Un milione a missile

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Anche se l’Autorità Palestinese e Hamas non si possono certo definire due frazioni legate da profonda amicizia, stiamo pur parlando dei Palestinesi. Abu Mazen tratta con Israele con l’aiuto della comunità internazionale e qualcuno dice che le cose stiano progredendo. Hamas, invece, manda ogni giorno una ventina di missili sulle teste degli israeliani di Sderot e dintorni e anche in questo caso qualcuno dice che le cose progrediscono nel senso che la popolazione israeliana di quei luoghi è sempre più terrorizzata.

Un popolo diviso in fazioni che fa del doppiogiochismo e della violenza la sua ragione di vita, non può certo lamentarsi se poi le cose vanno male dal punto di vista economico. I necessari posti di blocco israeliani e l’incapacità di vivere una vita normale con i propri vicini, non fanno altro che alimentare miseria, corruzione e violenza.

Allora il cortocircuito è: io (Abu Mazen) tratto con te ma tu devi fare il bravo mentre trattiamo; intanto l’altro (Hamas) tira i missili e gli israeliani si stanno stufando di fare i bravi; gli israeliani cominciano a minacciare di occupare Gaza per stanare i cecchini che tirano i missili; allora vuole dire che non sanno fare i bravi! Una cosa da matti.

Siccome è una cosa da matti, della quale peraltro i giornali parlano pochissimo, i matti chiedono soldi alla comunità internazionale (sennò smettono di trattare, chiaro?) e la comunità internazionale, invece di dirgli che i soldi li avranno solo quando ci daranno il cammello (l’accordo), che fa? Dà ai palestinesi 7 miliardi di dollari, cioè più di quello che hanno chiesto. Chiaro?

Mahmoud Abbas fuori o dentro la democrazia?

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Mahmoud Abbas è, nonostante tutto, l’unico interlocutore accettabile all’interno del mondo palestinese. Recentemente ha ammesso l’inizio di una discussione nell’OLP per escludere Hamas dalle elezioni legislative.

Pare che, allo scopo, sia stato inventato un escamotage tipicamente medio orientale: l’eleggibilità dei candidati dipenderebbe dalla loro rispetto della carta costitutiva dell’OLP e degli accordi presi in passato con Israele. Va da sé che nessun candidato di Hamas avrebbe questi requisiti.

Il percorso che porterebbe all’esclusione di Hamas è difficile perché mancherebbe la coerenza da parte di chi ha prima accettato la sfida - perdendola - e ora tenta la via poco democratica dell’eliminazione forzata dell’avversario.

Questo episodio fa comunque tornare d’attualità la legittimità della presenza di un partito dogmatico e integralista come Hamas all’interno di elezioni democratiche. La risposta non è facile. Chiunque dovrebbe poter candidare propri rappresentanti a libere elezioni, soprattutto se si presenta come Hamas, un dinamico partito con un programma di rinnovamento e di eliminazione della corruzione. Ma non è qui il punto.

In Medio Oriente infatti, non si possono applicare gli stessi parametri dell’Europa o degli Stati Uniti. La legittimità di un partito deve essere misurata verificando altre condizioni, prima fra tutte la disponibilità a riconoscere qualsiasi entità non propriamente allineata con i dettami della sharia. O che utilizzi principi “occidentali” per il riconoscimento di diritti umani.

Sarebbe come dire che un paese come il nostro avrebbe potuto accettare la candidatura ad elezioni politiche di rappresentanti delle Brigate Rosse o dei Nar. Erano movimenti liberi e avevano indubbiamente il sostegno di una parte della popolazione. Sicuramente avrebbero ottenuto qualche rappresentante in parlamento. Ma non rispondevano ai requisiti minimi richiesti da una democrazia.

Abbas sta aggiungendo errori ad errori: dopo avere tollerato la partecipazione alle elezioni di un partito come Hamas senza avere letto con attenzione il suo atto costitutivo, vuole ora usare gli stessi metodi dei suoi avversari, pur se pacifici, per eliminarli.

Non è facile dare un consiglio al presidente palestinese. Forse non esistono consigli perché ormai è troppo tardi.

Siamo gli spettatori dell’inferno mediorientale

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Se si potesse definire con una metafora la soluzione finale ai problemi che affliggono il Medioriente, questa sarebbe senza dubbio l’”Inferno”.

E’ lì che quella zona del pianeta, tanto ricca quanto dannata sta sprofondando. Agli occidentali non resta che aspettare e stare a guardare. Tanto prima o poi, sprofonderanno. Gli indizi ci sono già e molto chiari.

L’Iran, stato che ambisce ad una posizione egemone di potenza nucleare, tra pochi anni sarà popolato solo da analfabeti. Ogni anno 150.000 laureati lasciano il paese. L’economia è sull’orlo del baratro. La disoccupazione ufficiale è al 20%, quella ufficiosa ben più alta. L’inflazione accelera velocemente e raggiungerà il 20% entro la fine dell’anno.

L’esplosione demografica e le politiche assistenzialiste stanno provocando, paradossalmente, degli effetti perversi, probabilmente irreversibili. Il parco di veicoli circolanti è aumentato vertiginosamente negli ultimi anni anche grazie al prezzo politico applicato ai carburanti e questo sta causando il collasso dei conti pubblici. Infatti dall’inizio dell’era Ahmadinejad, nessuna compagnia petrolifera straniera ha firmato contratti in Iran e il paese è costretto a importare carburanti e a pagare una bolletta petrolifera che nel 2010 arriverà a 100 miliardi di dollari.

Fin’ora, nel corso del 2007, il paese ha dovuto importare 40.000 tonnellate di grano e spendere oltre 50 milioni di euro per acquistare frutta, carne ed uova. I parchi di Tehran sono popolati soprattutto da tossicodipendenti mentre il mercato immobiliare cresce a ritmi del 30% all’anno.

Gli iraniani stanno sul ciglio dell’inferno asiatico. Su quelli mediterraneo ci sono invece i Palestinesi e i libanesi. L’82% dei vicini di Israele dichiarano di vivere in un paese senza futuro e il 92% si sentono in una insicurezza permanente. Dall’inizio dell’Intifada nel 2000, 80.000 persone sono emigrate dalla Cisgiordania, sapendo che non vi ritorneranno mai. Nel 2007 questo fenomeno ha avuto una accelerazione impressionante, raggiungendo, ad oggi, la cifra di 10.000 persone in meno di 6 mesi. Va da sé che a emigrare sono i cittadini appartenenti alle classi più istruite.

La Striscia di Gaza sta ancora peggio. Nel solo 2007 sono state 200.000 (15% della popolazione locale) le persone a fuggire in Egitto. Il fenomeno è facilmente interpretabile tenendo conto che, a differenza della Cisgiordania, gli Israeliani hanno lasciato alle milizie avversarie il compito di mantenere la sicurezza…

Oggi sostenere che il problema Palestina sia causato dalla nascita dello Stato di Israele è un eufemismo. Le stragi alle quali assistiamo in questi giorni non sono altro che l’espressione della ferocia tribale tipica di fazioni racchiuse in una cultura medioevale. Paradossalmente, l’unica via di uscita potrebbe essere proprio il contrario degli obbiettivi dei quali il popolo palestinese ha sognato per decenni.

C’è chi sostiene che annettere ad Israele tutti i territori riporterebbe sicurezza e tranquillità. Qualcun altro si spinge più in là e ipotizza una rinuncia definitiva alla creazione di uno stato palestinese.

Noi abbiamo rinunciato da un pezzo a sostenere l’ipotesi degli accordi e del “regime change”. L’evidenza dei fatti non dà più spazio a questa possibilità. Si tratta invece di navigare a vista, cercando di evitare il tracollo dell’una o dell’altra parte. A spese della popolazione. Ammesso che rimanga qualcuno.

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Leggiamo le verità sui regimi islamici

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Questo signore ha scritto dei libri (qui e qui) sui regimi islamici. Basterebbe leggerli per comprendere in modo autentico il problema. Qui ci spiega alcune cose ovvie. Per esempio perché non si possono confondere le mire strategiche dei regimi bolscevici con quelle delle dittature nazi islamiche; poi, perché in MedioOriente (ma non solo), i più grandi errori americani degli ultimi 60 anni sono stati commessi soprattutto da presidenti democratici; infine, perché non è corretto parlare di un asse israelo-americano.

Purtroppo in molta parte del mondo occidentale, quando parliamo di egemonia sciita, sunnita o dei talebani, le opinioni più correnti sono quelle dei protettori del politically correct come Farian Sabahi. La Sabahi, a proposito della recente crisi nei rapporti tra Iran e Gran Bretagna, ha definito gli inglesi “quegli arroganti“. Probabilmente ha ragione, ma in questo contesto, l’errore è di confondere il lato del tavolo dove si sta seduti.

Henry Kissinger è un realista?

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Henry Kissinger è un realista? Certamente sì, ma non nel senso che molti vorrebbero. A Bruxelles, durante i recenti lavori della Commissione Trilaterale - un gruppo di dirigenti americani, europei e giapponesi che si riuniscono due volte l’anno dal 1974 - l’ex Segretario di Stato sotto Richard Nixon, ha concesso un’intervista esclusiva al “Soir“. L’argomento principale sul quale ha risposto alle domande, è stata la situazione in Medio Oriente.

Kissinger sostiene che non si possa, allo stato attuale, prevedere una vittoria completa. Secondo lui, gli Stati Uniti lo sanno e sono pronti a trarne le conseguenze e cioè un compromesso. Questo deve includere sia la presenza delle truppe americane sul suolo irakeno che la sicurezza di altri paesi nell’area.

La situazione in Irak è sicuramente migliorata anche grazie al rovesciamento del regime di Saddam. Kissinger ricorda la risoluzione del Congresso Americano del 1998, firmata dal presidente Bill Clinton, con la quale si era votato a favore di un cambiamento di regime. La politica di Bush nella regione non è quindi considerata da Kissinger una novità e il rovesciamento della dittatura saddamita è giudicata positivamente. In altre parole, la guerra non è stata un errore. I problemi sono iniziati dopo. Ci sono stati innumerevoli errori e la situazione è diventata molto più complessa di quanto si potesse immaginare.

Nell’ambito dei problemi legati alla proliferazione nucleare, Kissinger rivela la sua ferma opposizione alle ambizioni dell’Iran e della Corea del Nord. E’ chiaro che il governo americano, non solo nelle parole ma anche nei fatti, non opterà per l’intervento militare. Ma, allo stesso tempo, Kissinger non ritiene saggio che gli americani sostengano che “una guerra non si farà mai” (…)

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