Ricordiamo Piergiorgio Welby

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Oggi è l’anniversario della morte di Piergiorgio Welby. Dal suo decesso si è fatto un gran parlare di accanimento terapeutico, eutanasia passiva ed attiva e di tutti gli annessi e connessi. Il medico che staccò il respiratore, del quale esimi politici e clerici chiesero una pronta condanna, è stato assolto, il che dovrebbe fare riflettere.

Invece, pur se si parla e si riflette fin troppo, nessuno, ad oggi, mostra di volere risolvere seriamente il problema né mettere mano alla legislazione per dare ad ogni individuo la legittimazione giuridica di potere decidere come, quando e dove morire.

E dire che sui canali mediatici la verità comincia ad affiorare, lentamente ma inesorabilmente. Ignazio Marino, chirurgo, senatore del Pd e Presidente della Commissione Igiene e Sanità, l’ha detto a chiare lettere: oltre il 60% dei medici praticano la “desistenza terapeutica e cioè fanno quello che ha fatto Mario Riccio, pure se con modalità diverse. Senza contare quelli che, con l’accordo dei familiari, pongono fine anzitempo alle sofferenze di malati terminali. Chiedete al Prof. Guido Bertolini.

Queste cose le sanno in molti in ambiente medico ma pochi hanno il coraggio di sostenerle perché la realtà è una condizione che si pone al di fuori della legge e in un paese dove il clero dispone di infiltrati in quasi tutti gli schieramenti parlamentari, questo è un argomento pericoloso. Sarebbe sufficiente leggere le dichiarazioni di Paola Binetti, vikinga teodem del Pd:

«Non credo al dato del 62%…La legge deve difendere il diritto alla vita fin in fondo. Il diritto alla morte non esiste. Nessuna norma potrà mai autorizzare l’eutanasia o forme surrettizie che possono essere criptoeutanasia

Per criptoeutanasia, Binetti crediamo intenda una forma nascosta di eutanasia. Comunque sia, tra le “surrettizie” e le “cripto” sono chiare le intenzioni dei clericali: il paziente non si tocca, costi quel che costi. Il paziente non ha diritti, pure se soffre come un cane. Anzi, se soffre è meglio, così sperimenta meglio l’amore verso/del Signore.

Cari politici, potreste farci il favore di varare una legge decente sul testamento biologico così non ci tocca più leggere queste stronzate?

Ghulam

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Si chiama Ghulam la bambina afghana della foto e Faiz Mohammed l’uomo. Lei ha 11 anni, lui 40. Ghulan è la vittima di un costume tanto arcaico quanto ancora presente in molti paesi: è’ stata data in sposa all’uomo, che ha pagato per comprarsi la sua 10a moglie. Ora non ha più una vita propria, autonoma e, se sarà fortunata, potrà al massimo avere una istruzione scolastica.

L’Asia meridionale è il luogo dove vive la metà delle decine di milioni di donne obbligate a sposarsi in età adolescenziale. Questa pratica non è più presente nei paesi occidentali avanzati, anche se in alcuni di essi lo è stata ancora fino a pochi anni fa. Ma qui, grazie al cielo, la “decadenza dei costumi” ha anche procurato una impressionante accelerazione di certi cambiamenti epocali, primo fra tutti la condizione della donna.

In Svizzera le donne fino a pochi anni fa non potevano votare. Oggi quasi la metà dei ministri elvetici sono donne. In Italia fino all’inizio degli anni ‘80 esistevano le attenuanti per i delitti d’onore. Oggi una cosa del genere è impensabile.

La modernità e l’evoluzione possono essere agevolmente misurate guardando alla condizione della donna. Se è posta sotto tutela, se è priva di diritti, prima di tutto quello all’istruzione, vive in un paese barbaro.

Questa foto ha vinto il premio UNICEF per il 2007. Dobbiamo guardarla e non dimenticare in che situazione privilegiata viviamo. Dobbiamo ricordare quanto le credenze e i dogmi religiosi possano annichilire la dignità e la libertà dell’uomo. Dobbiamo riconoscere quanto benefico possa essere il bieco relativismo e allontanare i nostri sensi di colpa.

Adieu, Luttazzi

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A differenza di Aldo Grasso non riteniamo che Daniele Luttazzi sia “uno dei pochi comici intelligenti della nostra tv“. Forse perché la nostra prima esperienza in uno spettacolo del popolare comico l’abbiamo avuta in teatro, dove abbiamo assistito ai suoi monologhi in diretta e senza montaggi. Questo avveniva in epoche non sospette, quando Luttazzi non era stato catapultato sul pianeta televisivo e non era ancora la vittima di editti bulgari.

Molti sostengono che abbia modificato il suo atteggiamento proprio perché il successo gli ha dato alla testa. Invece non è così. Luttazzi è sempre lo stesso, è un comico sopra le righe che si diverte soprattutto a fare due cose: sferrare degli attacchi personali e usare un linguaggio oltremodo volgare. Per questo non ci piace.

La volgarità nella comicità è sempre e comunque un fatto gratuito. Se ognuno di noi provasse a fare ridere semplicemente usando argomenti che si collocano sotto la cintura, farebbe almeno sorridere, forse pure ridere. Ma sarebbe troppo facile definire l’uomo della strada un comico. Il comico, quello vero, è altra cosa. Almeno per chi crede nella comicità come in una qualità elevata, espressione dell’intelligenza umana e di un’innata capacità di essere auto ironici.

Gli attacchi personali, se reiterati e diffamanti, con la comicità non hanno proprio nulla a che fare. Se il comico dovrebbe esprimere intelligenza, esprimendo rancore o diffamando la sua intelligenza la offende. E, per di più, rischia.

Non crediamo alla favoletta dei diktat di Giuliano Ferrara. Crediamo piuttosto che il direttore di un’emittente televisiva, magari consigliato dai suoi legali, corra ai ripari se valuta troppo elevato il rischio derivante dai danni giudiziari eventualmente causati da una trasmissione di cui è responsabile. Nel caso di Luttazzi ci meravigliamo che Antonio Campo dell’Orto non l’abbia fatto prima, anche perché si tratta pure della sua sedia.

Non si debbono preoccupare quelli che temono per una deriva oscurantista e perché il caso Luttazzi dimostri una “condizione di arbitrio” nella quale “anche chi oggi si sente al sicuro potrebbe essere presto travolto dalla condanna in nome del buon costume“. Nessuno sarà travolto da un caso Luttazzi, non lo è stato nel passato né lo sarà nel futuro. Per travolgere questo paese ci vuole ben altro che un fatto marginale del mondo dello spettacolo.

Né pensino che quelli “che hanno applaudito il licenziamento di Luttazzi, non si rendono conto della gravità dell’avvenimento“. Ce ne rendiamo ben conto, eccome. Non della gravità del licenziamento ma del fatto che in Italia i media continuino a scommettere sul successo di personaggi che fanno della volgarità, dell’insulto e della diffamazione gratuita la principale espressione del loro talento.

Dovremmo chiederci (o chiedere a Luttazzi), perché tanto odio, tanto rancore verso gli italiani e, soprattutto, verso certi personaggi, con i quali non ha mai avuto niente da spartire. Forse è un argomento di ricerca scientifica, psicologica o psichiatrica. Non avremo mai risposta perché Luttazzi non apparirà più sugli schermi, senza che l’Italia abbia perso qualcosa.

Hat tip: grazie a Daw, l’accusa di Repubblica, secondo la quale la battuta su Ferrara sarebbe un plagio; il comunicato ufficiale dell’emittente La7 sulla chiusura di Decameron; il post di Daw, nel quale si preannunciava la chiusura: chi semina vento raccoglie tempesta; la lettera di Giuliano Ferrara sul caso.

Indovina

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Domanda (facile o difficile, mah…): è meglio vivere in un paese dove la vita scorre tranquilla, succede poco e quando succede qualcosa (di normale) il paese si agita? O è meglio vivere in un paese dove la vita è un caos (casino?), succede di tutto e quando succede qualcosa (di normale), chissene?

Indovina, indovinello…

Guai a chi tocca, le gomme

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Lo sciopero dei trasporti è stato revocato, almeno pare. Non sapremo mai fino in fondo se ci siano state responsabilità governative e quali siano state. Forse questa brutta giornata si poteva evitare, fatto sta che costerà 70 milioni di euro al cittadino per i nuovi fondi introdotti in finanziaria e un ammontare non calcolabile per i disagi e i danni causati al paese.

Vogliamo essere magnanimi e riconoscere anche a chi trasporta merci il diritto a scioperare. Questo è un argomento delicato perché nella società in cui viviamo si potrebbe sostenere che qualsiasi trasporto di qualsiasi merce sia ormai un servizio essenziale. Ma ammettiamo pure che anche il camionista possa esercitare il suo sacrosanto diritto.

Non possiamo invece essere magnanimi quando questo diritto è esercitato prevaricando quello di chi, pur alla giuda di un camion, non vuole o non può scioperare. I documenti fotografici e le riprese di scene raccapriccianti, le violenze fisiche e psicologiche e i danni ai veicoli stanno a testimoniare quanto la furia rivendicativa e in taluni casi criminale abbia obbligato tutti i camionisti a lasciare i loro mezzi nei depositi. Chi ha provato a ribellarsi a questo diktat ha spesso pagato un prezzo altissimo.

L’economista di sinistra Pietro Ichino ha ieri rilevato quanto episodi di questo genere siano un pericolo per la democrazia e come dimostrino la preoccupante mancanza dello spirito delle regole condivise, fondamento per una convivenza civile. Non possiamo che allinearci a questa posizione ed ammonire i nostri governanti delle conseguenze alle quali vanno incontro se al rispetto delle regole antepongono i giochi del palazzo, facendo improbabili concessioni per poi annunciare trionfalmente il ritorno alla normalità.

Non è certo loro il merito mentre è certa la loro condivisione delle responsabilità per ciò che è accaduto. Gli italiani non sono come i francesi. I cugini transalpini hanno sopportato stoicamente il blocco dei trasporti pubblici per 10 giorni perché il governo non ha ceduto a chi voleva perseverare nel mentenimento di privilegi ormai obsoleti. Gli italiani devono invece sopportare le mancanze della politica, quella economica, e le mancanze della politica, quella che governa la giustizia e l’ordine pubblico. Gli italiani non sono stoici ma, prima poi, si stufano.

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