La peggiore sinistra del mondo

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Da Camillo:

«La peggiore sinistra del mondo: Abbiamo la sfortuna di avere la peggiore sinistra del mondo, specie sulla questione delle nuove ideologie totalitarie. Lasciamo stare, per un momento, i comunisti, gli antagonisti e tutti quelli che nel mondo occidentale sono finiti nella spazzatura della storia e da noi incomprensibilmente al governo. Parlo della sinistra cosidetta moderata, moderna e democratica. E’ quella la peggiore sinistra del mondo. Dunque. Abbiamo un ministro degli Esteri che crede che Hamas sia un interlocutore democratico e che i palestinesi che trattano con Israele gli avversari (ieri è stato rimbrotatto dal ministro degli Esteri socialista francese). Crede lo stesso di Hezbollah, con cui va a braccetto. Sull’Iran “no a nuove sanzioni”, mentre rivendica gaiamente trattative per la liberazione di 5 capi talebani in Afghanistan. Fassino, quello “sionista” del gruppo, è più o meno d’accordo e pure lo scrive sulla prima pagina del Corriere della Sera. Giuliano Amato oggi fa l’elogio del velo e spiega che l’Islam ci insegna valori preziosi riguardo alla dignità delle donne. Sul fronte intellettuale, diciamo così, Giancarlo Bosetti pubblica su Reset un appello di intellettuali de sinistra contro il musulmano laico Magdi Allam, colpevole di difendere l’unica società libera e democratica del Medio Oriente e di denunciare il pericolo del fondamentalismo islamico. Il leader del nascituro Partito Democratico non affronta mai la questione più importante di questi anni e, ieri, sulla Stampa è stata riportata una sua frase di un paio d’anni fa in cui mette sullo stesso piano “schiavismo” e “reaganismo”. E’ la peggiore sinistra del mondo and I’m not feeling fine

Ecco perché mi tocca votare Berlusconi (speriamo che tolgano il voto agli italiani all’estero).

Manifestiamo per la difesa dell’individuo

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Vedere le immagini delle chiese cattoliche distrutte in Kosovo dai musulmani o leggere le storie dei cristiani decapitati in Indonesia, fa trasalire. La reazione è di sdegno e di impotenza. Ci diciamo che qualcuno deve fare qualcosa. Per esempio, denunciare pubblicamente con una manifestazione.

Eppure. Eppure ci chiediamo perché anche un musulmano come Magdi Allam decida di usare la grancassa di questa manifestazione per denunciare un fenomeno endemico che con i cristiani c’entra poco.

Naturalmente i cristiani sono fra le prime vittime della repressione islamica. Ma il pericolo è di credere che l’Islam integralista e violento sia tale in quanto antagonista al cristianesimo, sulla falsa riga della Lectio Magistralis di Ratisbona. Il pericolo è volere a tutti i costi polarizzare lo scontro, costruire una fazione, i buoni cristiani, che si contrappongono a quelli che, per tutti e non solo per i cristiani, sono i cattivi musulmani.

E’ falso e fuorviante. La visione messianica dell’integralismo islamico non vede nel cristianesimo, in sé, il suo obbiettivo. L’obbiettivo è tutto ciò che si muove al di fuori dell’Islam, in primis i sionisti. L’obbiettivo è l’islamizzazione planetaria, la restaurazione del califfato che passa, per ovvie ragioni, anche dalla repressione dei cristiani.

Non vogliamo con ciò sostenere che i cristiani non siano degni di ricevere il giusto supporto, anzi, 10 milioni di cristiani fuggiti dal Medio Oriente rappresentano una cifra imbarazzante. Vogliamo però smarcarci dagli schieramenti cristiani vs. musulmani e anche dalla difesa della libertà di religione tout court.

Vogliamo semplicemente difendere l’individuo, il suo corpo e la sua mente, con tutte le sue libertà, di cui quella religiosa è solo una. E certamente non è “la prima e fondamentale tra le libertà dell’uomo“. Di fede non si campa e se basassimo la nostra difesa solo sulla religione, escluderemmo chi non è religioso.

Round-up: come ci fa notare nostra sorella Inyqua, pure i valdesi criticano e si dissociano.

Siamo gli spettatori dell’inferno mediorientale

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Se si potesse definire con una metafora la soluzione finale ai problemi che affliggono il Medioriente, questa sarebbe senza dubbio l’”Inferno”.

E’ lì che quella zona del pianeta, tanto ricca quanto dannata sta sprofondando. Agli occidentali non resta che aspettare e stare a guardare. Tanto prima o poi, sprofonderanno. Gli indizi ci sono già e molto chiari.

L’Iran, stato che ambisce ad una posizione egemone di potenza nucleare, tra pochi anni sarà popolato solo da analfabeti. Ogni anno 150.000 laureati lasciano il paese. L’economia è sull’orlo del baratro. La disoccupazione ufficiale è al 20%, quella ufficiosa ben più alta. L’inflazione accelera velocemente e raggiungerà il 20% entro la fine dell’anno.

L’esplosione demografica e le politiche assistenzialiste stanno provocando, paradossalmente, degli effetti perversi, probabilmente irreversibili. Il parco di veicoli circolanti è aumentato vertiginosamente negli ultimi anni anche grazie al prezzo politico applicato ai carburanti e questo sta causando il collasso dei conti pubblici. Infatti dall’inizio dell’era Ahmadinejad, nessuna compagnia petrolifera straniera ha firmato contratti in Iran e il paese è costretto a importare carburanti e a pagare una bolletta petrolifera che nel 2010 arriverà a 100 miliardi di dollari.

Fin’ora, nel corso del 2007, il paese ha dovuto importare 40.000 tonnellate di grano e spendere oltre 50 milioni di euro per acquistare frutta, carne ed uova. I parchi di Tehran sono popolati soprattutto da tossicodipendenti mentre il mercato immobiliare cresce a ritmi del 30% all’anno.

Gli iraniani stanno sul ciglio dell’inferno asiatico. Su quelli mediterraneo ci sono invece i Palestinesi e i libanesi. L’82% dei vicini di Israele dichiarano di vivere in un paese senza futuro e il 92% si sentono in una insicurezza permanente. Dall’inizio dell’Intifada nel 2000, 80.000 persone sono emigrate dalla Cisgiordania, sapendo che non vi ritorneranno mai. Nel 2007 questo fenomeno ha avuto una accelerazione impressionante, raggiungendo, ad oggi, la cifra di 10.000 persone in meno di 6 mesi. Va da sé che a emigrare sono i cittadini appartenenti alle classi più istruite.

La Striscia di Gaza sta ancora peggio. Nel solo 2007 sono state 200.000 (15% della popolazione locale) le persone a fuggire in Egitto. Il fenomeno è facilmente interpretabile tenendo conto che, a differenza della Cisgiordania, gli Israeliani hanno lasciato alle milizie avversarie il compito di mantenere la sicurezza…

Oggi sostenere che il problema Palestina sia causato dalla nascita dello Stato di Israele è un eufemismo. Le stragi alle quali assistiamo in questi giorni non sono altro che l’espressione della ferocia tribale tipica di fazioni racchiuse in una cultura medioevale. Paradossalmente, l’unica via di uscita potrebbe essere proprio il contrario degli obbiettivi dei quali il popolo palestinese ha sognato per decenni.

C’è chi sostiene che annettere ad Israele tutti i territori riporterebbe sicurezza e tranquillità. Qualcun altro si spinge più in là e ipotizza una rinuncia definitiva alla creazione di uno stato palestinese.

Noi abbiamo rinunciato da un pezzo a sostenere l’ipotesi degli accordi e del “regime change”. L’evidenza dei fatti non dà più spazio a questa possibilità. Si tratta invece di navigare a vista, cercando di evitare il tracollo dell’una o dell’altra parte. A spese della popolazione. Ammesso che rimanga qualcuno.

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Pericoli

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E ora vogliamo vedere chi può ancora sostenere che l’Islam sia un pericolo per l’Europa. Il pericolo sono gli europei: più sono evoluti di intelletto, peggio è.

Turchia: la rinuncia di Abdullah Gül

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Abdullah Gül, Ministro degli Esteri turco, ha annunciato la sua rinuncia a ripresentarsi come candidato alla presidenza del paese dopo che lo scrutinio è stato invalidato dal Presidente del Parlamento a causa della mancanza del quorum. Ora si terranno le elezioni anticipate, previste per il 22 luglio ma le speranze di vedere mutati gli equilibri in Parlamento sono deboli.

Il partito dell’attuale premier Erdogan ha proposto una modifica della legge elettorale, con l’abbassamento a 25 anni dell’età minima per l’eleggibilità dei deputati il che rendrebbe, tra l’altro, più difficile l’elezione di parlamentari indipendenti. Purtroppo c’è da registrare il pericolo reiterato di una rappresentanza post elezioni che non cambierà gli attuali assetti parlamentari.

L’AKP rischia di riuscire ancora ad ottenere una maggioranza schiacciante e questo, paradossalmente, anche grazie alle gerarchie militari. Dal 2002 vige infatti un sistema di sbarramento proporzionale del 10%, causa della disparizione del voto di circa la metà dei votanti e della vittoria schiacciante dell’AKP. I militari quindi sono le sentinelle ma anche gli involontari fautori di questa situazione.

L’Europa invece continua a non capire. Molti, specialmente a sinistra, ritengono che le manifestazioni oceaniche a difesa dello stato laico, tenutesi nelle ultime settimane, altro non siano che una strumentalizzazione di piazza dei kemalisti e dei militari. La maggioranza, invece, sarebbe silenziosa e favorevole ad una continguità della politica con la religione. Non è ben dato sapere come si possa affermare una tale idiozia visto che alle ultime elezioni sono stati quasi il 50% i voti andati ai piccoli partiti indipendenti, tagliati fuori dalla competizione dalla clausola di sbarramento.

Oggi l’Europa è alleata nei fatti agli islamisti, moderati o meno che siano. Entrambi chiedono il rispetto delle regole democratiche, dimenticando che i casi storici della Germania d’ante guerra o della Palestina di oggi dimostrano che un paese può perdere la libertà attraverso libere elezioni. Resta quindi in sospeso il problema della legittimità e ammissibilità elettiva di qualsiasi partito islamista, seppur moderato, la cui dottrina si fonda sempre sul presupposto che non vi possano essere altre leggi se non quelle dettate dalla sharia.

La vicenda dell’Algeria ci ha anche insegnato che se i laici ed i militari permettono una fuga in avanti ai partiti coranici, la guerra civile può essere il prezzo necessario per scrollarsi di dosso la capitolazione dello stato laico ed indipendente. Nonostante questo paese si situi a pochi chilometri dalle coste europeee e che la Turchia sia un nostro vicino, c’è chi continua a sostenere la necessità di negoziati e di regole democratiche ed il rispetto della costituzione.

Da ieri nel continente c’è però una novità. L’elezione di Nicolas Sarkozy e l’eventuale spostamento a destra del Parlamento francese, promettono un cambiamento nella politica del dialogo con il paese di Ataturk. Il nuovo Presidente è stato chiaro su cosa si dovrà dire ai turchi:

Potrete essere associati in ambito europeo ma non potrete diventare un paese membro: siete in Asia minore“.

Una affermazione tanto schoccante quanto chiara. Inverosimile nella bocca di un qualsiasi uomo politico italiano, di un campione del politically correct.

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