Adottiamo Adolf Ogi

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Lo chiamano “signor Ogi“: è AdolfOgi, ex ministro svizzero, l’uomo che ha reso possibile una delle più imponenti opere infrastrutturali che la Svizzera abbia mai realizzato. Si tratta del tunnel ferroviario di base del Lötschberg che collega l’alto vallese con il cantone di Berna. Il tunnel è stato inaugurato ufficialmente il 9 dicembre scorso e vi transiteranno ogni giono 42 treni passeggeri e 70 convogli merci. Permetterà dei notevoli risparmi di tempo sulle tratte che dall’Italia e dall’arco lemanico portano verso la Svizzera interna. A partire dalla fine del 2008, l’entrata in servizio dei nuovi Etr 600 della società mista italo-svizzera “Cisalpino”, farà viaggiare i passeggeri a 260 km/h nel tunnel.

Che c’è di strano in tutto ciò, direte voi? Di strano c’è che la Svizzera, 7,5 milioni di abitanti, cioè la Lombardia o poco più, ha fatto tutto questo in tempi brevi e con soldi propri. Non ci sono stati contributi UE né di privati e, soprattutto, non ci sono stati né TAV né no TAV. Vabbè, direte voi, gli svizzeri sono bravi ma ora anche noi ci stiamo dando da fare e, prima o poi, li acchiappiamo.

Acchiapparli sarà difficile, se non impossibile. Mentre costruivano il Lötschberg, gli svizzeri hanno deciso che essere al terzo posto nel mondo tra i costruttori di tunnel non bastava: hanno quindi iniziato a costruire il tunnel di base ferroviario del Gottardo, il più lungo del mondo con i suoi 57 km. Il tutto illustrato in tempo reale sul sito della AlpTransit, con dovizia di particolari.

E dire che non stiamo parlando di un popolo che vive agli antipodi, stiamo parlando dei nostri vicini. Vabbè, consoliamoci con la Tav e Di Pietro, visto che non abbiamo il “signor Ogi”!

Un milione a missile

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Anche se l’Autorità Palestinese e Hamas non si possono certo definire due frazioni legate da profonda amicizia, stiamo pur parlando dei Palestinesi. Abu Mazen tratta con Israele con l’aiuto della comunità internazionale e qualcuno dice che le cose stiano progredendo. Hamas, invece, manda ogni giorno una ventina di missili sulle teste degli israeliani di Sderot e dintorni e anche in questo caso qualcuno dice che le cose progrediscono nel senso che la popolazione israeliana di quei luoghi è sempre più terrorizzata.

Un popolo diviso in fazioni che fa del doppiogiochismo e della violenza la sua ragione di vita, non può certo lamentarsi se poi le cose vanno male dal punto di vista economico. I necessari posti di blocco israeliani e l’incapacità di vivere una vita normale con i propri vicini, non fanno altro che alimentare miseria, corruzione e violenza.

Allora il cortocircuito è: io (Abu Mazen) tratto con te ma tu devi fare il bravo mentre trattiamo; intanto l’altro (Hamas) tira i missili e gli israeliani si stanno stufando di fare i bravi; gli israeliani cominciano a minacciare di occupare Gaza per stanare i cecchini che tirano i missili; allora vuole dire che non sanno fare i bravi! Una cosa da matti.

Siccome è una cosa da matti, della quale peraltro i giornali parlano pochissimo, i matti chiedono soldi alla comunità internazionale (sennò smettono di trattare, chiaro?) e la comunità internazionale, invece di dirgli che i soldi li avranno solo quando ci daranno il cammello (l’accordo), che fa? Dà ai palestinesi 7 miliardi di dollari, cioè più di quello che hanno chiesto. Chiaro?

Ghulam

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Si chiama Ghulam la bambina afghana della foto e Faiz Mohammed l’uomo. Lei ha 11 anni, lui 40. Ghulan è la vittima di un costume tanto arcaico quanto ancora presente in molti paesi: è’ stata data in sposa all’uomo, che ha pagato per comprarsi la sua 10a moglie. Ora non ha più una vita propria, autonoma e, se sarà fortunata, potrà al massimo avere una istruzione scolastica.

L’Asia meridionale è il luogo dove vive la metà delle decine di milioni di donne obbligate a sposarsi in età adolescenziale. Questa pratica non è più presente nei paesi occidentali avanzati, anche se in alcuni di essi lo è stata ancora fino a pochi anni fa. Ma qui, grazie al cielo, la “decadenza dei costumi” ha anche procurato una impressionante accelerazione di certi cambiamenti epocali, primo fra tutti la condizione della donna.

In Svizzera le donne fino a pochi anni fa non potevano votare. Oggi quasi la metà dei ministri elvetici sono donne. In Italia fino all’inizio degli anni ‘80 esistevano le attenuanti per i delitti d’onore. Oggi una cosa del genere è impensabile.

La modernità e l’evoluzione possono essere agevolmente misurate guardando alla condizione della donna. Se è posta sotto tutela, se è priva di diritti, prima di tutto quello all’istruzione, vive in un paese barbaro.

Questa foto ha vinto il premio UNICEF per il 2007. Dobbiamo guardarla e non dimenticare in che situazione privilegiata viviamo. Dobbiamo ricordare quanto le credenze e i dogmi religiosi possano annichilire la dignità e la libertà dell’uomo. Dobbiamo riconoscere quanto benefico possa essere il bieco relativismo e allontanare i nostri sensi di colpa.

Alitalia, comunque vada siamo messi male

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Il ministro Bianchi dichiara che una decisione sulle sorti di Alitalia si prenderà solo dopo le feste. Lui sente il bisogno di riflettere ancora, come se la vicenda della nostra sconquassata compagnia di bandiera fosse nata ieri. Intanto il vettore continua a costare qualche milione di euro ai contribuenti italiani, perde quote, credibilità e il suo titolo cade a picco.

L’indecisione del ministro mostra gli effetti deleteri dell’azione politica quando si immischia nelle vicende di mercato con obbiettivi che vanno contro il mercato. Bianchi vorrebbe Air One perché i sindacati così vogliono. Poco importano le conseguenze commerciali.

La vicenda è un amaro esempio delle decadenza italiana. Sono mesi che il governo, a parole, dice di volere sistemare in mani amiche la compagnia di bandiera. Sono mesi che non succede niente, se non un fuggi fuggi di potenziali acquirenti. Sono mesi che il paese ci fa una pessima figura.

Ora siamo al rede rationem. Molti vorrebbero la vittoria di Air France perché una compagnia di successo, privata, di grandi dimensioni e orientata al mercato darebbe allo sconquassato vascello un colpo di timone salutare. Ma anche qui i dubbi restano perché Air France-Klm soffre comunque dei mali tipici delle ex-società statali, è molto sindacalizzata e non attua una politica multi-hub, il che significherebbe un enorme danno all’operatività di Malpensa.

Altri, invece, vogliono Air One, vettore italiano appoggiato da una banca italiana. Si salvaguarderebbero l’italianità ed i due hub ma sarebbe una operazione poco commerciale, centrata sulla redditività di quel 90% di quota di mercato della ricca rotta Milano-Roma.

Insomma, comunque un bel disastro. A farne le spese saranno gli utenti e così il paese, nell’una o nell’altra soluzione. Dobbiamo ringraziare tutti per averci portati in questa situazione: i governi di destra e di sinistra, incapaci di prendere il problema per le corna; i sindacati che si divertono a far scioperare i dipendenti più tutelati e privilegiati di tutta la galassia dei vettori aerei; i dipendenti, accomunati da quella loro spocchia e arroganza che ci accoglie con accento vagamente romanesco ogniqualvolta saliamo a bordo.

Che si doveva fare? Chi scrive vive in un paese ricco e prospero. Eppure anche qui, qualche anno fa, un management di pazzi furiosi ha mandato a gambe all’aria la compagnia di bandiera. Oggi è rinata sotto l’ombrello di una grande compagnia estera e funziona benissimo, anzi è una delle migliori compagnie europee. Il segreto? Hanno seguito il mercato, ma per davvero, fino al fallimento.

Sarkozy mette a dieta la Francia e gli avvocati divorzisti

Notaio Botero

Come previsto la maggior parte dei giornali hanno riportato in modo parziale la notizia del lancio delle riforme volute da Nicolas Sarkozy per rivoluzionare la pubblica amministrazione francese. È comprensibile l’interesse per le nuove procedure atte a semplificare i divorzi da un punto di vista burocratico ma gli obbiettivi di cambiamento che si pone il Presidente francese vanno ben al di là di questa pur interessante notizia.

Dopo l’avvento del muscoloso e deciso Sarkò, la Francia ci piace ancora poco sui temi di politica estera, a causa del suo smaccato opportunismo, mascherato da interventismo. I diritti umani, tanto presenti nel motto della “République”, rimangono sul suolo francese quando le opportunità di vendita di centrali nucleari o di aerei a paesi dittatoriali si fanno interessanti. Né ci entusiasma il ritornello su un possibile ritorno a politiche protezioniste.

All’interno del paese, invece, Sarkò ci diletta. Vuole che il paese si scrolli di dosso le derive socialiste, apparentemente ugualitarie ma causa del radicamento di privilegi inaccettabili. Non indietreggia davanti alla minaccia di paralisi del paese, quando 10 giorni di sciopero paralizzano i trasporti. Vuole riformare tutto e difende ad oltranza l’operato dei suoi ministri.

La Francia ha l’apparato burocratico più mastodontico d’Europa. Efficiente, è vero, ma troppo costoso e macchinoso. Ora il programma presidenziale prevede circa 100 misure, volte a raggiungere un sistema ancora più efficiente e, soprattutto, meno costoso.

L’esempio preso è quello della Germania. La differenza della spesa per la Pubblica Amministrazione tra i due paese è di circa 150 miliardi e Sarkozy ha così commentato:

«Chi mi dice che su questi 1.000 miliardi (l’ammontare totale della spesa per la burocrazia in Francia ndr), non è possibile fare delle economie senza ridurre la qualità del servizio pubblico, nega qualsiasi idea di progresso».

Vale la pena, comunque, parlare anche del divorzio. In futuro in Francia si potrà divorziare davanti ad un notaio, sempre che i coniugi lo vogliano in modo consensuale. Per gli interessati si tratterà di un risparmio di tempi e di costi e l’apparato giudiziario ne beneficerà per l’eliminazione di attività non necessarie nelle aule dei tribunali.

Tutte queste cose in Italia non sono neanche lontanamente pensabili. I governi di sinistra e di destra non hanno mai intrapreso nessuna iniziativa concreta per semplificare l’operato della burocrazia. Il motivo è semplice: nel nostro paese il burocrate non è al servizio del cittadino ma di sé stesso e della politica. Se il suo lavoro non è più complicato o è addirittura inutile, la sua esistenza cessa di esistere e, con essa, l’interesse della politica a mantenerlo in vita. Il cittadino esiste per tenere in vita il burocrate, non è il burocrate che aiuta a vivere il cittadino.

Così, oltre ai costi a carico della comunità, il rapporto con i cittadini è complesso e conflittuale e il paese arretra, nonostante un settore privato che tira la carretta. A questo problema strutturale ne aggiungiamo un altro: l’Italia non ha un Sarkozy né può pensare di partorirlo. Glielo impedisce anche un sistema elettorale e di regolamenti, ora in discussione tra i principali leader del paese. Pensiamo davvero che partoriranno un elefante? O, piuttosto, un topolino?

P.s. è un italiano, un “cervello in fuga” ad aiutare la Francia nella riforma dello Stato. Volere è potere.

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