L’Europa si stringe intorno ai terroristi e alle moschee

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Ci sono voluti anni di attentati, libri ed articoli scritti da illustri esperti di terrorismo islamico per permettere al Ministro dell’Interno, Giuliano Amato di riconoscere una realtà inoppugnabile:

«Le moschee sono luoghi di culto ma talvolta vengono usate per fini diversi».

I Ministri dell’Interno di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia, il G6, si riuniscono dal 2003 in una sorta di forum dove sono messe a confronto opinioni e si individuano soluzioni condivise per intensificare gli sforzi dei principali Paesi dell’Unione Europea nelle materie che rappresentano i grandi temi del dibattito internazionale: libertà, sicurezza e giustizia.

Questa volta il summit si è tenuto a Venezia ed è stato segnato dall’iniziativa di estendere l’espulsione dai territori di tutti gli stati nazionali anche a quei cittadini segnalati da paesi alleati perché ritenuti una minaccia per la propria sicurezza nazionale.

Inoltre un comunicato finale del vertice sottolinea che:

«I ministri salutano favorevolmente l’intento della Commissione Ue di tracciare una mappa della situazione relativa alla radicalizzazione nell’Unione Europea, di organizzare una conferenza sui giovani e la radicalizzazione, nonché di pubblicare un manuale delle migliori pratiche attinenti agli aspetti più violenti della radicalizzazione stessa

Questa iniziativa mira soprattutto ad effettuare una ricognizione delle moschee, paese per paese, per capire dove si sono formati gli imam, se predicano in lungua o in arabo e chi finanzia gli imam e le moschee.

Come spesso succede, c’è qualcuno che guarda al futuro e sviluppa progetti interessanti. E’ il caso dell’Olanda, dove, in un progetto finanziato dalla Ue, ci si occupa della formazione degli imam a predicare in olandese. Gli stessi imam partecipano inoltre a corsi di educazione civica.

In Svizzera, invece, l’UDC, partito di destra che si oppone fermamente all’espansione incontrollata dell’Islam nel paese, ha recentemente depositato la richiesta di una consultazione popolare per proibire la costruzione di minareti. Si sostiene che questo tipo di “campanile” è obsoleto, considerando il suo utilizzo pratico. Nel passato i predicatori chiamavano i credenti alla preghiera, utilizzando appunto i minareti. Oggi questa pratica non è più seguita e quindi la loro presenza è considerata solo un tentativo di volere imporre la presenza del culto islamico alla popolazione.

Finalmente qualcuno comincia a capire qualcosa. Ci sono voluti anni e tanti errori. E molti errori si continuano a commettere. Come quello degli organizzatori romani del “Festival della filosofia“, intenzionati ad invitare nientemeno che Tariq Ramadan. Niente di più facile, visto che tra gli organizzatori c’è Paolo Flores D’Arcais, un personaggio incapace di resistere alla tentazione del fascino di Ramadan, uno dei più accreditati esponenti dell’Islam integralista. Da leggere l’istruttivo articolo di Maria Giovanna Maglie.

David Cameron non scherza

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In UK il 37% dei musulmani dai 16 ai 24 anni vorrebbero essere governati dalla sharia piuttosto che dalle leggi britanniche. Il futuro capo del governo (…), David Cameron, usa il paragone con il BNP, British National Party, il partito inglese di estrema destra, insomma i fascisti.

Parlando della comunità islamica inglese ha dichiarato che

«Whether it’s the BNP, or those who want to separate British Muslims from the mainstream, their aim is to act within the law to subvert its ends, changing the law as and when they can to achieve their ends…The BNP pretend to be respectable. But their creed is pure hate… and those who seek a Sharia state, or special treatment and a separate law for British Muslims are, in many ways, the mirror image of the BNP.»

Quest’uomo ci piace assai perchè chiama le cose e le persone con il loro nome e cognome. In questo caso usa il paragone tra i fascisti d’Inghilterra ed i musulmani che agiscono cercando di sovvertire l’ordine ed essere governati dalla sharia oppure essere considerati cittadini speciali ed avere trattamenti speciali.

La reazione delle varie comunità islamiche non si è fatta attendere. Il segretario generale del Consiglio dei Musulmani Inglesi, MCB ha dichiarato che Cameron non si rende conto delle sofferenze dei milioni di persone che si oppongono al colonialismo dell’Occidente all’interno del mondo islamico e considera il paragone come una grave offesa.

Cameron però non si è scoraggiato. Ha fornito alla sua posizione una cornice politica corretta, dimostrando di avere le idee chiare. Il problema non è solo l’atteggiamento di una parte attiva della comunità musulmana ma l’atteggiamento dell’occidente e il modello di integrazione e di società che si vuole sviluppare. Cameron non scherza: il multiculturalismo fa danni.

Se dovesse essere eletto, il consiglio che gli daremmo è di escludere subito le organizzazioni come il MCB o personaggi come Tariq Ramadan dagli organi di consultazione. E’ necessario che siano delegittimati di fronte alla comunità islamica e che sia data voce alle organizzazioni moderate. Basterebbe che osservasse cosa succede in Italia con la Consulta Islamica per imparare. A fare il contrario.

Lula Jebreal: gnocca con testa pericolosa

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Rula Jebreal è una giornalista palestinese, nata in Israele e residente in Italia. Suo padre è imam della moschea di Al Aqsa, di Gerusalemme, un pezzo grosso. Nel 2002 entra come giornalista e militante nel “Movimento palestinese per la democrazie e la cultura” e comincia a collaborare con l’emittente televisiva La7 e con il quotidiano il Messaggero. Da allora la sua carriera ha avuto un’accelerazione impressionante che l’ha portata a vincere il premio Ischia Internazionale di Giornalismo per la televisione nella sezione giovani.

E’ brava? Certamente sì. E’ bella, ancora di più. Possiamo fidarci anche se è palestinese perché integrata? Diremmo di no. Basta leggere questo articolo del suo blog e scoprire la sua favorevole propensione ai tribunali militari per chi ha usato il fosforo in Irak, oppure seguire una sua rassegna stampa o un intervento alla televisione e renderci conto che la sua bellezza non la esime dall’esprimere qui e là sentimenti antioccidentali e antiamericani, di proclamare il diritto alla libertà e alla democrazia salvo poi difendere i diritti del palestinesi che la parola democrazia l’hanno letta (forse) sui fumetti e scagliarsi contro l’unica democrazia del medioriente, quella israeliana.

Qualcuno, nell’ultima trasmissione di Michele Santoro, “Anno Zero” si è fatto scappare in background un’espressione poco carina nei suoi confronti: “è una gnocca senza testa“. Il nostro parere è che la vocina sia quella di Marco Travaglio ma chiunque abbia fatto questo apprezzamento poco “correct” ha sbagliato, anche se non di grosso. Di sicuro è una gnocca ma è altrettanto scontato che la testa ce l’abbia, eccome. Anzi, è proprio la sua testa dalla quale ci dobbiamo guardare. D’altronde nel video, una volta lasciata cadere l’apprensione per la frasetta e osservando con attenzione la dinamica del suo (non) dialogo con il ministro Antonio Di Pietro, possiamo accorgerci quanto la sua ormai infinita arroganza, tracotanza e mancanza di rispetto per chi stava cercando di rispondere alla sua domanda, sia il motivo dominante di uno stile giornalistico per il quale la (da lei…) tanto decantata libertà di espressione sia solo quella riservata alla giornalista, libera di interrompere, insinuare e porsi come interlocutore assillante e impaziente.

Rula Jebreal è un cavallo di troia, un personaggio tanto affascinate quanto subdolo, dietro il quale ognuno di noi dovrebbe sempre vedere il politically correct di una cultura di sinistra, figlia del giornalismo d’assalto di cui Michele Santoro è uno dei padri e l’alleanza con il falso moderatismo islamico, del quale personaggi come Tariq Ramadan sono i veri campioni.

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Delegittimiamo il velo

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Il ministro della solidarietà sociale, Franco Ferrero, sostenendo che “il velo non è un problema“, implicitamente sostiene che la condizione di sottomissione della donna nel mondo islamico non è affar nostro. Due sono le questioni: da una parte abbiamo un simbolo ed uno strumento usato nell’Islam dal genere maschile e dall’altro abbiamo i riflessi del suo utilizzo nell’ambito della vigenti leggi italiane. E in entrambi i casi, il mondo occidentale si sta muovendo su una china molto pericolosa.

Ci sono molte voci, anche di donne, che si levano alte al di dentro e al di fuori del mondo islamico, per proclamare l’uso del velo come una libera scelta. In realtà chi sceglie deliberatamente di coprirsi il viso (e il corpo), è una infima minoranza, spesso appartenente proprio a quell’Islam intollerante contro il quale siamo schierati. La maggior parte delle donne che indossano un niqab o il burqa, lo fanno solo in pubblico obbligate da marito e familiari, prevalentemente perché “la libido è più potente nella donna che nell’uomo“, la donna non riesce a gestire la sua sessualità come l’uomo e così, velata, non farà nascere negli uomini un desiderio che potrebbe indurre in tentazione.

Come si pongono l’ordinamento giuridico italiano e l’orientamento delle autorità? Una sentenza della Cassazione del 2004 ha deliberato che “la religione musulmana impone alle credenti di portare il velo“. Nello stesso anno, una circolare della Polizia di Stato, (organo sottoposto al Ministero degli Interni, del quale, all’epoca era ministro Giuseppe Pisanu, berlusconiano di ferro), ha autorizzato l’utilizzo del burqua, “segno di una tipica fede religiosa ed una pratica devozionale“. E’ notizia di questi giorni che il Tribunale Amministrativo Regionale, con la sentenza n. 645 del 18 ottobre 2006, non solo ha respinto un’ordinanza del sindaco di Azzano Decimo (PD), con la quale si ordinava ai residenti «di adeguarsi alle norme che fanno divieto di comparire mascherati in luogo pubblico», ma ha addirittura sostenuto che “…un generale divieto di circolare in pubblico, indossando tali tipi di coperture, può derivare solo da una norma di legge che lo specifichi“. Leggi: la legge vieta di circolare in pubblico senza mostrare il proprio viso, ma la norma non vale per il burqua o il nijab perché per queste fattispecie bisognerebbe emanare una legge ad hoc. Quindi non c’è nessuna possibilità di applicazione della legge 152/1975 sulla tutela dell’ordine pubblico per le persone che indossano il velo.

A questo punto dell’evoluzione storica, ci troviamo in un paese nel quale gli organi giudicanti, paradossalmente, avvallano usi e tradizioni liberticide che violano alcuni dei principi fondanti degli ordinamenti giuridici e costituzionali del nostro paese. E ben fa l’imam delle moschea di Segrate, Ali Abu Shwaima, a sostenere che siamo ignoranti. Infatti noi non solo conosciamo poco le interpretazioni date al Corano dalle organizzazioni affiliate alla Fratellanza Musulmana, ma non possiamo certo argomentare contro personaggi come lui, quando i nostri tribunali e la Cassazione legittimano a colpi di sentenze l’uso di questo simbolo liberticida e violento,.

Che sia permesso o meno dal Corano, il velo è permesso dallo Stato. Il che, di per sé è un problema ma potrebbe essere facilmente risolto con una norma di legge. Parliamo di leggi, certo non delle pacche sulle spalle date dal Presidente del Consiglio, Romano Prodi, quando invita le donne a “svelarsi”; non sa (o fa finta di non sapere) che l’invito dovrebbe essere rivolto piuttosto ai loro mariti, veri responsabili di questo genere di coercizioni. Ciò che, invece, è problematico, sono le apparizioni di individui insidiosi e pericolosi come Abu Shwaima, militanti di lungo corso, già condannati per pratiche mediche “poco chiare” che si tenevano all’interno della moschea di Segrate e portatori di istanze non compatibili con uno stato ed una società moderna.

Non possiamo però fare una colpa né a lui né alla comunità islamica se questi ed altri episodi, sono legittimati dall’informazione via etere e se questi personaggi godono di potere, popolarità e sono in grado di fare proseliti. Se sono in quella posizione è perché nessuno li ha sottoposti ad una seria verifica delle loro credenziali di “leader spirituali all’interno di una comunità dove si sono affermati con i loro schemi e le loro interpretazioni. Nei paesi musulmani, la possibilità data ad un imam di aprire una moschea non dipende da balzelli burocratici come da noi. Per essere un leader che influenza la vita e le coscienze di molti individui devoti, occorre disporre di requisiti minimi di preparazione ed avere un curriculum di tutto rispetto. Se questo criterio fosse utilizzato anche nel nostro paese, avremmo risolto a monte molti problemi e storture e la discussione sull’opportunità della costruzione di una moschea non si limiterebbe all’altezza del suo minareto.

Tariq Ramadan e i cretini

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Il rifiuto dal parte delle autorità americane di concedere un visto di entrata e di permanenza a Tariq Ramadan, non ha mancato di scatenare proteste da parte di molte organizzazioni che difendono le libertà civili, in primo luogo quelle americane come American Civil Liberties Union ed il gruppo PEN; l’accusa fatta al governo degli Stati Uniti è di avere un atteggiamento intollerante nei confronti di un musulmano moderato.

Dobbiamo invece ancora una volta, approfondire il background di questo personaggio, le cui origini riportano direttamente alla scala gerarchica dei Fratelli Musulmani, (more…)

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