Armi trovate missione compiuta

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Un articolo su Fox News di oggi riporta che dal 2003 gli alleati hanno trovato almeno 500 armi di distruzione di massa in Iraq e si suppone che la ricerca continui e che porterà al ritrovamento di altre unità. La notizia è stata data ieri dal Senatore americano Rick Santorum del Partito Repubblicano durante una conferenza stampa. Santorum ha citato un rapporto del National Ground of Intelligence Center, un’unità del Dipartimento della Difesa:

«Dal 2003 le forze della coalizione hanno ritrovato all’incirca 500 armi di distruzione di massa contenenti agenti chimici. Nonostante gli sforzi per ritrovare e distruggere le munizioni chimiche precedenti la guerra del Golfo, queste munizioni, riempite e vuote, è stato confermato che esistano ancora. La purezza delle sostanze contenute nelle munizioni dipende da molti fattori che includono il processi di fabbricazione, i potenziali additivi e le condizioni di ambientali di conservazione. Mentre gli additivi si degradano nel tempo, gli agenti delle armi chimiche rimangono ad alto rischio e potenzialmente letali».

Questa dichiarazione, insieme all’ articolo apparso nel 2004 su Worldnetdaily, dovrebbero essere sufficienti per tappare la bocca a tutta quell’opinione pubblica ed ai politici che gridano allo scandalo da quando l’amministrazione Bush ha deciso di porre fine alla dittatura saddamita. Ma non preoccupiamoci, le cose non si modificheranno perché ormai il solco è stato scavato, gli alleati hanno preso in giro il mondo per i loro sporchi interessi petroliferi e altro e la propaganda anti americana e anti occidentale non deve temere di essere sbugiardata.

Gli USA riabilitano Gheddafi. E disabilitano i dissidenti

Gheddafi

Muammar Abu Minyar al-Qaddafi meglio conosciuto come il colonnello Gheddafi deve avere una capacità non comune di coltivare le lobby. Da quando l’amministrazione americana di George W. Bush lo ha “riabilitato” si sprecano nel nostro paese gli articoli di apprezzamento per la politica del dittatore libico.

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Egon Bahr: pensieri di un vecchio saggio


Egon Bahr, politico tedesco sconosciuto ai più, ha rilasciato un’intervista sul quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung lo scorso 21 Febbraio.

Chi sarebbe costui?

Bahr, 83 anni, è stato l’eminenza grigia della SPD all’epoca di Willy Brandt. Considerato un inimitabile esperto di questioni dell’Europa Orientale, Bahr è stato il più ascoltato consigliere del governo tedesco di quell’epoca nonché uno dei principali fautori della politica del “Wandel durch Annäherung”.

Nell’intervista in questione risponde in modo diretto a domande dirette sugli attuali equilibri nell’area russa e medio orientale. Parla dei problemi legati allo sforzo di Putin di limitare l’influenza americana nella regione e di costruire confini sicuri per il suo paese.

Le sue considerazioni sulla politica di Putin partono dall’osservazione della politica americana di pressione politico militare verso il resto del mondo e particolarmente nelle regioni caucasiche e medio orientali.

Ecco qui un estratto dell’intervista:

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SZ: La politica americana della pressione è intelligente?

Bahr: Intelligente per chi?

SZ: Diciamo per la pace mondiale.

Bahr: La pace mondiale non è in pericolo. Ovviamente gli americani devono sfruttare il momento: devono consolidare la loro posizione dominante per il resto del secolo perchè tra un po’ gli sarà più difficile. Gli americani non possono infatti prevedere quanto tempo sarà necessario alla Cina per diventare una superpotenza. Se la Cina e l’India continueranno in futuro a comprendersi, ad un certo punto la funzione degli USA non sarà più necessaria per stabilizzare l’area dell’asia orientale. Inoltre ci saranno sempre più paesi che avranno la bomba atomica. Gli americani non possono fare nulla per opporsi a questa evoluzione, basta guardare ai problemi che hanno in questo momento con un piccolo paese come la Corea del Nord.

SZ: Cosa significa tutto ciò per la pace del pianeta?

Bahr: Innanzitutto ha un influsso verso la diplomazia mondiale. Prendiamo l’esempio dell’Iran. Se io fossi un politico di quel paese, mi comporterei nello stesso modo. Proverei a sviluppare le mie tecnologie possibilmente senza violare alcun trattato, in osservanza degli accordi di non proliferazione e in collaborazione con i funzionari preposti; lo farei fino al punto di essere in grado di costruire il primo ordigno nucleare in sei mesi

SZ: E lei vorrebbe averla questa bomba?

Bahr: Ma certo! Basta pensare che ci sono ordigni nucleari nell’emisfero Nord, ad Est e a Sud e pure in Israele. E il mio paese, grande, orgoglioso e ricco dovrebbe essere l’unico a non averli!? Se io posseggo delle bombe atomiche ho uno status diverso relativamente al fattore sicurezza; in questo modo queste superpotenze nucleari devono trattarmi in modo completamente diverso, così come trattano paesi come l’India e il Pakistan: cioè un membro del Club, che si comporta secondo le regole del Club! A quel punto sono un paese sicuro. Se Milosevic avesse avuto un ordigno nucleare, nessuno si sarebbe sognato di attaccarlo.

SZ: Suppongo che neanche Saddam Hussein sarebbe stato attaccato. Nel conflitto irakeno, quale è stato il fattore preponderante: l’influenza nella regione o l’energia?

Bahr: Entrambi i fattori si completano. In tutti i casi l’etichetta dell’”Esportazione della Democrazia” si può ben adattare come copertura per degli interessi energetici. Inoltre è una etichetta con la quale un giorno o l’altro posso confrontarmi con la Cina. Se vogliamo diffondere la democrazia, prima o poi dobbiamo portarla anche in Cina. Durante la guerra fredda l’occidente aveva nella sua agenda il motto “Libertà e autodeterminazione”. Oggi invece parliamo di “Democrazia”. Se la esportiamo ovunque, il risultato non sarà necessariamente una dominazione americana ma, in ogni caso, una leadership americana.

SZ: Bene adesso possiamo abbandonare le etichette e le prospettive a lungo termine.

Bahr: Sì e facciamo un po’ di retorica approfondita. Parliamo apertamente degli interessi di potere americano. Se gli USA dominassero i pozzi di petrolio in Medio Oriente, potrebbero controllare l’espansionismo cinese e russo. Le riserve russe di petrolio e di gas sono enormi ma limitate ed è per questo che i russi sono interessati ad assicurarsi altre fonti ed in particolare Putin – e qui parliamo dei suoi obbiettivi di lungo periodo – vuole creare uno stretto rapporto tra il suo paese all’Europa in modo tale che nel 2008, quando smetterà il suo incarico, non vi si potrà rinunciare.

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L’avevamo detto…

L’Iran ha tolto i sigilli agli impianti per l’arricchimento dell’uranio e ha deciso di superare il punto di non ritorno.

Finalmente l’hanno capito anche gli europei che, a questo punto, non “escludono alcuna opzione”.

Il fatto è proprio questo: non ci sono più opzioni.

Se gli USA hanno fatto un errore nella guerra in Irak forse è stato quello di avere guardato sulla carta geografica e confuso i due paesi: cominciano entrambi con la stessa lettera e gli americani, si sa, non sono forti in geografia. Insomma, hanno sbagliato paese, hanno detto che le armi di distruzione di massa le aveva Saddam e invece le avranno i suoi vicini: hanno sbagliato l’obbiettivo.

Bisognava intervenire prima, bisognava farlo tutti insieme, convinti, determinati ma si sono preferiti metodi “Onusiani”, tanto cari alla sinistra terzo-mondista: esaminiamo, analizziamo, dibattiamo, dialoghiamo, cerchiamo soluzioni politiche, cioè non facciamo nulla.

Il 7 Giugno 1981 uno squadrone di F-15 israeliani si alzò dalle basi e, in una storica impresa che probabilmente ha cambiato il corso della storia, rasero al suolo l’impianto nucleare irakeno di Osirak, a sud di Baghdad. Da allora non si è più sentito parlare di ambizioni nucleari da parte di Saddam.

Ma i tempi sono cambiati.

In questi ultimi 25 anni in larga parte dell’occidente si è andata diffondendo una credenza alquanto singolare: col diavolo si tratta il destino della propria anima.

Ma il diavolo è il diavolo.

E che l’Iran fosse dominato da una oligarchia di fanatici religiosi dovevamo averlo capito già da un paio di decenni.

Una cultura che non ha espresso nulla di significativo negli ultimi secoli, può sentire il bisogno di recuperare il tempo perduto e la dignità attraverso una pericolosa scorciatoia: quella del ricatto.

Non è sopportabile l’idea che un piccolo paese come Israele, florido, dinamico, libero e democratico possa sopravvivere nella culla geografica del mondo islamico.

Adesso dovremo fare delle concessioni all’Iran.

Oppure fare una guerra, sì, perché se facciamo un blitz a questo ci porterà.

Ormai è troppo tardi.
Abbiamo dialogato troppo…con il diavolo.

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