Divorzio all’italiana?
26-Dic-07

Questa è una bellissima notizia. Ora vediamo cosa si inventano i teodem per fermare l’iter di legge. Ne faranno di tutti i colori.
Un inno alla libertà

Questa è una bellissima notizia. Ora vediamo cosa si inventano i teodem per fermare l’iter di legge. Ne faranno di tutti i colori.

Evelina Manna
Benedetto della Vedova ha ragione quando, sulla vicenda delle intercettazioni di Silvio Berlusconi, dichiara che:
«Il degrado che segna i rapporti tra magistratura, politica e informazione è una emergenza democratica che il nostro paese deve affrontare».
Questo è un problema di sempre ma Della Vedova omette di dire che il degrado non è solo relativo alle modalità con le quali sono trattate le intercettazioni ma risulta evidente dal loro contenuto. In altre parole, dovremmo dimenticare per un attimo i nostri giudizio morali sulla colpevolezza o meno di Berlusconi e di Saccà in questa circostanza e valutare attentamente i contenuti delle loro conversazioni.
Da questi emerge che: 1)Saccà considera Berlusconi una persona non troppo spudorata e pressante nelle sue richieste, quindi siamo salvi; 2)Berlusconi giustifica le richieste come il risultato di pressioni alle quali non riesce più a fare fronte, infatti è sempre stata colpa dei suoi alleati; 3)Berlusconi ammette con Saccà che “qualche volta ti chiedo di donne“, affermazione interpretabile a piacere; 4)Giuliano Urbani, membro del CDA Rai in quota a Forza Italia, è “uno stronzo“, affermazione di Berlusconi, molto delicata per uno dei fondatori del partito; 5)il regista della fiction “Barbarossa“, Martinelli, è un cretino, almeno questo è il succo della affermazioni di Saccà; 6)la Lega è un partito di rompi palle con quella loro storia del “Barbarossa” e Saccà è pregato - da Berlusconi - di intervenire per calmarli; 7)Elena Russo ha bisogno di lavorare e Berlusconi, che ci tiene all’abbassamento del tasso di disoccupazione, le cerca un lavoro. Il punto 8? Necessita di un momento di riflessione.
Dopo essere stato violentemente attaccato per la pubblicazione on-line dell’audio di questa famigerata telefonata, finalmente il Cavaliere ha detto ciò che pensa della Rai e che noi ignoravamo:
«Voglio essere chiaro: lo sanno tutti nel mondo dello spettacolo, in certi situazioni, in Rai, si lavora soltanto se ti prostituisci oppure se sei di sinistra…in Rai non c’é nessuno che non sia stato raccomandato, a partire dal direttore generale che non è certo stato scelto attraverso una ricerca di mercato».
Probabilmente ha ragione. Ma allora vorremmo sapere se Evelina Manna è una che si prostituisce o è di sinistra: forse è tutte e due le cose, visto che la sua raccomandazione servirebbe a fare passare nelle file dell’opposizione un senatore della sinistra, almeno così dice Berlusconi nella conversazione con Saccà.
Ricapitolando: Berlusconi telefona a Saccà per fargli sistemare la faccenda Lega in Rai, quella di Elena Russo e per trovare un lavoro a Evelina Manna, quest’ultima merce di scambio per la maggioranza in Senato. La conclusione la sapete tutti: il ribaltone non c’è stato e quindi o la Manna non ha poi tutte queste doti oppure è talmente scarsa che neanche Saccà le ha potuto trovare un lavoro.
A noi, elettori di Centro Destra, non resta starcene ancora qui con questo governo di Centro Sinistra, smarriti e sconcertati e non sappiamo se preferire la faccia di Mortadella o quella di Berlusconi. Almeno adesso siamo certi che il Cavaliere la faccia ce l’ha tosta e che a lui del “degrado che segna i rapporti tra magistratura, politica e informazione” non gliene importa un fico secco. Per gli scettici, qui il la registrazione audio e qui la trascrizione.

Alle morti degli operai della Thyssen-Krupp occorrerebbe portare più rispetto. Dovrebbero farlo i dirigenti del gruppo siderurgico con un atteggiamento più consono alle loro responsabilità. Dovrebbero farlo i sindacati, riconoscendo in cosa hanno mancato ed evitando di strumentalizzare l’incidente. Dovrebbero farlo soprattutto i politici.
L’Italia è un paese che si è dotato più di 10 anni fa di una legislazione completa ed esaustiva sulla sicurezza del lavoro. Insomma, la legge c’è. Mancano i controlli. Perché? Un interessante articolo di Tito Boeri sulla Stampa ci spiega che
“ci vorrebbe una presenza capillare su tutto il territorio degli ispettori del lavoro e degli ispettori anti-infortunistica delle Asl … ma entrambi i servizi di ispezione sono sottodimensionati. Grazie ai miracoli della contrattazione nel pubblico impiego, gli ispettori del lavoro sono stati quasi tutti promossi negli ultimi anni… il che riduce ulteriormente il numero di quelli che operano i controlli sul territorio.”
Basandoci su queste affermazioni possiamo dire che i datori di lavoro, i sindacati ed i politici si suddividono in parti uguali la responsabilità delle morti bianche sul lavoro. L’Italia è un popolo di poeti e di ladri ed ogni norma di legge ha un senso se esistono i presupposti per farla rispettare. A partire dai controlli.
Boeri fa poi una proposta provocatoria ma intelligente: le imprese che non sono in regola con il rispetto delle norme sulla sicurezza dovrebbero essere espulse da Confindustria e gli imprenditori dovrebbero esimersi dall’organizzare incontri inutili quanto ipocriti sulla cosiddetta Responsabilità Sociale dell’Impresa.
Belle parole, belle intenzioni. Speriamo che gli operai non seguano quelle del Ministro Paolo Ferrero, il quale, al funerale degli operai morti, ha invitato la forza lavoro a scendere in piazza perché
“se manteniamo la questione sul piano politico, la sinistra da sola non riesce a spuntarla“.
Ci chiediamo: che bisogno c’è di portare gli operai in piazza per evitare i morti sul lavoro? Non dovrebbe essere una naturale priorità di governo, condivisa da tutti, maggioranza ed opposizione, per il bene del paese? La morte ha un colore politico?
Evidentemente l’odore dei morti alimenta la nostalgia per la piazza. Un dèja vu.

Oggi è l’anniversario della morte di Piergiorgio Welby. Dal suo decesso si è fatto un gran parlare di accanimento terapeutico, eutanasia passiva ed attiva e di tutti gli annessi e connessi. Il medico che staccò il respiratore, del quale esimi politici e clerici chiesero una pronta condanna, è stato assolto, il che dovrebbe fare riflettere.
Invece, pur se si parla e si riflette fin troppo, nessuno, ad oggi, mostra di volere risolvere seriamente il problema né mettere mano alla legislazione per dare ad ogni individuo la legittimazione giuridica di potere decidere come, quando e dove morire.
E dire che sui canali mediatici la verità comincia ad affiorare, lentamente ma inesorabilmente. Ignazio Marino, chirurgo, senatore del Pd e Presidente della Commissione Igiene e Sanità, l’ha detto a chiare lettere: oltre il 60% dei medici praticano la “desistenza terapeutica“ e cioè fanno quello che ha fatto Mario Riccio, pure se con modalità diverse. Senza contare quelli che, con l’accordo dei familiari, pongono fine anzitempo alle sofferenze di malati terminali. Chiedete al Prof. Guido Bertolini.
Queste cose le sanno in molti in ambiente medico ma pochi hanno il coraggio di sostenerle perché la realtà è una condizione che si pone al di fuori della legge e in un paese dove il clero dispone di infiltrati in quasi tutti gli schieramenti parlamentari, questo è un argomento pericoloso. Sarebbe sufficiente leggere le dichiarazioni di Paola Binetti, vikinga teodem del Pd:
«Non credo al dato del 62%…La legge deve difendere il diritto alla vita fin in fondo. Il diritto alla morte non esiste. Nessuna norma potrà mai autorizzare l’eutanasia o forme surrettizie che possono essere criptoeutanasia.»
Per criptoeutanasia, Binetti crediamo intenda una forma nascosta di eutanasia. Comunque sia, tra le “surrettizie” e le “cripto” sono chiare le intenzioni dei clericali: il paziente non si tocca, costi quel che costi. Il paziente non ha diritti, pure se soffre come un cane. Anzi, se soffre è meglio, così sperimenta meglio l’amore verso/del Signore.
Cari politici, potreste farci il favore di varare una legge decente sul testamento biologico così non ci tocca più leggere queste stronzate?

Il ministro Bianchi dichiara che una decisione sulle sorti di Alitalia si prenderà solo dopo le feste. Lui sente il bisogno di riflettere ancora, come se la vicenda della nostra sconquassata compagnia di bandiera fosse nata ieri. Intanto il vettore continua a costare qualche milione di euro ai contribuenti italiani, perde quote, credibilità e il suo titolo cade a picco.
L’indecisione del ministro mostra gli effetti deleteri dell’azione politica quando si immischia nelle vicende di mercato con obbiettivi che vanno contro il mercato. Bianchi vorrebbe Air One perché i sindacati così vogliono. Poco importano le conseguenze commerciali.
La vicenda è un amaro esempio delle decadenza italiana. Sono mesi che il governo, a parole, dice di volere sistemare in mani amiche la compagnia di bandiera. Sono mesi che non succede niente, se non un fuggi fuggi di potenziali acquirenti. Sono mesi che il paese ci fa una pessima figura.
Ora siamo al rede rationem. Molti vorrebbero la vittoria di Air France perché una compagnia di successo, privata, di grandi dimensioni e orientata al mercato darebbe allo sconquassato vascello un colpo di timone salutare. Ma anche qui i dubbi restano perché Air France-Klm soffre comunque dei mali tipici delle ex-società statali, è molto sindacalizzata e non attua una politica multi-hub, il che significherebbe un enorme danno all’operatività di Malpensa.
Altri, invece, vogliono Air One, vettore italiano appoggiato da una banca italiana. Si salvaguarderebbero l’italianità ed i due hub ma sarebbe una operazione poco commerciale, centrata sulla redditività di quel 90% di quota di mercato della ricca rotta Milano-Roma.
Insomma, comunque un bel disastro. A farne le spese saranno gli utenti e così il paese, nell’una o nell’altra soluzione. Dobbiamo ringraziare tutti per averci portati in questa situazione: i governi di destra e di sinistra, incapaci di prendere il problema per le corna; i sindacati che si divertono a far scioperare i dipendenti più tutelati e privilegiati di tutta la galassia dei vettori aerei; i dipendenti, accomunati da quella loro spocchia e arroganza che ci accoglie con accento vagamente romanesco ogniqualvolta saliamo a bordo.
Che si doveva fare? Chi scrive vive in un paese ricco e prospero. Eppure anche qui, qualche anno fa, un management di pazzi furiosi ha mandato a gambe all’aria la compagnia di bandiera. Oggi è rinata sotto l’ombrello di una grande compagnia estera e funziona benissimo, anzi è una delle migliori compagnie europee. Il segreto? Hanno seguito il mercato, ma per davvero, fino al fallimento.