Video di Al-Zawahiri: la questione palestinese

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Interessante come sempre, l’ultimo intervento di Shaykh Ayman al-Zawahiri, ideologo e braccio destro di Osama Bin Laden (a proposito, ma dove è finito? vuoi vedere che…). Molto lungo ed articolato, scende in campo per esprimersi sulla vicenda palestinese, la “quasi” guerra civile. Lo slogan di questo messaggio è: “Qualsiasi via diversa dalla jihad (per risolvere il problema palestinese ndr) porterà alla sconfitta”.

L’attacco frontale è contro Abbas, definito “l’uomo americano in Palestina“.

“Coloro che cercano di liberare i territori islamici attraverso delle elezioni basate su una costituzione secolare o delle decisioni di consegnare la Palestina agli ebrei, non libereranno neanche un granello di sabbia della Palestina ma distruggeranno la jihad”

e in questo fa riferimento alla proposta del Presidente palestinese Mahmoud Abbas di indire elezioni anticipate per risolvere il conflitto tra le fazioni di Hamas e Fatah.

La critica non risparmia neanche Hamas, accusata di fare concessioni che potrebbero portare al riconoscimento di Israele. L’accusa principale è di avere ceduto nel partecipare a libere elezioni fondate sui principi di uno stato secolare e di non avere insistito a formare una costituzione basata sui principi islamici.

“Qualsiasi via che non sia la Jihad porterà alla sconfitta. Chi cerca di liberare la terra dell’Islam attraverso delle elezioni, fa riferimento a principi secolari e deve rendersi conto che sta arrendendosi agli ebrei. La decisione di arrendersi agli ebrei non libererà i territori palestinesi. Ritirarsi prima degli occidentali non porterà a nulla. Il Corano ci insegna di non scegliere i cristiani e gli ebrei come alleati e di non seguire la loro religione.”

E’ chiaro qui il tentativo di Zawahiri di entrare nelle faccende palestinesi, dalle quali l’influenza di Al Quaeda, nella sua espressione più intransigente, è stata parzialmente esclusa. La situazione fluida di questi ultimi giorni, potrebbe portare a sorprese o comunque evolvere in un chaos dai contorni difficilmente definibili. Anche la Siria, con la sua offerta di dialogo a Israele, diviene ora una minaccia. Così come il mutato atteggiamento saudita, un paese troppo preoccupato dall’evoluzione della situazione nella zona, marcata dal tentativo dell’Iran di aumentare la sua influenza.

Una delle migliori analisi psicologiche e storiche di questo e di altri proclami, lo troviamo sul blog di Douglas Farah. Da leggere.

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Bin Saud: presto la resa dei conti con Ahmadinejad

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Realisti o interventisti, diciamo la verità: la questione mediorientale così come si presenta oggi difficilmente si potrà risolvere al meglio se non con una resa dei conti tra gli stessi stati arabi musulmani. In questo l’Occidente si deve ritenere fortunato perché il fronte dei paesi islamici è composto da una galassia di situazioni variegate, che ne accrescono l’instabilità e riducono la minaccia verso il mondo libero e democratico. Altro sarebbe se ci trovassimo di fronte ad oltre 1 miliardo di musulmani, compatti e pronti a marciare contro Israele, gli Stati Uniti e l’Europa.

L’Iran tenta di imporsi come potenza egemone e l’affermazione di una sua supremazia significherebbe la sconfitta dei sunniti. Già ora la lotta armata tra queste opposte fazioni è sotto gli occhi di tutti in Irak, dove le bombe, gli attentati e gli sgozzamenti altro non sono che la manifestazione di una dura lotta per la conquista del territorio mesopotamico, dei suoi pozzi petroliferi e della sua civiltà.

Sarebbe però errato pensare che questa lotta si esaurisca in casa irakena. In realtà anche la recente situazione libanese e le continue invettive di Ahmadinejad contro Israele fanno parte dello stesso scenario, nel quale i paesi arabi sunniti, confinanti e non, non possono certo stare a guardare.

I più minacciati, per ragioni geo-politiche e di schieramento, in questo momento sono la Giordania e, soprattutto, l’Arabia Saudita. Quest’ultima gode di protezione americana, un accordo siglato dopo la fine della 2° guerra mondiale tra i vertici dei due paesi. Ora i contatti, non troppo palesi ma intensi, avvengono tra la plutocrazia saudita e Condoleeza Rice e mirano a trovare soluzioni efficaci per arginare l’avanzata sciita, tramite le quali si possa creare un equilibrio senza che gli Stati Uniti siano direttamente coinvolti. Anche a costo di fare delle concessioni ad Israele.

I principali ostacoli che la Rice deve superare sono insiti nella struttura di potere e negli equilibri della casa reale saudita, padrona del paese e lacerata da lotte intestine per la conquista del potere politico ed economico. Carlo Panella ci spiega in modo interessante ed esauriente, gli ultimi sviluppi della situazione.

Round-up: Captainsquartersblog

Ségolène Royal l’ha fatta grossa

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Ségolène Royal stavolta l’ha fatta grossa. Lo scorso fine settimana, nel corso di una visita a Beirouth ha incontato i membri della commissione per gli affari esteri del Parlamento libanese. Tra di loro il deputato Ali Hammar, presentatosi come deputato di Hezbollah del sud del Libano. Costui, davanti ad una platea di giornalisti arabofoni e non, si è rivolto alla candidata francese dicendo:

«Sono il deputato di una regione del Libano dove sono state scaricate 3.000 tonnellate di bombe al suolo, l’equivalente di Nagasaki e Hiroshima…Ciò che ci accomuna, sono molte cose…La nostra esperienza della resistenza è ispirata dalla vostra. Il nazismo, che ha versato il nostro sangue, usurpato la nostra indipendenza, non è stato meglio del nazismo che ha occupato la Francia.»

Davanti alla platea giornalistica e con il contributo di traduttori francesi e arabi, la Royal ha risposto, tra l’altro che «Ci sono molte cose che io condivido in quello che avete detto, soprattutto la vostra analisi sul ruolo degli Stati Uniti.»

Ora siamo certi che l’antisemitismo e l’antiamericanismo sono sentimenti diffusi in Francia, a destra come a sinistra e la conferma ci proviene da una illustre rappresentante, vittima di sé stessa e della sua battuta, sfuggitale in una sorta di lapsus freudiano.

Sègolène ha poi smentito l’accaduto, cercando in modo furbesco di accreditare la tesi che il rappresentante di Hezbollah non avesse mai detto quella frase o che, per lo meno, lei non l’avesse sentita. Ha poi precisato che la sua critica agli Stati Uniti aveva come obbiettivo solo la politica di Gorge W. Bush in Irak «che è una cosa catastrofica, lo dice anche Jacques Chirac.» Anche i media sono stati messi sotto accusa, perché rei di “deformare” le informazioni.

Insomma, se escludiamo la possibilità di una allucinazione di massa, la presenza di qualche decina di giornalisti accreditati di entrambi i fronti e di traduttori, non dovrebbe lasciare dubbi. Più che esserci, Ségolène ci fa.

Durante il successivo incontro con il presidente israeliano Ehud Olmert non ha mancato di rimangiarsi tutto, a cominciare dal rifiuto di qualsiasi contatto con Hamas, una organizzazione terroristica:

«Nello stato attuale della cose, Hamas è nella lista delle organizzazioni terroristiche ed è quindi da escludere qualsiasi ipotesi di dialogo con i suoi dirigenti.»

Eppure il contatto con un’organizzazione terroristica l’aveva avuto, eccome, a meno che non si vogliano fare degli improbabili distinguo tra le due “H”. Forse hanno ragione quelli, come il ministro degli Esteri in carica, Douste Blazy, quando affermano che la sua visione della politica estera in MedioOriente è piuttosto semplicistica. D’altra parte tutti i suoi avversari in seno al Partito Socialista, avevano cercato di fare campagna contro di lei sostenendo, tra l’altro, la sua totale mancanza di esperienza in politica estera.

Quello che avremmo voluto sentire dalla bella Ségolène era una reazione ferma alle affermazioni anti-storiche di Alì Hammar, il quale, tra le altre, ha omesso di dire due cose: che le bombe di Israele sono state la reazione alle migliaia di missili sparati contro i centri abitati israeliani abitati da inermi civili e, soprattutto, che il “nazismo che ha occupato la Francia” al quale sono stati paragonati Israele e gli Stati Uniti, è il regime di fianco al quale il Muftì di Gerusalemme ha combattuto contro gli alleati prima e durante la seconda guerra mondiale. Quel Muftì scapo spirituale e politico dei nonni e dei bisnonni di tutti i palestinesi e dei membri di Hezbollah.

Ma forse, Sègolène fa fatica a distinguere Hamas da Hezbollah. O forse, semplicemente, ci fa.

Con i kamikaze il neo-realismo non funziona

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C’è qualcuno che di qua dall’Altantico ha deciso di difendere la politica dell’appeasement da parte degli Stati Uniti e quindi dell’occidente alle potenze islamiste responsabili della destabilizzazione del Medio Oriente.

Daniele Sfregola, in questo interessante ed istruttivo articolo, critica i ragionamenti dei neoconservatori, per i quali il “realismo kissingeriano” tornato alla ribalta della politica estera statunitense di questi giorni, sarebbe una sorta di resa in Medio Oriente degli interessi e degli alleati americani, così come dei principi americani”.

Questa tesi può essere accettata o rigettata, dipende dai punti di vista. In questo senso entrambi sono validi, anche se non è stato precisamente il realismo a provocare la caduta degli imperi comunisti del male, semmai il contrario.

La cosa che non può essere accettata, invece, è il mancato riconoscimento delle differenze fondamentali che hanno caratterizzato la guerra fredda e che caratterizzano oggi la guerra globale del jihadismo. Sfregola scrive che

«Il contenimento del moloch sovietico portò infine alla sua implosione. Ma, di mezzo, ci furono innumerevoli accordi col medesimo. Stringere la mano al Diavolo non significa arrendersi, ma conoscerlo meglio per batterlo prima».

Il moloch sovietico era caratterizzato da un’espansione nazionalista di tipo territoriale. L’ideologia comunista è stato il mezzo e non il fine di una politica volta a stabilire una egemonia imperialista di stampo totalitario sul molte regioni del pianeta. Le motivazioni del jihadismo trovano invece fondamento in una visione messianica, secondo la quale la vittoria è perseguita ad ogni costo, indipendentemente dalla conquista dei territori, fino al momento dell’apocalisse. Come dice Carlo Panella

“Il fine è quello di imporre la superiorità di un modello di società e di religione (panarabo, panislamista, sciita, sunnita) su un altro.”

Non riconoscere queste fondamentali differenze significa, ancora una volta, non avere compreso con chi abbiamo a che fare. Prendere le misure ad un carrarmato con la stella rossa non è esattamente la stessa cosa che prenderle verso una generazione di fanatici pronti al martirio con le cinture di esplosivo. Se non lo capiamo che al Diavolo è sempre meglio non stringere la mano, qualsiasi sia la teoria, avremo perso.

Terrorismo e il D’Alema pensiero

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L’on. Massimo D’Alema, nel bel mezzo della crisi israelo-palestinese della scorsa estate, è andato in Libano a Beirouth ed è stato fotografato a braccetto con esponenti di Hezbollah. Molti lo hanno accusato di essere di parte e gli hanno chiesto le motivazioni del suo comportamento. La sua risposta è stata che si aspettava di incontrare lì esponenti di quel movimento perché loro

«sono un partito che siede in Parlamento, mica sono terroristi».

Eppure pochi giorni prima, il 3 Agosto, nel corso di un’intervista alla Stampa non aveva detto esattamente le stesse cose: Hezbollah è “anche” un’organizzazione terroristica ma è “anche” un partito politico. Aveva aggiunto che

«bisogna chiedersi perché gruppi come Hezbollah ed Hamas, ovvero forze che predicano la violenza, abbiano raggiunto ruoli così grandi nel mondo arabo islamico.»

La risposta a questa domanda sta nella storia del mondo arabo musulmano degli ultimi 100 anni. C’è tutto scritto lì, senza ombra di dubbio. Se poi oggi c’è ancora più seguito verso organizzazioni che predicano la cultura della morte ed esistono in quanto hanno come obbiettivo la distruzione totale di Israele e la sottomissione del mondo occidentale, le ragioni le dobbiamo cercare anche in casa nostra.

In questo il nostro ministro degli Esteri ci dà ancora una mano. D’Alema infatti, definisce ora l’atto terroristico come

«l’avere intenzionalmente come bersaglio i civili al fine di spargere sangue».

Alla domanda sul significato di questa affermazione, alquanto generica ed imprecisa, gli interpreti del suo ministero hanno azzardato questa risposta:

«Il ministro dice che ciò si applica ai gruppi terroristici analogamente alle azioni dei singoli stati.»

Anche il chiarimento si presta ad interpretazioni. Conoscendo i terroristi mediorientali, da oggi sappiamo che potranno intepretare e spiegare a modo loro il “D’Alema pensiero” alle folle dei diseredati : i terroristi sono Bush, Blair, Berlusconi, Aznar e gli altri che hanno inviato truppe in Irak ed in Afghanistan; loro sono i leader dei “singoli stati” e hanno mandato i loro eserciti a sparare “avendo come bersaglio i civili, al fine di spargere sangue“. Vatti a fidare degli “anche” partiti politici mediorientali…

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