D’alema sempre più a braccetto

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In un paese normale, un tipetto come Imad Mughniyeh, esponente di spicco di Hezbollah, criminale, assassino, artefice di attentati che hanno causato decine di morti, sarebbe ricercato per mari e monti. Sarebbe sulla lista nera, con una bella ricompensa per chi fornisce notizie utili alla cattura. Sarebbe braccato, senza la speranza di vivere una vita normale. Vivrebbe nell’ombra, nel sospetto e avrebbe attorno a sé uno stuolo di “assaggiatori”, come quelli del Cesare nel film “Asterix alle Olimpiadi”.

Tutto ciò sarebbe o dovrebbe essere in un paese normale. Ora che Mughniyeh è saltato in aria nella sua auto a Damasco e non si sa chi sia stato, l’umanità può tirare un sospiro di sollievo. La sua morte permetterà a molti - non sapremo mai a chi, ovviamente - di sopravvivere; una moltitudine di persone che sarebbero morte se lui fosse rimasto in vita. Certo, per una questione di principio e anche di opportunità, lui come tutti i terroristi, sarebbe dovuto essere catturato e giudicato per i suoi crimini da un tribunale internazionale. Sarebbe stato condannato e incarcerato a vita, senza potere più nuocere. Invece è morto, pace all’anima sua.

La nostra anima, invece, comincia ora a dannarsi. Le elezioni prossime venture del nostro paese potrebbero portare ad una sorpresa, cioà alla riconferma della sinistra, cioè del PD. Se così fosse, probabilmente ci ritroveremmo tra i ministri un certo signor D’Alema. Quello che, tanto per non smentire le sue simpatie, dichiara che l’eliminazione di Imad Mughniyeh è un atto di terrorismo, così come lo sono le eliminazioni mirate.

Non avevamo dubbi su questa dichiarazione. Ora sappiamo che se qualcuno uccidesse Osama Bin Laden o nel passato avesse ucciso Hitler o Stalin, il suo atto sarebbe stato deplorevole. Il che ci fa pensare che D’Alema non abbia ancora capito cosa stia succedendo e non abbia afferrato la gravità della sfida militare iniziata dal terrorismo di stampo islamico. Anzi, tornando indietro in un passato non troppo lontano, qualcosa ci ricordiamo e pensiamo di avere capito. Qualcuno qui fiancheggia.

La peggiore sinistra del mondo

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Da Camillo:

«La peggiore sinistra del mondo: Abbiamo la sfortuna di avere la peggiore sinistra del mondo, specie sulla questione delle nuove ideologie totalitarie. Lasciamo stare, per un momento, i comunisti, gli antagonisti e tutti quelli che nel mondo occidentale sono finiti nella spazzatura della storia e da noi incomprensibilmente al governo. Parlo della sinistra cosidetta moderata, moderna e democratica. E’ quella la peggiore sinistra del mondo. Dunque. Abbiamo un ministro degli Esteri che crede che Hamas sia un interlocutore democratico e che i palestinesi che trattano con Israele gli avversari (ieri è stato rimbrotatto dal ministro degli Esteri socialista francese). Crede lo stesso di Hezbollah, con cui va a braccetto. Sull’Iran “no a nuove sanzioni”, mentre rivendica gaiamente trattative per la liberazione di 5 capi talebani in Afghanistan. Fassino, quello “sionista” del gruppo, è più o meno d’accordo e pure lo scrive sulla prima pagina del Corriere della Sera. Giuliano Amato oggi fa l’elogio del velo e spiega che l’Islam ci insegna valori preziosi riguardo alla dignità delle donne. Sul fronte intellettuale, diciamo così, Giancarlo Bosetti pubblica su Reset un appello di intellettuali de sinistra contro il musulmano laico Magdi Allam, colpevole di difendere l’unica società libera e democratica del Medio Oriente e di denunciare il pericolo del fondamentalismo islamico. Il leader del nascituro Partito Democratico non affronta mai la questione più importante di questi anni e, ieri, sulla Stampa è stata riportata una sua frase di un paio d’anni fa in cui mette sullo stesso piano “schiavismo” e “reaganismo”. E’ la peggiore sinistra del mondo and I’m not feeling fine

Ecco perché mi tocca votare Berlusconi (speriamo che tolgano il voto agli italiani all’estero).

Siamo gli spettatori dell’inferno mediorientale

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Se si potesse definire con una metafora la soluzione finale ai problemi che affliggono il Medioriente, questa sarebbe senza dubbio l’”Inferno”.

E’ lì che quella zona del pianeta, tanto ricca quanto dannata sta sprofondando. Agli occidentali non resta che aspettare e stare a guardare. Tanto prima o poi, sprofonderanno. Gli indizi ci sono già e molto chiari.

L’Iran, stato che ambisce ad una posizione egemone di potenza nucleare, tra pochi anni sarà popolato solo da analfabeti. Ogni anno 150.000 laureati lasciano il paese. L’economia è sull’orlo del baratro. La disoccupazione ufficiale è al 20%, quella ufficiosa ben più alta. L’inflazione accelera velocemente e raggiungerà il 20% entro la fine dell’anno.

L’esplosione demografica e le politiche assistenzialiste stanno provocando, paradossalmente, degli effetti perversi, probabilmente irreversibili. Il parco di veicoli circolanti è aumentato vertiginosamente negli ultimi anni anche grazie al prezzo politico applicato ai carburanti e questo sta causando il collasso dei conti pubblici. Infatti dall’inizio dell’era Ahmadinejad, nessuna compagnia petrolifera straniera ha firmato contratti in Iran e il paese è costretto a importare carburanti e a pagare una bolletta petrolifera che nel 2010 arriverà a 100 miliardi di dollari.

Fin’ora, nel corso del 2007, il paese ha dovuto importare 40.000 tonnellate di grano e spendere oltre 50 milioni di euro per acquistare frutta, carne ed uova. I parchi di Tehran sono popolati soprattutto da tossicodipendenti mentre il mercato immobiliare cresce a ritmi del 30% all’anno.

Gli iraniani stanno sul ciglio dell’inferno asiatico. Su quelli mediterraneo ci sono invece i Palestinesi e i libanesi. L’82% dei vicini di Israele dichiarano di vivere in un paese senza futuro e il 92% si sentono in una insicurezza permanente. Dall’inizio dell’Intifada nel 2000, 80.000 persone sono emigrate dalla Cisgiordania, sapendo che non vi ritorneranno mai. Nel 2007 questo fenomeno ha avuto una accelerazione impressionante, raggiungendo, ad oggi, la cifra di 10.000 persone in meno di 6 mesi. Va da sé che a emigrare sono i cittadini appartenenti alle classi più istruite.

La Striscia di Gaza sta ancora peggio. Nel solo 2007 sono state 200.000 (15% della popolazione locale) le persone a fuggire in Egitto. Il fenomeno è facilmente interpretabile tenendo conto che, a differenza della Cisgiordania, gli Israeliani hanno lasciato alle milizie avversarie il compito di mantenere la sicurezza…

Oggi sostenere che il problema Palestina sia causato dalla nascita dello Stato di Israele è un eufemismo. Le stragi alle quali assistiamo in questi giorni non sono altro che l’espressione della ferocia tribale tipica di fazioni racchiuse in una cultura medioevale. Paradossalmente, l’unica via di uscita potrebbe essere proprio il contrario degli obbiettivi dei quali il popolo palestinese ha sognato per decenni.

C’è chi sostiene che annettere ad Israele tutti i territori riporterebbe sicurezza e tranquillità. Qualcun altro si spinge più in là e ipotizza una rinuncia definitiva alla creazione di uno stato palestinese.

Noi abbiamo rinunciato da un pezzo a sostenere l’ipotesi degli accordi e del “regime change”. L’evidenza dei fatti non dà più spazio a questa possibilità. Si tratta invece di navigare a vista, cercando di evitare il tracollo dell’una o dell’altra parte. A spese della popolazione. Ammesso che rimanga qualcuno.

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Grazie Panella, un fascismo islamico ci basta

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Questo Buraku Dream mi sta proprio simpatico. Deve aver letto a distanza nel mio pensiero. Dopo essermi bevuto in una mezza giornata l’ultimo libro di Carlo Panella (da rendere testo obbligatorio nelle scuole), anche io, come Buraku, sono rimasto un po’ allibito dalla conclusione. E, come Buraku, da cacchina che dubita, non mi permetto di dissentire davanti ad un Carlo Panella. Al quale faccio solo un augurio: di non diventare l’ennesimo ateo devoto.

Leggiamo le verità sui regimi islamici

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Questo signore ha scritto dei libri (qui e qui) sui regimi islamici. Basterebbe leggerli per comprendere in modo autentico il problema. Qui ci spiega alcune cose ovvie. Per esempio perché non si possono confondere le mire strategiche dei regimi bolscevici con quelle delle dittature nazi islamiche; poi, perché in MedioOriente (ma non solo), i più grandi errori americani degli ultimi 60 anni sono stati commessi soprattutto da presidenti democratici; infine, perché non è corretto parlare di un asse israelo-americano.

Purtroppo in molta parte del mondo occidentale, quando parliamo di egemonia sciita, sunnita o dei talebani, le opinioni più correnti sono quelle dei protettori del politically correct come Farian Sabahi. La Sabahi, a proposito della recente crisi nei rapporti tra Iran e Gran Bretagna, ha definito gli inglesi “quegli arroganti“. Probabilmente ha ragione, ma in questo contesto, l’errore è di confondere il lato del tavolo dove si sta seduti.

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