Costi di ricarica: ma dai!

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Un piccolo successo verso l’abolizione dei balzelli che gravano sulle tasche di milioni di italiani: pare che l’abolizione dei costi di ricarica entrerà in vigore puntualmente il 5 Marzo. E dire che Tronchetti Provera e i suoi amici, Moratti compreso, non pare siano elettori del Centro Destra. Dovrebbero avere votato per Prodi e lui li ha ringraziati così. Sarà un’inversione di tendenza?

Nel Centro Destra non ci sono “Volenterosi”

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Per l’autore di questo blog che non ha mai votato a sinistra, avere partecipato alla prima riunione pubblica dei “Volenterosi” è stata un’esperienza illuminante ed al tempo stesso dolorosa. Il successo di una manifestazione il cui richiamo non è stato sufficientemente previsto, dimostra come in questo paese possano ancora esistere voci di intellettuali e politici autenticamente liberali, al di là degli schieramenti.

Il dolore nasce però nel vedere come questo nutrito manipolo di coraggiosi abbia incluso solo marginalmente componenti dello schieramento di Centro Destra. Sia nel comitato promotore che nella platea, l’interesse e l’attenzione sono stati monopolizzati da esponenti politici ed intellettuali di area Centro Sinistra. A partire da Daniele Capezzone, la schiera si è formata intorno ai De Benedetti, i Polito, i Pezzotta ed i Gavazzi, tanto per fare qualche nome.

Non c’è stato interesse da parte di un’opposizione troppo ed ancora occupata da divisioni interne e dagli umori del suo leader. Uno schieramento, quello di Centro Destra, pericolosamente avvitato in posizioni isolazioniste e sempre più affascinato dai richiami ideologici di quella che il segretario della Nuova Dc, Rotondi, definisce “robaccia da destra cattolica americana“.

Invece a sinistra le spinte stataliste e neo.corporativiste di quella parte della maggioranza che non vuole le riforme ed i cambiamenti liberali, hanno generato un movimento traversale. La sua forza sta nel non avere cercato il consenso preventivo ma di interpretare i bisogni dei cittadini, elettori di tutti gli schieramenti sempre più pronti ad accettare decisioni impopolari.

E’ stupefacente come il merito, la competizione, le privatizzazioni, le liberalizzazioni e altri termini non esattamente propri allo schieramento di maggioranza, siano eccheggiati in continuazione durante le tre ore di interventi in una grande sala dell’Angelicum di Milano, completamente gremita.

Chissà se Silvio Berlusconi e qualche sodale della Casa delle Libertà, si sarà accorto di un’opportunità unica, quella di scavalcare la maggioranza al di là e al di fuori della politica. E di cavalcare un consenso che la stessa politica non comprende più.

Caserta non è una reggia, è un funerale

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Ebbene, dobbiamo confessare: la speranza è dura a morire, ma stavolta è proprio morta. La nostra era riposta nella ormai riconosciuta verità che le riforme in questo paese le può fare solo la sinistra. Era la speranza della Fase 2, della stagione riformatrice e dei processi di riduzione del peso delle corporazioni, dei privilegi e delle rendite.

Ora il bimbo, forse mai nato, è definitivamente morto. A noi non resta altro che il requiem. Al suo posto un’enunciazione di principi che riporta l’Italia indietro di 30 anni, all’epoca del comunismo, della sinistra socialista e democristiana.

Termini come “coesione della società italiana“, “colmare i divari di sviluppo“, “ricerca di una maggiore equità socialee “piena valorizzazione della famiglia“, fanno ritornare alla memoria epoche di catto-comunismo alle quali ci eravamo disabituati. Nessun accenno al merito, alla concorrenza, al mercato, alle libertà individuali, mai la parola “riformare o “riformatore”, mai una dimostrazione di coraggio nel linguaggio e nelle intenzioni o un accenno alla volontà di radicali cambiamenti e giri di boa.

E poi 100 miliardi al Sud. Viene da chiedersi quanti ancora ce ne vorranno prima che il volume d’investimenti tra la parte meridionale del paese ed il resto possano equilibrarsi proporzionalmente allo sperpero di risorse e agli sprechi. Forse Prodi e i suoi non hanno mai percorso il passante di Mestre o non hanno mai stazionato alla dogana di Chiasso.

Nelle maglie del “documento” anche una chicca. Se recepita, una direttiva comunitaria non permetterà più l’espulsione di qualsiasi terrorista, agitatore, predicatore di odio o criminale provenienti da paesi nei quali vige ancora la pena di morte. Anzi, non la permetterà neanche a quelli che provengono da altri paese ma che, se espulsi, potrebbero transitare nei paesi incriminati.

Quindi, crescita invece di azione riformatrice. Mezzogiorno, equità e coesione invece di politiche liberali. E un po’ di avanspettacolo dalla regia. Neanche chi gira con documenti falsi e solitamente approfondisce questi temi, mantiene le motivazioni. Poche considerazioni, pertinenti, taglienti e molta delusione. Non certo politica perché potremmo anche godere delle disgrazie altrui ma personale, nell’osservazione di un panorama desolato, quello di un paese in declino.

D’altra parte con un albero come questo, dove vogliamo arrampicarci?

Giorgio Napolitano: risolviamo i problemi di tenuta democratica

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Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha parlato molto chiaro:

«C’è un problema di tenuta democratica nel paese…un distacco fra la politica, le istituzioni ed i cittadini.»

L’oggetto di questo richiamo è il metodo legislativo con il quale l’attuale governo si è presentato in aula pochi giorni fa, chiedendo il voto di fiducia su un articolo unico della Legge Finanziaria per il 2007, comprensivo di un numero abnorme di citazioni.

La risposta di Palazzo Chigi è stata che anche il governo Berlusconi aveva fatto altrettanto. E’ come se nell’aula di un processo, l’accusato di omicidio confessi il suo reato giustificandosi con il fatto che altri compiono gli stessi crimini. Napolitano ha ricordato il suo predecessore, Carlo Azeglio Ciampi, protagonista fino al 2004 degli stessi rilievi al precedente governo. Insomma, in questo ambito le giustificazioni non sono possibili, né da una parte né dall’altra.

L’unico modo per uscire progressivamente da questa logica, generata da una contrapposizione ideologica, quasi calcistica, all’interno degli schieramenti politici, è l’inizio di una stagione di collaborazione nel nome di un interesse più alto, quello del paese.

Non c’è terreno più fertile di quello delle riforme, quelle strutturali, per rendere questo passo possibile. Ogni volta che uno schieramento si appresta a modificare un aspetto legislativo che riguarda parti fondamentali della vita del paese o passi della Costituzione, lo schieramento avverso innalza forti critiche, sostenendo la necessità e l’ineluttabilità di una condivisione delle scelte. Non si possono infatti costruire riforme pur essendo consci della possibilità che vengano cassate ad ogni cambio di maggioranza, ancor prima che sortano i loro effetti.

Ora che la Legge Finanziaria è stata approvata, si fanno quindi sempre più pressanti i richiami alla Fase 2. All’interno del Centro Sinistra questa stagione è vissuta dai DS e dalla Margherita come un momento decisivo, durante il quale si verificherà l’effettiva capacità della maggioranza di esprimere politiche di lunga durata. Piero Fassino ha parlato recentemente di «governo in affanno» e Francesco Rutelli ha ripetuto che «o il governo da le riforme o ha fallito la sua missione

Noi vorremmo che questo, come qualsiasi altro governo, facesse delle buone riforme, magari intaccando i privilegi e le rendite di quei settori che è stato accusato di avere protetto durante la stagione delle liberalizzazioni estive. Vorremmo che fossero incisive, profonde e strutturali. E, perché no, largamente condivise. Ma per questo bisognerebbe ricordare a molti che allo stadio si va alla domenica.

Alitalia: il valore della merce di scambio

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Nel giorno in cui lo Stato italiano annuncia di volere ridurre la propria quota nella compagnia di bandiera aerea, Alitalia e di essere quindi intenzionato a lasciare progressivamente la gestione dell’azienda in mano ai privati, scopriamo una convergenza di interessi campanilisti che legano l’asse centro-nordista, capace di superare i confini degli schieramenti di maggioranza e opposizione.

In una lettera al Corriere della Sera del 30 novembre, Letizia Moratti e Walter Veltroni fanno un appello e sostengono che

“Ci vogliono le migliori forze del Paese, del settore industriale, finanziario, bancario, forze che hanno già dimostrato di avere enormi potenzialità e di saper mettere il proprio talento alla prova in sfide difficili.”

In altre parole chiedono al paese ed al governo di darsi da fare affinché si verifichino le condizioni per far entrare nel controllo della compagnia aerea una cordata di imprenditori nostrani.

Manco a farlo apposta, non passano due giorni che la notizia ha già fatto il giro dei salotti bene dell’imprenditoria e spuntano gli interessati: Colaninno, De Benedetti, e Della Valle. Manco a farlo apposta, sono imprenditori vicini all’attuale maggioranza.

La prima riflessione che ci siamo fatti è: che interesse hanno gli “amici” a sborsare un po’ di soldi (non tantissimi, ma neanche pochissimi) per prendere in mano le redini di una società che macina centinaia di milioni di perdite all’anno ed il cui venditore stabilisce, ancora prima di averla ceduta, che non si potranno fare molte cose fondamentali per risanarla? Strano, vero?

Allora abbiamo provato a fare un ragionamento, semplice, semplice: chi rileverà il controllo lo farà acquistando dallo stato una quota non superiore al 30%. Non riteniamo infatti possibile la vendita di quote superiori perché, essendo Alitalia quotata, scatterebbe l’obbligo di lanciare un’OPA sul capitale residuo. L’esborso per quella quota non sarà quindi altissimo, visti i corsi di borsa e il numero di azioni da acquistare. Probabilmente chi entrerà nell’affare lo farà costituendo un “veicolo” ad hoc, una società nella quale alcuni dei soci saranno le banche che in futuro dovrebbero sobbarcarsi l’onere di iniettare la liquidità necessaria a coprire le perdite. Quindi, alla fine, i soci privati potrebbero avere una quota del capitale oscillante tra il 5% ed il 10% e con questa, di fatto, controllare la società.

Il pacchetto di controllo di una compagnia aerea come Alitalia, nonostante le sue condizioni di salute precarie, dà ai “controllori” un potere molto superiore alla loro effettiva partecipazione al capitale ed al suo relativo valore e questo, già di per sé, è un buon affare in vista di una possibile rivendita futura delle quote. Chi entrerà nella partita, godrà quindi di un premio di maggioranza o di controllo, oggi difficilmente quantificabile. Quindi nonostante le perdite, i fantomatici investitori privati non rischiano poi tanto di vedere il loro investimento andare in fumo.

Ma queste premesse non sarebbero sufficienti per un investitore privato che tale possa dirsi. Per esempio un fondo di private equity americano non si azzarderebbe ad entrare in una società della quale non sa neanche se potrà gestire il personale, ormai abituato a fare e disfare come vuole. Non saprebbe neanche se e quanto Alitalia potrebbe continuare a beneficiare della protezione governativa sul mercato aereo. Insomma, farebbe un salto nel buio.

Invece, gli investitore privati italiani, pare che ci siano, pronti a saltare e la cosa non ci meraviglia. E non saranno certo loro a chiedere di avere la mano libera per rivoltare l’azienda come un calzino e fare una rivoluzione culturale e manageriale della quale si sente il bisogno da almeno vent’anni. Più probabilmente traccheggeranno, occupandosi piuttosto della contropartita.

Già, la contropartita. Perché il vero valore dell’acquisto delle azioni di una compagnia aerea decotta non saranno le azioni stesse ma ciò che il nostro simpatico Romano Prodi darà a De Benedetti e agli altri in cambio di questa operazione. Stiamone certi, qualcosa riceveranno. E non di poco valore. Tanto, l’uso del denaro pubblico per ottenere scopi che con il bene pubblico del paese non hanno niente a che vedere, fa parte di un copione già visto parecchie volte nella carriera del nostro emerito Presidente del Consiglio. Cose che ha fatto in quello che è l’unico ed il vero conflitto di interesse, il suo, materializzatosi più volte con lo scambio di vantaggi privati con vantaggi per terzi, attraverso l’utilizzo di risorse pubbliche che non gli appartengono. Vedrete.

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