Un milione a missile

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Anche se l’Autorità Palestinese e Hamas non si possono certo definire due frazioni legate da profonda amicizia, stiamo pur parlando dei Palestinesi. Abu Mazen tratta con Israele con l’aiuto della comunità internazionale e qualcuno dice che le cose stiano progredendo. Hamas, invece, manda ogni giorno una ventina di missili sulle teste degli israeliani di Sderot e dintorni e anche in questo caso qualcuno dice che le cose progrediscono nel senso che la popolazione israeliana di quei luoghi è sempre più terrorizzata.

Un popolo diviso in fazioni che fa del doppiogiochismo e della violenza la sua ragione di vita, non può certo lamentarsi se poi le cose vanno male dal punto di vista economico. I necessari posti di blocco israeliani e l’incapacità di vivere una vita normale con i propri vicini, non fanno altro che alimentare miseria, corruzione e violenza.

Allora il cortocircuito è: io (Abu Mazen) tratto con te ma tu devi fare il bravo mentre trattiamo; intanto l’altro (Hamas) tira i missili e gli israeliani si stanno stufando di fare i bravi; gli israeliani cominciano a minacciare di occupare Gaza per stanare i cecchini che tirano i missili; allora vuole dire che non sanno fare i bravi! Una cosa da matti.

Siccome è una cosa da matti, della quale peraltro i giornali parlano pochissimo, i matti chiedono soldi alla comunità internazionale (sennò smettono di trattare, chiaro?) e la comunità internazionale, invece di dirgli che i soldi li avranno solo quando ci daranno il cammello (l’accordo), che fa? Dà ai palestinesi 7 miliardi di dollari, cioè più di quello che hanno chiesto. Chiaro?

L’Italia dei record

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Nelle ultime settimane L’Italia sta cercando di riprendersi le posizioni perse in alcune classifiche.

Per esempio, nell’ambito dei diritti umani, ora può fregiarsi di appartenere al gruppo dei paesi peggiori del pianeta. La Cassazione ha recentemente confermato l’assoluzione di musulmani rei di avere picchiato la loro figlia con la motivazione che “viveva all’occidentale“. L’episodio si riferisce alle gesta di due genitori marocchini e del loro figlio, residenti a Brescia, che hanno picchiato e sequestrato la figlia Fatima, comportamenti ora legittimati per ragioni “culturali” dal massimo organo giudiziario del paese.

Nonostante il giudizio di condanna in primo grado, nel quale il tribunale aveva condannato i tre per avere “brutalmente picchiato” la figlia a causa delle frequentazioni del fidanzato non musulmano e, più in generale, per non avere vissuto secondo le abitudini tipiche della sua cultura, l’appello e poi la Cassazione hanno ribaltato il verdetto: anche se la ragazza era stata rinchiusa in casa, legata ad una sedia e poi picchiata, l’assoluzione dei carnefici è intervenuta

perché aveva avuto istinti suicidi, terrorizzata dalle possibili ritorsioni che la sua famiglia avrebbe sicuramente messo in atto, per avere incontrato un uomo invece di andare al lavoro“.

E dire che un illustre precedente avrebbe dovuto mettere in guardia i custodi dei nostri diritti di fronte alla legge…

Un altro ambito nel quale l’Italia sta invece recuperando posizioni preziose è quello dell’export. Avendo ormai saturato il mercato interno della criminalità organizzata, la ‘ndrangheta calabrese ha iniziato la sua marcia verso la conquista dei mercati esteri. E da dove avrebbe potuto cominciare se non da quello più ricco in Europa e cioè dalla Germania? Il settuplice omicidio di Duisburg mette in guardia i nostri partner: da oggi non potranno più fare i loro comodi ed esportate prodotti, tecnologie e servizi verso l’Italia, sperando così di mettere in crisi il nostro sistema socio-economico: per ogni milione di euro di squilibrio della bilancia commerciale, si prenderanno almeno un morto, di morte ammazzato.

Per non contare l’export di armi, arrivato nel 2006 alla soglia dei 2 miliardi. Nonostante le promesse elettorali di Prodi e la presenza di una cospicua frangia di parlamentari pacifisti nella maggioranza, Libia, Venezuela, Emirati Arabi Uniti, Colombia e Nigeria, sono fra i paesi che hanno acquistato dal nostro paese «bombe, siluri, razzi, missili, accessori, navi da guerra, apparecchiature per la direzione del tiro, armi, sistemi d’arma, munizioni, aeromobili»: ormai siamo al 6° posto nella classifica mondiale.

E’ interessante notare come, nel 2003, il governo Berlusconi avesse già ammorbidito le norme di controllo delle esportazioni di armi, eliminando l’obbligo di accompagnare le forniture con il certificato di uso finale, pensato per impedire le triangolazioni. Il governo Prodi ha fatto di meglio: prima non si potevano esportare armi in paesi colpevoli di violazioni di diritti umani, ora le violazioni devono essere “gravi.

Queste cose non devono sorprenderci: il nostro Presidente del Consiglio è un abile opportunista e non fa passare giorno nel quale sia la moglie che la botte non ricevano un colpo. Figuriamoci se Hamas, i campioni della violazione di ogni diritto dei cittadini palestinesi, organizzazione terroristica e criminale di primo piano nel pianeta, non poteva passare inosservata nei pensieri del nostro premier. Quindi, avanti con il dialogo. Tra criminali e pure un po’ sordi, a patto che l’Italia stia sempre in cima alle classifiche.

Mahmoud Abbas fuori o dentro la democrazia?

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Mahmoud Abbas è, nonostante tutto, l’unico interlocutore accettabile all’interno del mondo palestinese. Recentemente ha ammesso l’inizio di una discussione nell’OLP per escludere Hamas dalle elezioni legislative.

Pare che, allo scopo, sia stato inventato un escamotage tipicamente medio orientale: l’eleggibilità dei candidati dipenderebbe dalla loro rispetto della carta costitutiva dell’OLP e degli accordi presi in passato con Israele. Va da sé che nessun candidato di Hamas avrebbe questi requisiti.

Il percorso che porterebbe all’esclusione di Hamas è difficile perché mancherebbe la coerenza da parte di chi ha prima accettato la sfida - perdendola - e ora tenta la via poco democratica dell’eliminazione forzata dell’avversario.

Questo episodio fa comunque tornare d’attualità la legittimità della presenza di un partito dogmatico e integralista come Hamas all’interno di elezioni democratiche. La risposta non è facile. Chiunque dovrebbe poter candidare propri rappresentanti a libere elezioni, soprattutto se si presenta come Hamas, un dinamico partito con un programma di rinnovamento e di eliminazione della corruzione. Ma non è qui il punto.

In Medio Oriente infatti, non si possono applicare gli stessi parametri dell’Europa o degli Stati Uniti. La legittimità di un partito deve essere misurata verificando altre condizioni, prima fra tutte la disponibilità a riconoscere qualsiasi entità non propriamente allineata con i dettami della sharia. O che utilizzi principi “occidentali” per il riconoscimento di diritti umani.

Sarebbe come dire che un paese come il nostro avrebbe potuto accettare la candidatura ad elezioni politiche di rappresentanti delle Brigate Rosse o dei Nar. Erano movimenti liberi e avevano indubbiamente il sostegno di una parte della popolazione. Sicuramente avrebbero ottenuto qualche rappresentante in parlamento. Ma non rispondevano ai requisiti minimi richiesti da una democrazia.

Abbas sta aggiungendo errori ad errori: dopo avere tollerato la partecipazione alle elezioni di un partito come Hamas senza avere letto con attenzione il suo atto costitutivo, vuole ora usare gli stessi metodi dei suoi avversari, pur se pacifici, per eliminarli.

Non è facile dare un consiglio al presidente palestinese. Forse non esistono consigli perché ormai è troppo tardi.

La peggiore sinistra del mondo

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Da Camillo:

«La peggiore sinistra del mondo: Abbiamo la sfortuna di avere la peggiore sinistra del mondo, specie sulla questione delle nuove ideologie totalitarie. Lasciamo stare, per un momento, i comunisti, gli antagonisti e tutti quelli che nel mondo occidentale sono finiti nella spazzatura della storia e da noi incomprensibilmente al governo. Parlo della sinistra cosidetta moderata, moderna e democratica. E’ quella la peggiore sinistra del mondo. Dunque. Abbiamo un ministro degli Esteri che crede che Hamas sia un interlocutore democratico e che i palestinesi che trattano con Israele gli avversari (ieri è stato rimbrotatto dal ministro degli Esteri socialista francese). Crede lo stesso di Hezbollah, con cui va a braccetto. Sull’Iran “no a nuove sanzioni”, mentre rivendica gaiamente trattative per la liberazione di 5 capi talebani in Afghanistan. Fassino, quello “sionista” del gruppo, è più o meno d’accordo e pure lo scrive sulla prima pagina del Corriere della Sera. Giuliano Amato oggi fa l’elogio del velo e spiega che l’Islam ci insegna valori preziosi riguardo alla dignità delle donne. Sul fronte intellettuale, diciamo così, Giancarlo Bosetti pubblica su Reset un appello di intellettuali de sinistra contro il musulmano laico Magdi Allam, colpevole di difendere l’unica società libera e democratica del Medio Oriente e di denunciare il pericolo del fondamentalismo islamico. Il leader del nascituro Partito Democratico non affronta mai la questione più importante di questi anni e, ieri, sulla Stampa è stata riportata una sua frase di un paio d’anni fa in cui mette sullo stesso piano “schiavismo” e “reaganismo”. E’ la peggiore sinistra del mondo and I’m not feeling fine

Ecco perché mi tocca votare Berlusconi (speriamo che tolgano il voto agli italiani all’estero).

Siamo gli spettatori dell’inferno mediorientale

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Se si potesse definire con una metafora la soluzione finale ai problemi che affliggono il Medioriente, questa sarebbe senza dubbio l’”Inferno”.

E’ lì che quella zona del pianeta, tanto ricca quanto dannata sta sprofondando. Agli occidentali non resta che aspettare e stare a guardare. Tanto prima o poi, sprofonderanno. Gli indizi ci sono già e molto chiari.

L’Iran, stato che ambisce ad una posizione egemone di potenza nucleare, tra pochi anni sarà popolato solo da analfabeti. Ogni anno 150.000 laureati lasciano il paese. L’economia è sull’orlo del baratro. La disoccupazione ufficiale è al 20%, quella ufficiosa ben più alta. L’inflazione accelera velocemente e raggiungerà il 20% entro la fine dell’anno.

L’esplosione demografica e le politiche assistenzialiste stanno provocando, paradossalmente, degli effetti perversi, probabilmente irreversibili. Il parco di veicoli circolanti è aumentato vertiginosamente negli ultimi anni anche grazie al prezzo politico applicato ai carburanti e questo sta causando il collasso dei conti pubblici. Infatti dall’inizio dell’era Ahmadinejad, nessuna compagnia petrolifera straniera ha firmato contratti in Iran e il paese è costretto a importare carburanti e a pagare una bolletta petrolifera che nel 2010 arriverà a 100 miliardi di dollari.

Fin’ora, nel corso del 2007, il paese ha dovuto importare 40.000 tonnellate di grano e spendere oltre 50 milioni di euro per acquistare frutta, carne ed uova. I parchi di Tehran sono popolati soprattutto da tossicodipendenti mentre il mercato immobiliare cresce a ritmi del 30% all’anno.

Gli iraniani stanno sul ciglio dell’inferno asiatico. Su quelli mediterraneo ci sono invece i Palestinesi e i libanesi. L’82% dei vicini di Israele dichiarano di vivere in un paese senza futuro e il 92% si sentono in una insicurezza permanente. Dall’inizio dell’Intifada nel 2000, 80.000 persone sono emigrate dalla Cisgiordania, sapendo che non vi ritorneranno mai. Nel 2007 questo fenomeno ha avuto una accelerazione impressionante, raggiungendo, ad oggi, la cifra di 10.000 persone in meno di 6 mesi. Va da sé che a emigrare sono i cittadini appartenenti alle classi più istruite.

La Striscia di Gaza sta ancora peggio. Nel solo 2007 sono state 200.000 (15% della popolazione locale) le persone a fuggire in Egitto. Il fenomeno è facilmente interpretabile tenendo conto che, a differenza della Cisgiordania, gli Israeliani hanno lasciato alle milizie avversarie il compito di mantenere la sicurezza…

Oggi sostenere che il problema Palestina sia causato dalla nascita dello Stato di Israele è un eufemismo. Le stragi alle quali assistiamo in questi giorni non sono altro che l’espressione della ferocia tribale tipica di fazioni racchiuse in una cultura medioevale. Paradossalmente, l’unica via di uscita potrebbe essere proprio il contrario degli obbiettivi dei quali il popolo palestinese ha sognato per decenni.

C’è chi sostiene che annettere ad Israele tutti i territori riporterebbe sicurezza e tranquillità. Qualcun altro si spinge più in là e ipotizza una rinuncia definitiva alla creazione di uno stato palestinese.

Noi abbiamo rinunciato da un pezzo a sostenere l’ipotesi degli accordi e del “regime change”. L’evidenza dei fatti non dà più spazio a questa possibilità. Si tratta invece di navigare a vista, cercando di evitare il tracollo dell’una o dell’altra parte. A spese della popolazione. Ammesso che rimanga qualcuno.

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