
Il succo sta tutto qui, nel titolo: si parla di “pace“, quella che segue alla guerra. In effetti il contribuente italiano e la macchina dello stato, nella fattispecie il fisco, sono perennemente in guerra. L’uno cerca di sfuggire ai tentacoli mortali di un sistema vorace ed insaziabile, l’altro considera i cittadini tutti ladri ed evasori e spesso per stanarli utilizza metodi degni del KGB.
La vicenda Rossi è comunque una disfatta. Non tanto per lui, il quale ai nostri occhi è tornato laddove era partito, cioè giù dal piedistallo. Ora che ha patteggiato ammettendo le sue colpe, possiamo considerarlo alla stregua di tutti noi, un evasore con il pedigree.
La Caporetto è del sistema Italia. Quello che permette ad un grande evasore, per di più famoso, di provarci e, se lo pescano con le mani nella marmellata, di accettare la sua tesi che dice:
“ok, abbiamo scherzato, quanto vi devo? Solo 35 milioni? Vabbè, vi stacco un assegno, tanto…“.
Insomma, vale la pena evadere. Anche se ti chiami Rossi, anche se una sconfitta del fisco va sui giornali, puoi comunque cavartela. Tanto, l’esempio non conta.
A questo punto ci sorge un dubbio: se invece di chiamarsi Rossi Valentino, l’evasore di chiamasse Rossi Qualsiasi, avrebbe gli stessi benefici? Dubbio atroce. Comunque vada, ora sappiamo che dopo i Pavarotti, i Capirossi, i Cipollini, i Rossi e molti altri, possiamo provarci pure noi. Evadere non è poi così doloroso. Potremmo passare inosservati, non essendo noi dei personaggi famosi. E se incappiamo nelle maglie, nel ricorso possiamo citare tutti questi nomi di gente che ha “fatto pace“. Perché noi mica vogliamo la guerra. Proviamo solo a fregare lo Stato, senza intenti bellicosi. Al massimo patteggiamo e paghiamo a rate, come Rossi.