Fate parlare Ratzinger e poi confutate

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Come scrive sulla Repubblica di oggi Adriano Sofri, speriamo che il rettore dell’Università della Sapienza di Roma continui sulla strada intrapresa: quella di permettere, in nome di Galileo, al Papa di parlare. Se è vero, come ha sostenuto qualche illustre intellettuale di sinistra, che il clero è una “lobby che chiede e promette favori e benefici” è anche vero che una libera istituzione laica come la più grande università italiana, si deve porre al di sopra di qualsiasi ambizione lobbistica ed accettare la tribuna papale.

Non ci spaventano i timori di Marcello Cini, professore emerito, firmatario della petizione volta ad impedire la visita papale, quando si duole perché i liberi studiosi corrono il pericolo di subire una prescrizione da parte del Papa su ciò che “debbano o possano dire e pensare“. Alcune delle più prestigiose università americane hanno ospitato dittatori e religiosi dalla vena integralista, invitandoli nelle aule magne per un discorso e la vita è continuata come prima. C’è però una differenza con la visita papale alla Sapienza.

Negli USA, così come nessuno si azzarda a protestare giudicando inammissibili tali inviti, qualsiasi discorso di una personalità é poi seguito da un confronto, un dibattito e, spesso, da pesanti contestazioni. Siamo certi che ciò non avverrà con Ratzinger. Chi invoca la reciprocità dovrebbe invece invocare una condizione alla quale si dovrebbe sottomettere il Pontefice: quella di accettare il dibattito. Se così fosse, le migliaia di docenti e di studenti potrebbero accogliere il discorso papale come un fertile terrerno per domandare, confutare e rifiutare, nel dialogo, molte impostazioni ed imposizioni tipiche del dogmatismo religioso.

Invece, nessuno invoca il confronto, nessuno prepara il terreno per la battaglia dialettica. Stiamo pure certi che, finita la protesta di uno sparuto gruppo di docenti, la mediocrità ed il perbenismo di molti piccoli uomini, proni davanti al grande uomo, prevarrà e se ne staranno tutti zitti ammettendo così la sconfitta.

Non possiamo continuare a protestare per le ingerenze ed il tentativo di riportare la società indietro di secoli. Chi vuole fare il laico, laico sia. Abbia il coraggio delle proprie azioni e smetta di piagnucolare e consideri questa visita un’occasione unica. Gli intellettuali ed i politici che tengono veramente alla sopravvivenza della libertà, dove la religione sia un fatto accettato ma non condizioni l’evoluzione delle società, dovrebbero affermare il primato della ragione, della scienza, della tecnologia e della modernità affermando sempre e con coraggio che qualsiasi diktat del clero non potrà mai essere un’intimidazione.

Invece noi abbiamo i piagnistei ed i leader politici, come Walter Veltroni, i quali, davanti agli ammonimenti del Papa sui degradi metropolitani, chiedono venia e tacciono. Ciò di cui ha bisogno il nostro paese sono personaggi politici come la signora Fernàndez de la Vega, vice-premier del governo spagnolo, che ha dichiarato:

«La società spagnola non è disposta a tornare ai tempi in cui una morale unica era imposta a tutto il Paese, né ha bisogno di tutele morali. Né tantomeno ne ha bisogno il governo che non le accetta. Non è tollerabile che venga a mancare il rispetto dovuto al governo ed al Parlamento…in più senza il rispetto della verità.»

Affermazioni di questo genere rassicurano chi, come noi, teme per un’evoluzione oscurantista della società ma in Italia c’è evidentemente bisogno di rassicurazioni da parte del Papa sul fatto che lui ci può garantire la vita eterna. Rassicurazioni per creduloni.

In America Dio esiste o è un extraterrestre?

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Recentemente ho rivisto in televisione il film “Contact, capolavoro di fantascienza con protagonista principale Jody Foster. La trama è semplice: una scienziata lotta con la scarsità di fondi per sostenere il suo progetto di ascolto dell’universo, alla ricerca di segnali inviati dagli extraterrestri. Alla fine la sua tenacia è premiata e il premio consiste in una trasmissione proveniente dalla stella Vega, nella quale sono contenuti i piani per costruire una macchina che porterà un astronauta terrestre in giro per le galassie. La scienziata sarebbe la naturale candidata al viaggio ma la commissione americana preposta la scarta quando, alla fine del colloquio, scivola sulla buccia di banana perché dichiara di non credere in Dio.

In queste ultime settimane la campagna elettorale americana per la rielezione del presidente si fa sempre più calda e quindi anche l’aspetto religioso entra in scena con veemenza. Gli Stati Uniti, governati da una laicissima costituzione scritta da un gruppo di padri fondatori in maggioranza atei, è un paese dove la religione permea una gran parte della vita sociale e politica. George W. Bush, suo padre e molti altri presidenti, hanno sempre sostenuto la validità di molte loro decisioni perché “volute da Dio“. I candidati democratici e, soprattutto quelli repubblicani, non fanno da meno.

Mike Huckabee, pastore battista, volente o nolente, fa della sua appartenenza religiosa un argomento sempre più pregnante nella campagna elettorale. Nonostante la sua vita da “laico” sia stata disseminata di successi, le probabilità che vinca sono molto legate alla sua vocazione metafisica. Recentemente ha fatto dei discorsi in cui sottolineava quanto l’aspetto religioso sia fondamentale nella vita del paese perché “se i padri fondatori hanno scritto nella costituzione che c’è libertà di religione, la libertà ha bisogno di religione“. Questo, tanto per ricordarci che anche nei paese più integralisti, come molti stati arabo musulmani, i cittadini godono di un elevato livello di libertà individuali, proprio grazie all’invadenza del fattore religioso (…) !

Pure il laicissimo e trasgressivo Rudolph Giuliani ha dichiarato che, pur non prendendo tutto alla lettera, considera che la Bibbia sia “…stato il più grande libro mai scritto“; Hillary Clinton si è invece fatta vedere alle celebrazioni di rito battista del 23 dicembre. L’unico da essere pienamente giustificato nel tentativo di rassicurare gli elettori sulla sua cristianità, è Barack Obama, sospettato di essere musulmano.

Nonostante la ancora forte preponderanza nella popolazione degli americani credenti e religiosi, le ricerche mostrano un appiattimento della curva delle religiosità americana. Nei giovani sono in crescita gli agnostici e gli atei e la percentuale di chi è certo dell’esistenza di Dio è scesa al 61%, con una diminuzione di 8 punti percentuali negli ultimi 5 anni.

Le tendenze fortemente religiose iniziate negli anni ‘80 e proseguite negli anni ‘90 sembrano quindi scemare mentre il “Partito degli atei” comincia ad organizzarsi anche sotto forma di lobby. Ciò potrebbe sembrare un’eresia ma dovremmo chiederci se, dopo il femminismo e l’orgoglio gay, non sia giunto il momento in cui chi non crede o dubita fortemente ma comunque non pratica una fede religiosa, possa finalmente fare valere i propri diritti e, anche negli USA, non debba più sussurrare a bassa voce le proprie convinzioni. Sarebbe un evento epocale per la modernità

Dalai Lama show

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Il mondo si è accorto che esiste il Dalai Lama. Questo solo perché a riceverlo è stato il Presidente degli Stati Uniti, George W. Bush. Se lui lo riceve allora il Dalai Lama deve essere un tipo importante. Fino ad ieri non lo era. O, per lo meno, lo era solo per gli addetti ai lavori, quindi per pochi e, comunque, per gente che poco conta.

Invece, da oggi, il Dalai Lama conta e siccome conta tutti ne parlano. Improvvisamente i main stream della rete ne fanno bella mostra, lo osannano in prima pagina e listano gli articoli principali sull’argomento. Nel passato questo buon uomo tibetano aveva suscitato l’attenzione solo per le sue affermazioni contro l’omosessualità, alla quale lui sarebbe contrario perché il sesso serve fondamentalmente alla procreazione. Tesi, peraltro, confutata.

Il problema fondamentale è che la maggioranza di quelli che scrivono su questo personaggio, non sanno chi sia né cosa rappresenti. Non conoscono la storia e la cultura del Tibet, soprattutto nei suoi meandri segreti. Si scrive, si sostiene la causa della quale poco o nulla si conosce. Si pensa che sostenere il capo politico dei tibetani (solo politico, non altro), serva a qualcosa. E’ ovvio che sia meglio sostenere che fare il contrario ma qui stiamo parlando di un schieramento il cui fine ultimo sarebbe quello di modificare gli atteggiamenti della Cina nei confronti della libertà e dei diritti dell’individuo. Pura follia.

Da decenni la Cina sta sistematicamente distruggendo una cultura, quella tibetana, vecchia di millenni. Stiamo parlando di uno dei patrimoni dell’umanità che sarà scomparso nel giro di poche generazioni e di cui quasi nessuno può neanche immaginare il valore. Se fosse per questo bisognerebbe darsi da fare. Il dilemma è che ogni sostegno ai fuoriusciti dal Tibet e al loro capo non fa che peggiorare la situazione dei tibetani rimasti nel loro paese, sia della popolazione che dei monaci, quest’ultimi depositari di tesori spirituali vecchi di secoli: più i cinesi sono nervosi più gli abitanti dell’altopiano tibetano sono sottoposti ad ogni genere di vessazioni e di violenze.

Pensiamo veramente di poter modificare dall’oggi al domani l’atteggiamento della repubblica cinese nel suo espansionismo territoriale che l’ha portata a fare del Tibet un sol boccone? Se si volesse veramente modificare l’atteggiamento del governo cinese, occorrerebbero delle azioni ben più temerarie, come il boicottaggio delle olimpiadi o una seria battaglia contro il dumping dei prezzi o le merci contraffatte. Cose ovviamente impensabili.

Così ci gongoliamo con il Dalai Lama, senza neanche sapere dove viva, di quali mezzi abbia necessità e senza fare una seria indagine sulla destinazione e l’utilizzo dei fondi che molti paesi e volontari occidentali versano alla sua comunità di tibetani fuoriusciti che vivono in India. Ora lo vogliamo in Parlamento, a fare cosa non si sa. Forse ci piace il colore vivace delle sue vesti e il suo sorriso, cose buone solo per rallegrare un ambiente, quello parlamentare, triste e senza colore.

La prima domanda è: di cosa vorremmo parlasse il Dalai Lama nel suo eventuale intervento in Parlamento? Non lo sappiamo. La seconda domanda è: qualcuno avrebbe il coraggio di chiedergli quanti suoi connazionali pensa saranno uccisi per rappresaglia ai suoi interventi ufficiali in sedi istituzionali? La terza domanda è: qualcuno avrebbe il coraggio di chiedergli se pensa ci sia una reale possibilità che il Tibet torni ad essere uno stato libero? L’ultima domanda è: quali sono i veri motivi per il quali trova conveniente frequentare pubblicamente capi di stato di importanti paese occidentali? Siamo certi che le risposte sarebbero interessanti, soprattutto perché nessuno porrà mai le domande.

Swastika o falce e martello?

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Gli Stati Uniti hanno deciso di spendere 600.000 dollari per rendere “politically correct” il tetto di una caserma di San Diego. La sua forma ricorda quella di una “swastika“. Nonostante siano ormai passati oltre 60 anni dalla fine del regime nazista, questo simbolo fa ancora sussultare lo spirito degli ignoranti.

Invece di riabilitare quella che le tradizioni pluri millenarie buddiste e induiste considerano un’espressione iconoclastica del buon augurio e nonostante che in Giappone ancora oggi siano marcati con la swastika i luoghi di culto religioso, le proteste di qualche internauta, adito alle osservazioni con Google Earth, priveranno il contribuente americano di 600.000 dollari.

Abbiamo deciso quindi di usare lo stesso strumento per identificare case o gruppi di edifici la cui forma possa ricordare un martello e/o una falce, simboli pagani di una ideologia, quella comunista, della quale poco spesso si ricordano gli 80 milioni di morti. E se dovessimo avere successo nella nostra ricerca? Dovremmo forse chiedere l’autorizzazione ad Oliviero Diliberto a spendere i soldi dei contribuenti, ad uomo politico che sostiene un governo legittimamente eletto? Questo è il vero problema: gli ideologi, in libera circolazione, sostenitori di fazioni politiche pericolose e totalitarie, non i simboli millenari di pace.

Vogliamo “AMBER”, non chiacchere

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Le vicende della piccola svizzera Ylenia, ritrovata morta e di Maddie, non ancora trovata, ci fanno ancora una volta riflettere sul ruolo dei media e dell’opinione pubblica.

Va da sé che parlare di bambine scomparse, forse morte e magari rapite da un feroce assassino pedofilo, costituisce un argomento che i tiggì e i quotidiani non possono ignorare. Non possiamo biasimarli né vogliamo censurare certi aspetti secondari e morbosi dei loro racconti.

Quello che contestiamo è il loro ruolo. L’informazione che vola alta, dovrebbe attuare un’opera di sensibilizzazione sui temi che oggi angosciano la società. Quello della sicurezza dei piccoli sicuramente lo è. E allora ci chiediamo perché chi racconta queste storie non faccia niente per ricordarci che ci sono paesi nei quali i rapimenti di piccoli indifesi sono arrivati al capolinea.

Nel 1996 gli Stati Uniti hanno creato “AMBER“; America’s Missing Broadcast Emergency Reponse, in ricordo di Amber Renee Hagerman, una bambina scomparsa e ritrovata uccisa per sgozzamento. Dopo anni di utilizzo del piano di emergenza, il Canada nel 2003 e la Francia nel 2006, hanno ripreso il meccanismo, pur se con qualche modifica.

Il risultato è stato che negli ultimi 10 anni negli Stati Uniti centinaia di bambini sono stati salvati e che dall’anno scorso il tasso di successo in Francia è stato del 100%. AMBER è un piano di risposta ad un rapimento che si basa sugli accordi presi da tutti i canali radio e televisione, i servizi via cavo, le società di informazione delle autostrade, le società che gestiscono i treni ed in mezzi pubblici in generale, il ministero dell’Interno e quello di Giustizia.

Uno studio realizzato negli Stati Uniti nel 1993 dimostra che su un campione significativo di rapimenti di bambini conclusi con un omicidio, il 44% sono stati assassinati entro la prima ora, il 74% nelle prime tre ore e il 91% nelle 24 ore seguenti il rapimento.

AMBER è un intervento coordinato tramite il quale la magistratura o la polizia, una volta verificata la verosimiglianza di un rapimento, fanno diffondere un messaggio su tutti i mezzi i informazione che operano in tempo reale, sulla carta stampata, se opportuno, su tutti i pannelli digitali delle stazioni e delle autostrade e su qualsiasi altro mezzo di informazione con il quale è possibile coordinarsi. Il messaggio fornisce qualsiasi dato essenziale sul rapito e sul rapitore ed è diffuso ogni quarto d’ora per almeno le tre ore seguenti il rapimento.

Ora AMBER esisterà anche in Grecia e, in misura minore, in Belgio ed in Gran Bretagna. Lo scorso 17 agosto il commissario europeo alla Giustizia ed alla Sicurezza, Franco Frattini, ha chiesto formalmente a tutti i membri della UE di predisporre una iniziativa analoga. Ogni paese dovrà fare la sua parte.

Ora, ci chiediamo: i giornalisti che scrivono di tutto e di più sul caso di Maddie e che vorrebbero diventasse un altro filone come quello di Cogne, quanto possiamo considerarli ignoranti? Sicuramente molto perché, a quanto pare, non sanno neanche cosa sia AMBER. O se lo sanno, si guardano bene dal parlarne. E Beppe Grillo? Perché dai suoi pupiti non fa una campagna per AMBER? Forse perché il programma è nato negli Stati Uniti?

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