
Nel giorno in cui lo Stato italiano annuncia di volere ridurre la propria quota nella compagnia di bandiera aerea, Alitalia e di essere quindi intenzionato a lasciare progressivamente la gestione dell’azienda in mano ai privati, scopriamo una convergenza di interessi campanilisti che legano l’asse centro-nordista, capace di superare i confini degli schieramenti di maggioranza e opposizione.
In una lettera al Corriere della Sera del 30 novembre, Letizia Moratti e Walter Veltroni fanno un appello e sostengono che
“Ci vogliono le migliori forze del Paese, del settore industriale, finanziario, bancario, forze che hanno già dimostrato di avere enormi potenzialità e di saper mettere il proprio talento alla prova in sfide difficili.”
In altre parole chiedono al paese ed al governo di darsi da fare affinché si verifichino le condizioni per far entrare nel controllo della compagnia aerea una cordata di imprenditori nostrani.
Manco a farlo apposta, non passano due giorni che la notizia ha già fatto il giro dei salotti bene dell’imprenditoria e spuntano gli interessati: Colaninno, De Benedetti, e Della Valle. Manco a farlo apposta, sono imprenditori vicini all’attuale maggioranza.
La prima riflessione che ci siamo fatti è: che interesse hanno gli “amici” a sborsare un po’ di soldi (non tantissimi, ma neanche pochissimi) per prendere in mano le redini di una società che macina centinaia di milioni di perdite all’anno ed il cui venditore stabilisce, ancora prima di averla ceduta, che non si potranno fare molte cose fondamentali per risanarla? Strano, vero?
Allora abbiamo provato a fare un ragionamento, semplice, semplice: chi rileverà il controllo lo farà acquistando dallo stato una quota non superiore al 30%. Non riteniamo infatti possibile la vendita di quote superiori perché, essendo Alitalia quotata, scatterebbe l’obbligo di lanciare un’OPA sul capitale residuo. L’esborso per quella quota non sarà quindi altissimo, visti i corsi di borsa e il numero di azioni da acquistare. Probabilmente chi entrerà nell’affare lo farà costituendo un “veicolo” ad hoc, una società nella quale alcuni dei soci saranno le banche che in futuro dovrebbero sobbarcarsi l’onere di iniettare la liquidità necessaria a coprire le perdite. Quindi, alla fine, i soci privati potrebbero avere una quota del capitale oscillante tra il 5% ed il 10% e con questa, di fatto, controllare la società.
Il pacchetto di controllo di una compagnia aerea come Alitalia, nonostante le sue condizioni di salute precarie, dà ai “controllori” un potere molto superiore alla loro effettiva partecipazione al capitale ed al suo relativo valore e questo, già di per sé, è un buon affare in vista di una possibile rivendita futura delle quote. Chi entrerà nella partita, godrà quindi di un premio di maggioranza o di controllo, oggi difficilmente quantificabile. Quindi nonostante le perdite, i fantomatici investitori privati non rischiano poi tanto di vedere il loro investimento andare in fumo.
Ma queste premesse non sarebbero sufficienti per un investitore privato che tale possa dirsi. Per esempio un fondo di private equity americano non si azzarderebbe ad entrare in una società della quale non sa neanche se potrà gestire il personale, ormai abituato a fare e disfare come vuole. Non saprebbe neanche se e quanto Alitalia potrebbe continuare a beneficiare della protezione governativa sul mercato aereo. Insomma, farebbe un salto nel buio.
Invece, gli investitore privati italiani, pare che ci siano, pronti a saltare e la cosa non ci meraviglia. E non saranno certo loro a chiedere di avere la mano libera per rivoltare l’azienda come un calzino e fare una rivoluzione culturale e manageriale della quale si sente il bisogno da almeno vent’anni. Più probabilmente traccheggeranno, occupandosi piuttosto della contropartita.
Già, la contropartita. Perché il vero valore dell’acquisto delle azioni di una compagnia aerea decotta non saranno le azioni stesse ma ciò che il nostro simpatico Romano Prodi darà a De Benedetti e agli altri in cambio di questa operazione. Stiamone certi, qualcosa riceveranno. E non di poco valore. Tanto, l’uso del denaro pubblico per ottenere scopi che con il bene pubblico del paese non hanno niente a che vedere, fa parte di un copione già visto parecchie volte nella carriera del nostro emerito Presidente del Consiglio. Cose che ha fatto in quello che è l’unico ed il vero conflitto di interesse, il suo, materializzatosi più volte con lo scambio di vantaggi privati con vantaggi per terzi, attraverso l’utilizzo di risorse pubbliche che non gli appartengono. Vedrete.