Vive la Bulgarie!

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Siamo reduci da un viaggio di lavoro in Bulgaria. Domenica scorsa, mentre il nostro povero MD-80 Alitalia (almeno 20 anni di vita…), rullava sulla pista accingendosi al decollo, Air Force One era già parcheggiato al terminal VIP dell’aeroporto di Sofia.

Per tutta la giornata la capitale e i sobborghi avevano pullulato di poliziotti ad ogni angolo delle strade. Sicurezza, innanzitutto, per il Presidente americano. Il paese balcanico è stato dominato per 5 secoli dai turchi. Alla fine dell’800 i russi hanno liberato i bulgari che per 40 anni sono poi stati governati da una monarchia sottomessa alla Germania. Tant’è che durante la seconda guerra mondiale, il paese è stato alleato di Hitler.

Poi un’altra dominazione, quella comunista bolscevica. Più di 40 anni passati alla socializzazione ed industrializzazione di una nazione agricola, popolata da miti contadini abituati alle dominazioni. Dopo la caduta del muro, i russi hanno continuato ad esercitare un influenza economica e politica della quale il paese non riesce a sbarazzarsi.

Forse è per questo che George W. Bush è stato accolto come un eroe, un liberatore. Noi, invece, abbiamo una specie di democrazia che data dalla metà degli anni ‘40 del secolo scorso. I comunisti, quelli puri e feroci, non li abbiamo mai conosciuti. E quindi pensiamo che sia Bush l’origine di tutti i mali. Scendiamo nelle strade per ricacciarlo dove è venuto, spacchiamo le vetrine e feriamo i poliziotti.

Dovremmo balcanizzarci.

Turchia: la rinuncia di Abdullah Gül

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Abdullah Gül, Ministro degli Esteri turco, ha annunciato la sua rinuncia a ripresentarsi come candidato alla presidenza del paese dopo che lo scrutinio è stato invalidato dal Presidente del Parlamento a causa della mancanza del quorum. Ora si terranno le elezioni anticipate, previste per il 22 luglio ma le speranze di vedere mutati gli equilibri in Parlamento sono deboli.

Il partito dell’attuale premier Erdogan ha proposto una modifica della legge elettorale, con l’abbassamento a 25 anni dell’età minima per l’eleggibilità dei deputati il che rendrebbe, tra l’altro, più difficile l’elezione di parlamentari indipendenti. Purtroppo c’è da registrare il pericolo reiterato di una rappresentanza post elezioni che non cambierà gli attuali assetti parlamentari.

L’AKP rischia di riuscire ancora ad ottenere una maggioranza schiacciante e questo, paradossalmente, anche grazie alle gerarchie militari. Dal 2002 vige infatti un sistema di sbarramento proporzionale del 10%, causa della disparizione del voto di circa la metà dei votanti e della vittoria schiacciante dell’AKP. I militari quindi sono le sentinelle ma anche gli involontari fautori di questa situazione.

L’Europa invece continua a non capire. Molti, specialmente a sinistra, ritengono che le manifestazioni oceaniche a difesa dello stato laico, tenutesi nelle ultime settimane, altro non siano che una strumentalizzazione di piazza dei kemalisti e dei militari. La maggioranza, invece, sarebbe silenziosa e favorevole ad una continguità della politica con la religione. Non è ben dato sapere come si possa affermare una tale idiozia visto che alle ultime elezioni sono stati quasi il 50% i voti andati ai piccoli partiti indipendenti, tagliati fuori dalla competizione dalla clausola di sbarramento.

Oggi l’Europa è alleata nei fatti agli islamisti, moderati o meno che siano. Entrambi chiedono il rispetto delle regole democratiche, dimenticando che i casi storici della Germania d’ante guerra o della Palestina di oggi dimostrano che un paese può perdere la libertà attraverso libere elezioni. Resta quindi in sospeso il problema della legittimità e ammissibilità elettiva di qualsiasi partito islamista, seppur moderato, la cui dottrina si fonda sempre sul presupposto che non vi possano essere altre leggi se non quelle dettate dalla sharia.

La vicenda dell’Algeria ci ha anche insegnato che se i laici ed i militari permettono una fuga in avanti ai partiti coranici, la guerra civile può essere il prezzo necessario per scrollarsi di dosso la capitolazione dello stato laico ed indipendente. Nonostante questo paese si situi a pochi chilometri dalle coste europeee e che la Turchia sia un nostro vicino, c’è chi continua a sostenere la necessità di negoziati e di regole democratiche ed il rispetto della costituzione.

Da ieri nel continente c’è però una novità. L’elezione di Nicolas Sarkozy e l’eventuale spostamento a destra del Parlamento francese, promettono un cambiamento nella politica del dialogo con il paese di Ataturk. Il nuovo Presidente è stato chiaro su cosa si dovrà dire ai turchi:

Potrete essere associati in ambito europeo ma non potrete diventare un paese membro: siete in Asia minore“.

Una affermazione tanto schoccante quanto chiara. Inverosimile nella bocca di un qualsiasi uomo politico italiano, di un campione del politically correct.

L’Europa davanti alla crisi della Turchia

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Il popolo turco si è espresso in modo inequivocabile. Oltre 1 milione di persone sono scese nelle piazze ad Ankara per manifestare in favore della laicità dello Stato. Nonostante la dura presa di posizione dei militari e le manifestazioni, il ministro degli affari Esteri, Abdullah Gül ha deciso che non si ritirerà dalla candidatura di Presidente.

La novità della situazione è che, accanto ai militari, sono la popolazione, gli intellettuali e la magistratura a scendere in campo per proteggere il paese dalla possibilità di una deriva islamista. L’esercito aveva già presentato il conto ai partiti partigiani della sharia quando negli anni 1960, 1971 e 1980 aveva evitato la loro presa del potere con un colpo di stato. Nel 1997 era stato il primo governo filo-islamico a dare le dimissioni a causa delle pressioni militari.

Ora con il “memorandum di mezzanotte“, i generali turchi hanno accusato con termini duri il governo di non difendere i principi laici della Repubblica e hanno ricordato che sarebbero stati pronti a farlo in sua vece. Questa volta però, anche la reazione del governo è stata ferma e, escludendo qualsiasi dimissione, il portavoce ministeriale ha ricordato che lo Stato Maggiore dell’esercito è sottoposto agli ordini del Primo Ministro.

Recentemente, sulle pagine di Panorama, Enzo Bettiza ha riproposto il tema dell’ingresso della Turchia in Europa come possibile antidoto verso una deriva islamista:

«La Turchia non resta ferma. Se non entrerà si sposterà ad Oriente, tornerà all’Asia, reislamizzandosi e minacciando di diventare con tutto il suo peso demografico e strategico una delle più importanti e insidiose componenti dell’Islam contemporaneo.»

Ma la domanda da porsi è: cosa sarebbe realmente in grado di fare l’Europa per evitare la deriva e per aiutare il paese a mantenere i principi fondanti della sua democrazia tanto cari al suo fondatore Ataturk? Che tipo di barriere sarebbe in grado di costruire verso la pressione dell’islamismo integralista? Che capacità avrebbe di trasmettere alle popolazioni musulmane turche il valore dei suoi principi inviolabili?

Non dobbiamo scordare che stiamo parlando di un continente esso stesso sostanzialmente in balia dell’onda islamica. Un complesso di paesi nei quali non vi è una univocità nelle politiche di immigrazione e nella percezione del problema demografico legato all’immigrazione dai paesi musulmani.

Paesi come l’Inghilterra permettono che in molte scuole si cancelli dai libri di testi qualsiasi riferimento alla Shoah. In Italia il denaro pubblico è speso per la costruzione di moschee e cioè per i principali luoghi di propaganda del terrorismo e delle dottrine finalizzate al rovesciamento dell’ordine costituito dello Stato. In Olanda la burocrazia di stato ha costretto ad espatriare l’esponente politica e scrittrice Ayan Hirsi Ali, un simbolo della lotta contro i crimini ed i costumi fondamentalisti dei musulmani. In Francia è stato sufficiente che un qualsiasi professore di scuola scrivesse un articolo contenente alcune sacrosante osservazioni sull’Islam per scatenare una reazione alla quale buona parte dell’opinione pubblica ha reagito trasformando la vittima in carnefice. In Germania un giudice ha tollerato le violenze causate da un marito alla propria moglie perché fatte nel contesto di costumi per i quali ciò non costituisce reato.

Spesso l’incapacità a comprendere il fenomeno dell’estremismo islamico e di come e quanto questo sia capace di fare presa su una larga fascia degli immigrati, senza lavoro e con problemi di integrazione, caratterizza la società ed i politici europei. Ne sono testimoni i fallimenti di quasi tutti i modelli di integrazione, sia che si parli di quello francese, inglese o spagnolo. L’Italia non è da meno anche se non ancora investita dai numeri dei flussi migratori degli altri paesi ma si prepara ad affrontare l’onda solo con fantomatici inviti al dialogo, Consulte e diritti di voto.

In questo contesto cosa può realmente offrire il continente europeo ad un paese come la Turchia, popolato da 70 milioni di persone? Come possiamo pesare di costituire un baluardo politico per un paese con dei movimenti filo islamici potenti e una vicinanza geopolitica verso il medio oriente musulmano? Siamo realmente certi di essere meglio dell’esercito turco per preservare la laicità dello Stato? Saremmo in grado di affrontare le ambiguità di personaggi come il Presidente turco, Tayyip Erdogan e degli esponenti del suo partito?

Noi crediamo che, seppur a medio termine la Turchia possa iniziare un processo di avvicinamento verso il nostro continente, ma che prima di spalancare le porte sia necessario tenerle ben chiuse e guardare al nostro interno con occhi meno ignoranti o ingenui e senza le lenti delle ideologie buoniste. Potremmo vedere qualcosa di poco piacevole.

Update: tanto per stare in tema

Propaganda islamica: dai tribunali alle scuole

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L’offensiva islamica in Europa continua e probabilmente avrà i suoi momenti di successo. Oggi si apre in Francia il processo contro Charlie Hebdo, un giornale satirico reo di avere ripreso un anno fa la pubblicazione delle vignette su Maometto. Promosso dalla Grande Moschea di Parigi, dall’Unione delle Organizzazioni Islamiche Francesi e dalla Ligue Islamique Mondiale, il procedimento mira a far condannare il giornale per razzismo, “non un’opinione ma un delitto“.

Con una mossa a tenaglia, l’attacco esterno per via giudiziaria coincide con quello interno, più subdolo e pericoloso. La scorsa settimana la maggior parte dei licei, università e collegi francesi si è vista recapitare un’opera di Harun Yayha, L’Atlas de la Création. Yayha è un intellettuale di grido, turco, conosciuto per i suoi studi che dimostrerebbero la fallacia della teoria darwiniana dell’evoluzione.

La spedizione del manoscritto, avvenuta in decine di migliaia di copie, è partita dalla Germania e dalla Turchia ma non si è potuto scoprire chi l’abbia finanziata ed organizzata. Le teorie di Yayha si commentano da sole. Per esempio sostiene che il darwinismo sia la vera fonte del terrorismo e che sia la sola filosofia che valorizzi e quindi sostenga i conflitti.

Il Ministero dell’ “Education Nationale” ha subito emanato una direttiva ai direttori delle scuole, chiedendo di evitare che questi libri siano esposti nelle biblioteche perché “non corrispondono al contenuto dei programmi stabiliti dal ministero“. Questa disposizione rientra nelle disposizioni del ministero per le quali la discrezionalità dei presidi è limitata quando le opere scritte abbiano contenuti finalizzati al proselitismo o siano un minaccia per la neutralità della scuola.

L’opera di Yayha contiene molti riferimenti al Corano e sostiene la creazione divina a partire dall’osservazione dell’immutabilità delle specie animali. Secondo lui la Terra avrebbe più di 4 miliardi di anni e non 7.000 come sostenuto nella Genesi. Inoltre l’esistenza dell’anima sarebbe un fatto provato e la fine del materialismo sarebbe vicina.

La lotta tra il titano propagandista islamico e quello iper laico francese è iniziata. Tesi come quella di Yayha sono, secondo la nostra opinione, pericolose quanto quelle cristiane ma d’altro canto non è con il proibizionismo culturale ed educativo che si possono sconfiggere questi fenomeni di infiltrazione. Sostenere la neutralità della scuola implica di per sé non essere neutrali. La neutralità è piuttosto uno spazio non neutro che può accogliere qualsiasi tesi ed argomento di discussione e permettere il dibattito al suo interno. Vietare il “Manifesto” di Marx nelle università non è servito ad evitare lo scoppio della rivolta sessanttottina, anzi, l’ha alimentata.

A quando il colpo di stato in Turchia?

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Nel giorno in cui in Papa si reca in Turchia tra timori di attentati e proclami distensivi, vogliamo parlare brevemente di questo paese, uno dei più popolosi nella galassia musulmana, bastione dell’Islam che si proietta verso l’Europa. A Kemal Atatürk l’occidente deve il riconoscimento di avere trasformato una nazione islamica in un’isola laica, nella quale la separazione tra stato e Chiesa e l’imposizione rigida dell’osservanza dei principi laici dello stato, hanno permesso al paese di sviluppare per un secolo gli anticorpi verso l’islamizzazione delle masse e di raggiungere un sufficiente livello di sviluppo economico e di apertura verso il mondo libero.

Da molte parti si alzano le voci a sostenere l’inizio di negoziati definitivi per l’entrata della Turchia in Europa ma le resistenze sono forti e hanno buone ragioni d’essere. Dopo che il presidente Erdogan alla testa del partiro neo-islamico Akp è salito al potere, le cose non sempre sono come sembrano. L’immagine che il governo vuole dare all’opinione pubblica occidentale è quella di un paese che continua il suo cammino verso la modernità ma in realtà i burocrati islamici mostrano troppo spesso una celata volontà ad attuare una sorta di colpo di stato culturale strisciante.

Nonostante la proibizione di indossare il velo in tutti gli uffici statali sia ancora inviolata, l’islamizzazione strisciante del paese passa per altre vie. Le scuole religiose, gli Imam Hatips, una sorta di madrassa in versione turca, sono il veicolo con il quale Erdogan vorrebbe costruire una classe di burocrati islamisti da inserire nel cuore della vita pubblica del paese. Il suo è un tentativo subdolo, che passa dalla proposta di parificazione dei diplomi delle Imam Hatips con quelli dei licei, dando a tutti gli studenti dei seminari religiosi la possibilità di candidarsi ai posti di funzionari pubblici, senza alcuna preparazione sui fondamenti dello stato occidentale moderno. Inoltre la sua pressione sui rettori delle 85 università turche perché siano più tolleranti verso l’islam politico ha portato ad un rifiuto netto degli intellettuali del paese ma il suo partito pare non volere demordere e chiede la creazione di 15 nuovi istituti universitari, un escamotage per cambiare gli equilibri del Consiglio Superiore dell’Istruzione.

Un’altra astuta mossa che ha come obbiettivo quello di modificare i rapporti di forza dentro le élite della burocrazia, è stata l’approvazione di una legge, contrastata dal Chp laico, con la quale Erogan tenta di pensionare la metà dei magistrati turchi e solo il rifiuto del Capo dello Stato, custode del secolarismo, potrà bloccare la nomina di nuovi giudici più vicini al governo. Last but not least, il tentativo non riuscito di nominare un rappresentante della finanza islamica alla giuda della Banca Centrale turca.

Come spesso succede in molti paesi islamici nei quali, tutto sommato, vige uno stato di polizia, chi si oppone più fermamente a questa pericolosa deriva in senso integralista sono i militari. Come in Marocco o in Algeria, i generali turchi avvertono il pericolo e per voce del capo delle Forze Armate avvertono che contro il fondamentalismo “sarà presa ogni misura necessaria“.

Insomma chi è veramente Recep Tayyip Erdogan? E’ l’uomo politico che ha affermato quando era sindaco di Istanbul che “Trasformeremo tutte le nostre scuole in Imam Hatips” e poi che “La democrazia è come un taxi che si usa fino a destinazione e poi si scende”.

Chi in Europa vorrebbe negoziare farebbe bene a tenere presente questi fatti.

Chi in Vaticano vorrebbe distendere gli animi, farebbe bene a lasciar perdere le conclusioni del rapporto redatto per la Santa Sede dall’arcivescovo dell’Anatolia, monsignor Padovese con le quali sostiene che

l’orientamento verso una maggiore democraticità e una effettiva libertà religiosa appare comunque inarrestabile e troverà il suo compimento quando si diffonderà la convinzione che si può essere un buon cittadino turco anche se si è cristiani“.

Noi crediamo invece che il processo inarrestabile verso la libertà e la democrazia sarà compiuto quando si diffonderà la convinzione che si può essere un buon cittadino e basta.

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