La politica estera di D’Alema: falsi storici e opportunismi

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Alle dure critiche verso il governo di Romano Prodi in politica interna, ieri Silvio Berlusconi si è espresso anche sul fronte estero. Sotto questo governo, il paese si è messo sulla strada per “diventare un pilastro nella strategia euro-araba” e “strizza l’occhio agli hezbollah e non lesina critiche ad Israele, unico vero avamposto della democrazia in Medio Oriente“. Secondo il Cavaliere, “prevale la logica della sinistra antiamericana e antioccidentale“:

Il Ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, in visita a Riad in Arabia Saudita, aveva commentato così le critiche piovute da più parti alla presa di posizione contro le incursioni americane in Somalia:

«Non si può confondere il valore dell’alleanza storica con gli USA con il fatto di dissentire su atti dell’amministrazione americana…da parte mia e del Governo non c’è alcun atteggiamento di ostilità nei confronti degli USA ma solo diverse posizioni sull’attacco contro gli integralisti islamici…Nel raid aereo non è stato colpito nessun terrorista, ma sono morti molti civili…la polemica non ha fondamenti seri, è solo una questione italo-italiana…la politica di Washington in Medio Oriente comincia a pesare, specie nel triangolo Iraq-Iran-Libano, dove gli interessi sauditi sono diffusi. C’è infatti una forte preoccupazione per il rafforzamento della linea aggressiva iraniana, generata dalla politica statunitense nell’area…ai loro occhi la situazione in Iraq appare una messa al bando dei sunniti, fenomeno generato dalla forzata esclusione dalla vita politica dei membri del partito Baath.»

D’Alema era forse troppo giovane. Non ricorda che alla fine degli anni ‘70, con l’avvento degli ayatollah iraniani, questo paese era passato, nello spazio di un mattino, da una posizione filo occidentale a considerare gli americani e tutto l’occidente come l’impersonificazione del demonio. Né rammenta che gli Stati Uniti, a differenza dell’Italia, hanno già dovuto sopportare le ferite di atti terroristici, primo fra tutti quello dell’assalto alla loro ambasciata in suolo iraniano.

La nostra capacità di ascoltare le diverse opinioni e di lasciare a tutte le tesi il beneficio del dubbio, ha però qualche limite. Sostenere quindi che l’aggressività dell’Iran sia causata dalle recenti politiche americane in Medio Oriente e vedere nella guerra in Iraq o nella situazione libano-palestinese un effetto delle colpe della politica bushiana, è, quantomeno, suscettibile di essere interpretato come un atto di malafede.

Non vogliamo certo sostenere l’opportunità di essere sempre e comunque d’accordo con qualsiasi atto politico e militare americano, ma ormai non si può più parlare solo di “dissenso su alcuni atti” perché da quando questo Ministro ha preso la responsabilità degli Esteri, non ricordiamo una sola dichiarazione di accordo e di apprezzamento per la politica del Presidente Bush. L’unica espressione positiva sulla vita politica americana è stata la sconfitta repubblicana alle elezioni di mid term.

Quanto alle “diverse posizioni sull’attacco contro gli integralisti islamici“, nonostante i nostri sforzi, continuiamo a non capire. L’integralismo islamico ha assunto forme di pericolosità mai viste prima. La costituzione del califfato mondiale è il fine ultimo di questo movimento e questo pericolo riguarda tutti, Europa inclusa. Non riusciamo quindi a comprendere come si possano avere posizioni diverse quando un movimento determinato e organizzato sta per prendere il sopravvento in uno stato che non è in grado di contrastarlo e quando qualcuno decide di aiutarlo a recuperare la sua libertà, come nel caso degli Stati Uniti e dell’Etiopia. E decide poi di dare la caccia e di eliminare chi aveva cercato di rovesciarne le istituzioni, visto che non si tratta di persone particolarmente inclini ai negoziati.

Pur non riuscendo a comprendere, ci mettiamo nei panni dei sauditi i quali, più che essere ostili alle decisioni degli americani, loro alleati da più di 60 anni, sono forse più preoccupati per quegli stati, come l’Italia, che non riescono ad avere una linea politica chiara nei confronti degli stati canaglia. L’Arabia Saudita conosce bene i regimi vicini con i quali ha a che fare. Il Ministro pare di no. Non si rende conto che quando parla di preoccupazioni saudite per la possibile esclusione dei sunniti dalla vita politica irachena, straparla.

Ma evidentemente le sorti dell’Iraq e della Somalia lo interessano solo a livello di spot politico, a differenza di quelle serbe in cui fu coinvolto alcuni anni fa. Quando l’esigenza di proteggere i confini del suo paese lo aveva folgorato verso uno smisurato amore per il diavolo americano.

Bin Saud: presto la resa dei conti con Ahmadinejad

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Realisti o interventisti, diciamo la verità: la questione mediorientale così come si presenta oggi difficilmente si potrà risolvere al meglio se non con una resa dei conti tra gli stessi stati arabi musulmani. In questo l’Occidente si deve ritenere fortunato perché il fronte dei paesi islamici è composto da una galassia di situazioni variegate, che ne accrescono l’instabilità e riducono la minaccia verso il mondo libero e democratico. Altro sarebbe se ci trovassimo di fronte ad oltre 1 miliardo di musulmani, compatti e pronti a marciare contro Israele, gli Stati Uniti e l’Europa.

L’Iran tenta di imporsi come potenza egemone e l’affermazione di una sua supremazia significherebbe la sconfitta dei sunniti. Già ora la lotta armata tra queste opposte fazioni è sotto gli occhi di tutti in Irak, dove le bombe, gli attentati e gli sgozzamenti altro non sono che la manifestazione di una dura lotta per la conquista del territorio mesopotamico, dei suoi pozzi petroliferi e della sua civiltà.

Sarebbe però errato pensare che questa lotta si esaurisca in casa irakena. In realtà anche la recente situazione libanese e le continue invettive di Ahmadinejad contro Israele fanno parte dello stesso scenario, nel quale i paesi arabi sunniti, confinanti e non, non possono certo stare a guardare.

I più minacciati, per ragioni geo-politiche e di schieramento, in questo momento sono la Giordania e, soprattutto, l’Arabia Saudita. Quest’ultima gode di protezione americana, un accordo siglato dopo la fine della 2° guerra mondiale tra i vertici dei due paesi. Ora i contatti, non troppo palesi ma intensi, avvengono tra la plutocrazia saudita e Condoleeza Rice e mirano a trovare soluzioni efficaci per arginare l’avanzata sciita, tramite le quali si possa creare un equilibrio senza che gli Stati Uniti siano direttamente coinvolti. Anche a costo di fare delle concessioni ad Israele.

I principali ostacoli che la Rice deve superare sono insiti nella struttura di potere e negli equilibri della casa reale saudita, padrona del paese e lacerata da lotte intestine per la conquista del potere politico ed economico. Carlo Panella ci spiega in modo interessante ed esauriente, gli ultimi sviluppi della situazione.

Round-up: Captainsquartersblog

Ségolène Royal l’ha fatta grossa

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Ségolène Royal stavolta l’ha fatta grossa. Lo scorso fine settimana, nel corso di una visita a Beirouth ha incontato i membri della commissione per gli affari esteri del Parlamento libanese. Tra di loro il deputato Ali Hammar, presentatosi come deputato di Hezbollah del sud del Libano. Costui, davanti ad una platea di giornalisti arabofoni e non, si è rivolto alla candidata francese dicendo:

«Sono il deputato di una regione del Libano dove sono state scaricate 3.000 tonnellate di bombe al suolo, l’equivalente di Nagasaki e Hiroshima…Ciò che ci accomuna, sono molte cose…La nostra esperienza della resistenza è ispirata dalla vostra. Il nazismo, che ha versato il nostro sangue, usurpato la nostra indipendenza, non è stato meglio del nazismo che ha occupato la Francia.»

Davanti alla platea giornalistica e con il contributo di traduttori francesi e arabi, la Royal ha risposto, tra l’altro che «Ci sono molte cose che io condivido in quello che avete detto, soprattutto la vostra analisi sul ruolo degli Stati Uniti.»

Ora siamo certi che l’antisemitismo e l’antiamericanismo sono sentimenti diffusi in Francia, a destra come a sinistra e la conferma ci proviene da una illustre rappresentante, vittima di sé stessa e della sua battuta, sfuggitale in una sorta di lapsus freudiano.

Sègolène ha poi smentito l’accaduto, cercando in modo furbesco di accreditare la tesi che il rappresentante di Hezbollah non avesse mai detto quella frase o che, per lo meno, lei non l’avesse sentita. Ha poi precisato che la sua critica agli Stati Uniti aveva come obbiettivo solo la politica di Gorge W. Bush in Irak «che è una cosa catastrofica, lo dice anche Jacques Chirac.» Anche i media sono stati messi sotto accusa, perché rei di “deformare” le informazioni.

Insomma, se escludiamo la possibilità di una allucinazione di massa, la presenza di qualche decina di giornalisti accreditati di entrambi i fronti e di traduttori, non dovrebbe lasciare dubbi. Più che esserci, Ségolène ci fa.

Durante il successivo incontro con il presidente israeliano Ehud Olmert non ha mancato di rimangiarsi tutto, a cominciare dal rifiuto di qualsiasi contatto con Hamas, una organizzazione terroristica:

«Nello stato attuale della cose, Hamas è nella lista delle organizzazioni terroristiche ed è quindi da escludere qualsiasi ipotesi di dialogo con i suoi dirigenti.»

Eppure il contatto con un’organizzazione terroristica l’aveva avuto, eccome, a meno che non si vogliano fare degli improbabili distinguo tra le due “H”. Forse hanno ragione quelli, come il ministro degli Esteri in carica, Douste Blazy, quando affermano che la sua visione della politica estera in MedioOriente è piuttosto semplicistica. D’altra parte tutti i suoi avversari in seno al Partito Socialista, avevano cercato di fare campagna contro di lei sostenendo, tra l’altro, la sua totale mancanza di esperienza in politica estera.

Quello che avremmo voluto sentire dalla bella Ségolène era una reazione ferma alle affermazioni anti-storiche di Alì Hammar, il quale, tra le altre, ha omesso di dire due cose: che le bombe di Israele sono state la reazione alle migliaia di missili sparati contro i centri abitati israeliani abitati da inermi civili e, soprattutto, che il “nazismo che ha occupato la Francia” al quale sono stati paragonati Israele e gli Stati Uniti, è il regime di fianco al quale il Muftì di Gerusalemme ha combattuto contro gli alleati prima e durante la seconda guerra mondiale. Quel Muftì scapo spirituale e politico dei nonni e dei bisnonni di tutti i palestinesi e dei membri di Hezbollah.

Ma forse, Sègolène fa fatica a distinguere Hamas da Hezbollah. O forse, semplicemente, ci fa.

Con i kamikaze il neo-realismo non funziona

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C’è qualcuno che di qua dall’Altantico ha deciso di difendere la politica dell’appeasement da parte degli Stati Uniti e quindi dell’occidente alle potenze islamiste responsabili della destabilizzazione del Medio Oriente.

Daniele Sfregola, in questo interessante ed istruttivo articolo, critica i ragionamenti dei neoconservatori, per i quali il “realismo kissingeriano” tornato alla ribalta della politica estera statunitense di questi giorni, sarebbe una sorta di resa in Medio Oriente degli interessi e degli alleati americani, così come dei principi americani”.

Questa tesi può essere accettata o rigettata, dipende dai punti di vista. In questo senso entrambi sono validi, anche se non è stato precisamente il realismo a provocare la caduta degli imperi comunisti del male, semmai il contrario.

La cosa che non può essere accettata, invece, è il mancato riconoscimento delle differenze fondamentali che hanno caratterizzato la guerra fredda e che caratterizzano oggi la guerra globale del jihadismo. Sfregola scrive che

«Il contenimento del moloch sovietico portò infine alla sua implosione. Ma, di mezzo, ci furono innumerevoli accordi col medesimo. Stringere la mano al Diavolo non significa arrendersi, ma conoscerlo meglio per batterlo prima».

Il moloch sovietico era caratterizzato da un’espansione nazionalista di tipo territoriale. L’ideologia comunista è stato il mezzo e non il fine di una politica volta a stabilire una egemonia imperialista di stampo totalitario sul molte regioni del pianeta. Le motivazioni del jihadismo trovano invece fondamento in una visione messianica, secondo la quale la vittoria è perseguita ad ogni costo, indipendentemente dalla conquista dei territori, fino al momento dell’apocalisse. Come dice Carlo Panella

“Il fine è quello di imporre la superiorità di un modello di società e di religione (panarabo, panislamista, sciita, sunnita) su un altro.”

Non riconoscere queste fondamentali differenze significa, ancora una volta, non avere compreso con chi abbiamo a che fare. Prendere le misure ad un carrarmato con la stella rossa non è esattamente la stessa cosa che prenderle verso una generazione di fanatici pronti al martirio con le cinture di esplosivo. Se non lo capiamo che al Diavolo è sempre meglio non stringere la mano, qualsiasi sia la teoria, avremo perso.

Crisi libanese e ipocrisie occidentali

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In una Beirouth blindata per il funerale di Pierre Gemayel, (le immagini - il video) i rischi di un colpo di stato non sono mai stati più grandi che in questo momento. Migliaia di persone hanno seguito il feretro del rampollo di una delle famiglie cristiane più rappresentative del Libano moderno, assassinato da un sicario nella sua auto. Il premier libanese Fouad Siniora ha invitato tutti i ministri del suo governo a non abbandonare le residenze governative, cercando così di superare temporalmente il momento in cui sarà formato il Tribunale internazionale che dovrebbe giudicare gli assassini dell’ex-premier Rafik Hariri.

Il meccanismo che è stato innescato dai terroristi siro-iraniani con l’assassinio di Gemayel è chiaro. Si tenta di portare il governo libanese all’impossibilità di svolgere le sue funzioni, assassinando uno per uno tutti i ministri non filo-siriani, fino a portare sotto la soglia dei 2/3 la maggioranza necessaria per le votazioni. Questa strategia ha avuto ora un’accellerazione dopo i cambiamenti nelle èlite governative americani, tra i quali sembrerebbero prendere il sopravvento le colombe capitanate da James Baker, sostenitrici di un dialogo con Siria ed Iran. Ma sui tavoli delle negoziazioni, si sa, gli arabi sanno il fatto loro e, con le catene di omicidi di illustri politici, possono ora mettere una maggiore pressione sui loro avversari, mostrando di volere rientrare con modalità già tristemente conosciute nella partita libanese.

Noi non siamo, in linea di principio, favorevoli o contrari alle strategia dialoganti. Pensiamo che il successo derivi dalla capacità di cogliere l’essenza delle situazioni e di adattare a queste le strategie. Siamo quindi tra quelli che, in questo caso, ritengono infausto qualsiasi approccio ammiccante o compassionevole verso paesi come l’Iran e la Siria. Il primo, pronto a qualsiasi passo dall’alto del suo atteggiamento apocalittico, pur di assurgere a potenza di riferimento nell’area mediorientale. Il secondo, sempre più convinto che il Libano sia parte della Grande Siria. Entrambi, vogliono la distruzione di Israele e sono dominati da burocrazie e teocrazie ostili all’occidente e terrorizzate dai contesti democratici, culturalmente e scientificamente avanzati dell’Europa e degli Stati Uniti.

Il fatto è che in Europa chi comprende la pericolosità di atteggiamenti benevoli e di aperture ipocrite, non rappresenta la maggioranza dei governanti. L’Italia, in questo momento, non è da meno e il nostro Primo Ministro Romano Prodi, non sembra poter smentire la sua imbecillità, quando va a dichiarare in un’intervista al Figaro, con il corpo di Gemayel ancora caldo, che “non parlare con la Siria non è una soluzione” e che “l’Iran fa di tutto per farci comprendere che è il solo paese che conta in Medio Oriente. E’ la conseguenza della guerra in Irak.”. Le espressioni di opportunismo e l’incapacità di comprendere la gravità di queste parole, in un momento di estrema tensione e di delicati equilibri, sono già note in questo personaggio. D’altra parte la lettera segreta inviatagli da M. Ahmadinejad e arrivata in nostro possesso, conferma che i suoi interessi sono diversi dalla pacificazione dell’area.

Il nostro pensiero va quindi ancora una volta alla popolazione libanese e ai milioni di arabi musulmani stanchi dei signori del terrore e dei politicanti responsabili di sofferenze e di mancanza di libertà. Sono loro la nostra speranza ma noi continuiamo a non comprendere che se il Libano rimarrà uno stato libero e indipendente e se riuscirà a neutralizzare le falangi terroristiche di Hezbollah, ciò sarà possibile a condizione che l’occidente segua una strategia chiara di sostegno al governo legittimo di  questo paese e di individuazione del vero nemico.

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