Una voce per Élie Wiesel

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(Buchenwald, 1945 – Élie Wiesel è il settimo da sinistra nella seconda fila)

Grazie a Giuseppe Rigalzi, leggiamo su Carmilla un interessante articolo di Girolamo de Michele. Élie Wiesel, rumeno, sopravvissuto alla Shoah, premio Nobel nel 1986, è stato ospite il 27 giugno scorso alla Milanesiana. Durante il suo intervento, titolato “Le religioni e l’ombra del male“, ha osato fare alcune insinuazioni. Vediamole.

Il fanatismo di chi è convinto di possedere l’Assoluto è stato la matrice del male assoluto nei regimi totalitari:

«l’umanità si è dimostrata capace di raggiungere il male assoluto, mentre il bene assoluto restava inafferrabile… Fu fondato un universo parallelo al nostro, una creazione simile, o forse opposta, alla nostra, con le sue classi sociali, i suoi principi e i suoi mendicanti, profeti e schiavi, invenzioni e costumi, filosofia e linguaggio. In quei Paesi venivano violate, corrotte, le leggi stesse della natura: il cieco potere del più giovane e umile soldato delle SS era più grande di quello delle centinaia e centinaia di poeti e scienziati che aveva di fronte. A costoro era proibito guardarlo negli occhi: non si guarda negli occhi Dio, o la Morte, impunemente…quando l’Assoluto si trasformava in potere assoluto, diventava la negazione della libertà e il nemico di chi, la libertà, voleva difenderla…[oggi ndr] stiamo forse assistendo a un ritorno della inesorabile ricerca dell’Assoluto? Sì, in tutte le religioni di oggi in cui gli estremisti guadagnano terreno in numero e forza. Lo so: dentro di voi, il pensiero va all’Islam, ma l’Islam non è il solo a sedurre fanatici. Il cattolicesimo ha i suoi, così come il protestantesimo e l’ebraismo».

Dunque, una chiara presa di posizione contro qualsiasi forma di di estremismo religioso, inteso come “ritorno della inesorabile ricerca dell’Assoluto“, cattolicesimo compreso. La reazione non si è fatta attendere.

In un articolo su Avvenire, Davide Rondoni non usa mezzi termini: Wiesel è un “luogocomunista”, pieno di pregiudizi, impreciso, scrive mezze verità e continue superficialità. Non solo: i suoi luoghi comuni possono essere dannosi. Il luogocomunismo è invece la motivazione principale di Rondoni, il quale, come fa notare Girolamo de Michele, «non capisce quel che scrive, o non considera religiosa la fede ebraico-talmudica di Wiesel».

I milanesi spettatori della manifestazione, saranno stati certamente contenti. Lo conferma anche il giornalista dell’Avvenire, testimone dell’evento (??) che scrive:

«E dunque ecco di nuovo la religione sul banco degli imputati. Così l’applauso della borghesia milanese che si crede illuminata è assicurato».

Insomma, avere osato insinuare che anche in casa cattolica [o ebraica o protestante o islamica ndr] il fanatismo religioso possa portare con sé la matrice del male assoluto, non può che generare una risposta scontata: sono affermazioni “dannose“, fatte per strappare l’applauso di una borghesia, quella milanese, presuntuosamente illuminata. Nessuna confutazione, nessuna discussione, anzi, una bella dose di negazionismo. Wiesel è dipinto come uno spretato, un miscredente, un incapace di senso della religiosità, senza che alcun accenno sia fatto alla sua fede talmudica.

Strano che Davide Rondoni, non lo abbia accusato di apostasia o di essere un infedele. Se lo avesse fatto, sarebbe stato identico ai suoi cugini islamici anche da un punto di vista linguistico e formale. Perché nei fatti è identico.

L’Europa davanti alla crisi della Turchia

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Il popolo turco si è espresso in modo inequivocabile. Oltre 1 milione di persone sono scese nelle piazze ad Ankara per manifestare in favore della laicità dello Stato. Nonostante la dura presa di posizione dei militari e le manifestazioni, il ministro degli affari Esteri, Abdullah Gül ha deciso che non si ritirerà dalla candidatura di Presidente.

La novità della situazione è che, accanto ai militari, sono la popolazione, gli intellettuali e la magistratura a scendere in campo per proteggere il paese dalla possibilità di una deriva islamista. L’esercito aveva già presentato il conto ai partiti partigiani della sharia quando negli anni 1960, 1971 e 1980 aveva evitato la loro presa del potere con un colpo di stato. Nel 1997 era stato il primo governo filo-islamico a dare le dimissioni a causa delle pressioni militari.

Ora con il “memorandum di mezzanotte“, i generali turchi hanno accusato con termini duri il governo di non difendere i principi laici della Repubblica e hanno ricordato che sarebbero stati pronti a farlo in sua vece. Questa volta però, anche la reazione del governo è stata ferma e, escludendo qualsiasi dimissione, il portavoce ministeriale ha ricordato che lo Stato Maggiore dell’esercito è sottoposto agli ordini del Primo Ministro.

Recentemente, sulle pagine di Panorama, Enzo Bettiza ha riproposto il tema dell’ingresso della Turchia in Europa come possibile antidoto verso una deriva islamista:

«La Turchia non resta ferma. Se non entrerà si sposterà ad Oriente, tornerà all’Asia, reislamizzandosi e minacciando di diventare con tutto il suo peso demografico e strategico una delle più importanti e insidiose componenti dell’Islam contemporaneo.»

Ma la domanda da porsi è: cosa sarebbe realmente in grado di fare l’Europa per evitare la deriva e per aiutare il paese a mantenere i principi fondanti della sua democrazia tanto cari al suo fondatore Ataturk? Che tipo di barriere sarebbe in grado di costruire verso la pressione dell’islamismo integralista? Che capacità avrebbe di trasmettere alle popolazioni musulmane turche il valore dei suoi principi inviolabili?

Non dobbiamo scordare che stiamo parlando di un continente esso stesso sostanzialmente in balia dell’onda islamica. Un complesso di paesi nei quali non vi è una univocità nelle politiche di immigrazione e nella percezione del problema demografico legato all’immigrazione dai paesi musulmani.

Paesi come l’Inghilterra permettono che in molte scuole si cancelli dai libri di testi qualsiasi riferimento alla Shoah. In Italia il denaro pubblico è speso per la costruzione di moschee e cioè per i principali luoghi di propaganda del terrorismo e delle dottrine finalizzate al rovesciamento dell’ordine costituito dello Stato. In Olanda la burocrazia di stato ha costretto ad espatriare l’esponente politica e scrittrice Ayan Hirsi Ali, un simbolo della lotta contro i crimini ed i costumi fondamentalisti dei musulmani. In Francia è stato sufficiente che un qualsiasi professore di scuola scrivesse un articolo contenente alcune sacrosante osservazioni sull’Islam per scatenare una reazione alla quale buona parte dell’opinione pubblica ha reagito trasformando la vittima in carnefice. In Germania un giudice ha tollerato le violenze causate da un marito alla propria moglie perché fatte nel contesto di costumi per i quali ciò non costituisce reato.

Spesso l’incapacità a comprendere il fenomeno dell’estremismo islamico e di come e quanto questo sia capace di fare presa su una larga fascia degli immigrati, senza lavoro e con problemi di integrazione, caratterizza la società ed i politici europei. Ne sono testimoni i fallimenti di quasi tutti i modelli di integrazione, sia che si parli di quello francese, inglese o spagnolo. L’Italia non è da meno anche se non ancora investita dai numeri dei flussi migratori degli altri paesi ma si prepara ad affrontare l’onda solo con fantomatici inviti al dialogo, Consulte e diritti di voto.

In questo contesto cosa può realmente offrire il continente europeo ad un paese come la Turchia, popolato da 70 milioni di persone? Come possiamo pesare di costituire un baluardo politico per un paese con dei movimenti filo islamici potenti e una vicinanza geopolitica verso il medio oriente musulmano? Siamo realmente certi di essere meglio dell’esercito turco per preservare la laicità dello Stato? Saremmo in grado di affrontare le ambiguità di personaggi come il Presidente turco, Tayyip Erdogan e degli esponenti del suo partito?

Noi crediamo che, seppur a medio termine la Turchia possa iniziare un processo di avvicinamento verso il nostro continente, ma che prima di spalancare le porte sia necessario tenerle ben chiuse e guardare al nostro interno con occhi meno ignoranti o ingenui e senza le lenti delle ideologie buoniste. Potremmo vedere qualcosa di poco piacevole.

Update: tanto per stare in tema

Leggiamo le verità sui regimi islamici

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Questo signore ha scritto dei libri (qui e qui) sui regimi islamici. Basterebbe leggerli per comprendere in modo autentico il problema. Qui ci spiega alcune cose ovvie. Per esempio perché non si possono confondere le mire strategiche dei regimi bolscevici con quelle delle dittature nazi islamiche; poi, perché in MedioOriente (ma non solo), i più grandi errori americani degli ultimi 60 anni sono stati commessi soprattutto da presidenti democratici; infine, perché non è corretto parlare di un asse israelo-americano.

Purtroppo in molta parte del mondo occidentale, quando parliamo di egemonia sciita, sunnita o dei talebani, le opinioni più correnti sono quelle dei protettori del politically correct come Farian Sabahi. La Sabahi, a proposito della recente crisi nei rapporti tra Iran e Gran Bretagna, ha definito gli inglesi “quegli arroganti“. Probabilmente ha ragione, ma in questo contesto, l’errore è di confondere il lato del tavolo dove si sta seduti.

Conferenza di Tehran sulla Shoah /1

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Nei giorni in cui prende inizio la conferenza sull’Olocausto a Tehran, Simon Wiesenthal denuncia il tentativo dell’Iran di dimostrare con l’aiuto di “70 revisionisti” l’inesistenza storica della Shoah. Davanti ai proclami di Ahmadinehad, al presidente israeliano Olmert non resta che annunciare l’esistenza di arsenali nucleari nel suo paese, visto che gli aeri israeliani non possono sorvolare i territori libanesi per sorvegliare le operazioni militari di Hezbollah e che molti paesi europei negano ora il permesso ad Israele a rifornirsi nei loro aeroporti quando trasportano armi.

A margine della conferenza, studiosi universitari, politici e leaders religiosi stanno tentando di formare una fondazione internazionale incaricata di svolgere ricerche serie, scientifiche ed imparziali sull’Olocausto. Il solito Herbert Schaller, noto avvocato dello storico revisionista David Irwing, ora in galera, ha sostenuto la necessità di difendere i diritti degli studiosi sostenitori di una versione della Shoah diversa da quella ufficiale.

Lo stesso Schaller è intervenuto nella giornata di martedì 12, facendo una dichiarazione secondo la quale

«ogni anno diecimila cittadini tedeschi sono incarcerati per aver messo in dubbio l’Olocausto…Complessivamente 114 anni di prigione sono stati scontati per gli storici che hanno proposto le loro tesi sgradite sull’Olocausto e questa non è libertà di parola…esprimo il mio più profondo rispetto per il presidente Ahmadinejad che è stato il primo grande politico al mondo che ha detto che i tedeschi vengono penalizzati per un’azione, l’Olocausto, che forse non hanno nemmeno commesso.»

Il secondo giorno della conferenza, alla quale partecipano studiosi da più di 20 paesi, ha visto i primi interventi di alcuni importanti storici, rabbini e cosiddetti studiosi. Tra gli altri uno dei più illustri negazionisti, Roberto Faurisson.

Gli altri conferenzieri del secondo giorno sono stati:
1) Mohammad Edris, Islamic University, Jacarta , Indonesia
2) Gholam Reza Vatan Dust, Shiraz Univ. , Olocausto e le conseguenze
3) Veronica Clark , Senior Researcher, U.S.A. , A Challenge to the official Holocaust Story
4) M. Berkouk, Director, Human Security Program, Algerian University , Algeria , Holocaust & Zionism agenda
5) Abdolsalam Ikhlef, Director, Dept. for Political Sciences, Constantine Univ., Algeria , Holocaust, Israeli Lobby
6) Wolfgang Froehlich, Senior Researcher, Austria , Holocaust, realities & Evidencies
7) Mohammad Mansour Nejad, Director, Group of Religion, National Study Institute, Iran , Comparative review of roots and functions of fascism & Zionism
8) Mohammad Jouili, Sociology University Professor, Tunisia , Holocaust & Blackmail
9) Taregh Ahmed, Researcher, Al-Tajdid Social & Cultural Society, Bahrain , Holocaust, the achilles heel of a primordial Jewish Trojan
10) Alexander Baron, Senior Researcher, France , Holocaust of Nazis, a researcher view
11) Mohammad Hegazi, Adelaide Institute, Australia , The fate of Zionism project
12) M. Mojtaba Khan, New Delhi Univ. Professor, India , Zionism, Jewish fundamentalism or imperialist design”
13) M. Al Rousan, Political deputy of People’s movement, Jordan, Zionism & Jewish
14) Hossein Harsich, Isfahan Univ. Professor, Iran
15) Yaghob Zaki, Muslims Trust Institute, U.K. 16) Herbert Schaller, Lawyer , Austria
17) Non Rogerio, Juornalist , Portugal
18) Abu Zeid Edrisi , Morocco
19) Ebrahim Allosh, Jordan
20) Majid Ghodarzi, Islamic Culture & Communication Organization, Iran
21) Arnold Cohen , U.S.A.
22) Mohammad Tarahi, Iran
23) T. Mathias , Malaysia

Nei prossimi giorni su questo blog gli ulteriori aggiornamenti sulla conferenza di Tehran.

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