni da parte dell’organizzazione terroristica sannita verso la crescente influenza nell’area mediorientale della politica egemone di Ahmadinejad.

Un perfetto esempio di equilibrio tra domanda ed offerta di terrorismo.

Video di Al-Zawahiri: la questione palestinese

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Interessante come sempre, l’ultimo intervento di Shaykh Ayman al-Zawahiri, ideologo e braccio destro di Osama Bin Laden (a proposito, ma dove è finito? vuoi vedere che…). Molto lungo ed articolato, scende in campo per esprimersi sulla vicenda palestinese, la “quasi” guerra civile. Lo slogan di questo messaggio è: “Qualsiasi via diversa dalla jihad (per risolvere il problema palestinese ndr) porterà alla sconfitta”.

L’attacco frontale è contro Abbas, definito “l’uomo americano in Palestina“.

“Coloro che cercano di liberare i territori islamici attraverso delle elezioni basate su una costituzione secolare o delle decisioni di consegnare la Palestina agli ebrei, non libereranno neanche un granello di sabbia della Palestina ma distruggeranno la jihad”

e in questo fa riferimento alla proposta del Presidente palestinese Mahmoud Abbas di indire elezioni anticipate per risolvere il conflitto tra le fazioni di Hamas e Fatah.

La critica non risparmia neanche Hamas, accusata di fare concessioni che potrebbero portare al riconoscimento di Israele. L’accusa principale è di avere ceduto nel partecipare a libere elezioni fondate sui principi di uno stato secolare e di non avere insistito a formare una costituzione basata sui principi islamici.

“Qualsiasi via che non sia la Jihad porterà alla sconfitta. Chi cerca di liberare la terra dell’Islam attraverso delle elezioni, fa riferimento a principi secolari e deve rendersi conto che sta arrendendosi agli ebrei. La decisione di arrendersi agli ebrei non libererà i territori palestinesi. Ritirarsi prima degli occidentali non porterà a nulla. Il Corano ci insegna di non scegliere i cristiani e gli ebrei come alleati e di non seguire la loro religione.”

E’ chiaro qui il tentativo di Zawahiri di entrare nelle faccende palestinesi, dalle quali l’influenza di Al Quaeda, nella sua espressione più intransigente, è stata parzialmente esclusa. La situazione fluida di questi ultimi giorni, potrebbe portare a sorprese o comunque evolvere in un chaos dai contorni difficilmente definibili. Anche la Siria, con la sua offerta di dialogo a Israele, diviene ora una minaccia. Così come il mutato atteggiamento saudita, un paese troppo preoccupato dall’evoluzione della situazione nella zona, marcata dal tentativo dell’Iran di aumentare la sua influenza.

Una delle migliori analisi psicologiche e storiche di questo e di altri proclami, lo troviamo sul blog di Douglas Farah. Da leggere.

Round-up: AP AKI SydneyMorningHerald AP/MSNBC Yahoo KaleejTimes

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