Le idee di Vodafone, il monopolio di Telecom

Antenne_cellulari.jpg

Tutti noi possediamo un telefono cellulare. Molti di noi possiedono un telefono fisso. A Vodafone è venuta in mente un’idea. Si è chiesta se gli italiani sarebbero interessati a portare il loro numero fisso sul telefono portatile, di modo che quando qualcuno li chiama a casa, ovunque si trovino, squilla il loro cellulare. Ha offerto anche di provvedere a questo trasferimento in modo gratuito, promesso che le telefonate fatte sarebbero state fatturate a tariffe competitive e che non si sarebbe dovuto più pagare il canone fisso.

Questa offerta ha un significato che va ben oltre il semplice aspetto commerciale: decreta la fine del potere della Telecom derivante dalla proprietà della sua rete nell’ultimo miglio, quello che unisce fisicamente le centrali telefoniche alle nostre case. Ma le cose non sono poi così semplici, specialmente quando nel nostro paese si parla di concorrenza e di liberalizzazioni e c’è di mezzo un gigante che ha fatto della mancanza di concorrenza la sua ragione di vita. La Telecom ha fatto quindi opposizione rivolgendosi al tribunale e sostenendo che trattasi di un “illecito concorrenziale“, visto che, udite udite, non ci sono norme nel nostro ordinamento che regolano la portabilità di un numero fisso verso un cellulare. Il tribunale le ha dato ragione, sostenendo che non c’è alcun obbligo da parte di Telecom a fornire a Vodafone il servizio di portabilità dei propri numeri, in quanto questo meccanismo è previsto solo per i servizi forniti sulla stessa rete.

Ora Vodafone deve smettere di pubblicizzare con Totti e Gattuso l’offerta del nuovo servizio che sarebbe dovuta diventare operativa a metà Dicembre. Quindi né l’Authority per le Comunicazioni né il ministero delle Comunicazioni hanno avuto voce in capitolo. Forse pensavano fosse sufficiente un cambio di governo e un decreto targato “liberalizzazioni” per permettere ai poveri cittadini di godere dei benefici della competizione tra fornitori di servizi. Invece c’è di mezzo il gigante quasi monopolista, quello che avrebbe dovuto aprire il mercato, legalmente, agli altri fornitori di telefonia ma che lo ha fatto solo per 500.00 famiglie su 20milioni di utenti. Quello che a causa dell’altissimo indebitamento e della sua posizione di preminenza sta portando il paese verso uno stato di arretratezza tecnologica da terzo mondo. Quello che si occupa soprattutto dei suoi problemi a monte, nella catena di controllo e di quelli politici, invece che occuparsi delle sciagure alle quali sono sottoposti i suoi clienti, soprattutto quelli sposati ad “Alice”.

Se quindi vogliamo utilizzare la novità proposta da Vodafone, dovremo ancora cambiare numero e poi potremo smettere di utilizzare il telefono di casa. E’ significativo che le offerte innovative a vantaggio dei consumatori ed i servizi concorrenziali, siano proposti da un gruppo multinazionale inglese. I gruppi italiani propongono solo leggi e regolamenti con i quali proteggersi.

Successioni e donazioni: una fregata o un affare?

Money_heart.jpg

Una delle norme introdotte dai recenti decreti emanati dall’attuale governo e che hanno occupato insistentemente le pagine dei giornalini questi giorni è quella della tassa sulle successioni e donazioni (dl. 262/2006). Il precedente governo, come sappiamo, aveva abolito questo balzello nel caso di trasmissione dei beni in linea diretta (e non solo) ed i beneficiari erano obbligati a pagare solamente le imposte ipotecarie e catastali nel caso si trattasse di beni immobili.

Si è gridato allo scandalo quando la prima proposta per la reintroduzione di questa tassa prevedeva delle franchigia molto basse (€ 180.000) ed evidentemente la protesta del popolo e magari di qualche parlamentare della maggioranza, in sede di conversione in legge ha fatto cambiare idea all’esecutivo. Alla fine, alla faccia di chi si sta ancora divertendo a ricamare un po’ di insana demagogia intorno al provvedimento, la versione (quasi) finale del provvedimento rischia di rivelarsi un buon affare per la stragrande maggioranza dei contribuenti italiani. Vediamo perché.

Il principio che utilizzeremo in questa breve disamina è quello di non considerare i casi di successioni o donazioni che si verificano raramente e che quindi non provocheranno delle sostanziali modifiche alla situazione precedente. I casi che si verificano più spesso sono quindi quelli di trasmissione per donazione o in via successoria in linea diretta (da genitori a figli o tra nonni e nipoti ex filio), tra coniugi o tra parenti in linea collaterale (ad esempio tra fratelli). Prima dell’introduzione del provvedimento non erano tenuti a pagare le imposte le trasmissioni di beni tra coniugi, tra parenti in linea diretta e fino al quarto grado. Inoltre, nel caso di beni immobili, erano previste le imposte ipotecarie e catastali per qualsiasi tipo di trasmissione nella misura complessiva del 3%.

Ora le situazione è così definita: è introdotta una franchigia di 1 milione di euro da moltiplicare tante volte quanti sono i beneficiari se la successione o la donazione hanno come beneficiari il coniuge ed i parenti in linea retta del donante o del defunto. Al di sopra di questa franchigia i beneficiari dovranno pagare un’imposta del 4% su qualsiasi attività. E’ stata eliminata l’imposta di registro sugli immobili prevista dal decreto originale e sono confermate le imposte ipotecarie e catastali, rispettivamente al 2% e all’1%; qualora poi almeno uno dei beneficiari della successione oppure il donatario si trovino nella condizione per potere richiedere i benefici dell’acquisto “prima casa”, le imposte in questione sono dovute nella misura fissa di € 168 cadauna. In queste ora il governo sta esaminando un ordine del giorno con il quale si impegna ad estendere la franchigia del milione di euro anche ai fratelli.

E’ evidente che nella maggior parte dei casi queste disposizioni avranno come effetto quello di non inasprire il carico fiscale. Infatti il meccanismo di fissazione di una franchigia così elevata e la sua moltiplicabilità per tante volte quanti sono i beneficiari della trasmissione ereditaria o della donazione, farà si che chi dovrà realmente pagare saranno solo i detentori di ingenti patrimoni e quindi un numero limitatissimo di persone rispetto al totale. Rimangono comunque inalterate le possibilità di non pagare le imposte successorie sulle attività rappresentate da beni mobili per coloro che ereditano titoli di Stato (…).

Chi si agita (in molti casi giustamente) per l’introduzione di misure liberticide in materia fiscale e sostiene la scorrettezza di una manovra sbilanciata sulle entrate, dovrebbe fare più attenzione nell’esprimere certe tesi in questa materia, quando si parla di successione o donazione. Molti, poi, dovrebbero fare attenzione anche alle loro finanze personali e in questo ci riferiamo a chi, in previsione dell’introduzione di queste imposte, ha provveduto anticipatamente a donare degli attivi ai propri figli o ai coniugi, rischiando di pagare un ammontare di imposte maggiore rispetto a quelle che avrebbe pagato ora in assenza della versione definitiva della legge.

Noi sosteniamo invece che questo decreto non abbia nulla di liberticida. Semmai, parlando di libertà, vorremmo vedere le critiche dei sedicenti liberali di destra o dei laici liberali rivolte verso l’impossibilità per le coppie da tempo conviventi e con figli di potere disporre nei termini di legge di disposizioni testamentarie e di potere essere considerati sotto l’aspetto fiscale, alla stregua di una coppia regolarmente sposata.

L’assurdo della nostra legislazione in materia (che risente in modo ignobile dell’influenza cattolica) è che nel caso di una separazione giudiziale, i coniugi fi non perdono i loro diritti successori no al divorzio mentre nel caso di una coppia convivente con figli, i conviventi non hanno alcun diritto. Da anni attendiamo anche un cenno da Berlusconi (divorziato) o da Casini (divorziato) ma fin’ora non abbiamo visto niente. Idem da parte del Centro-Sinistra.

Tutti pazzi per Prodi

Prodi_caricatura.jpg

Romano Prodi, dopo i segni di nervosismo, comincia a dare segni di squilibrio. Forse il bilancino non gli funziona più. Ora dice che siamo tutti pazzi e, in un certo senso, ha ragione. Lo abbiamo messo alla testa del governo, quindi siamo un popolo di pazzi; lui, i cui trascorsi storici sono sotto gli occhi di tutti. Le sue gesta epiche all’IRI, quelle durante il primo governo di Centro-Sinistra ed il mandato di Presidente della Commissione in Europa, riecheggiano ancora nelle tra i monti, le valli e le pianure del nostro continente. Ma noi cittadini del bel paese siamo un po’ sordi e abbiamo quindi pensato che a quest’uomo dal sorriso pacioso e dalla parlata convincente (…), dovevamo dargli un’altra possibilità.

Molti lo hanno votato perché è ritenuto il migliore nella tecnica di coalizione. Altri perché pur non esprimendo un quoziente elevato, si sapeva dove sarebbe andato a parare. Altri perché non sopportavano Berlusconi. Lui ha sorpreso tutti, ha sterzato a sinistra, si è vestito da Ribbentrop, si è spalmato un tot di vaselina un po’ dappertutto e, dopo l’aperitivo dolce delle liberalizzazioni (dove sono finite?), ha sceso la sua mano vincente sul tavolo, la Finanziaria 2007.

Non importa che non ci sia uno (diciamo 1…) tra i cittadini comunitari, extracomunitari e marziani residenti in Italia che sia contento di questa manovra. Non c’entra se la manovra non tocca posizioni di rendita, non riforma nulla, aumenta la pressione fiscale di almeno 1,5% e si basa per l’80% su maggiori entrate invece che su minori spese.

Adesso chi si lamenta è lui che non accetta gli scontenti, gli attacchi feroci, le dichiarazioni “intempestive” della Montalcini. Eppure Romano ci ha provato ad accontentare tutti, ha dato anche 14 milioni al senatore Pallaro, 62 alla Campania ed alla Basilicata per il “proseguimento degli interventi di ricostruzione nei territori colpiti dagli eventi sismici del 1980-81″, vuole assumere 150.000 insegnanti, dare 100 milioni alle scuole materne private, ha tolto il taglio di 100 milioni previsto al ministero degli Esteri, dato 300 milioni alla Protezione Civile, 80 milioni a Cacciari per Venezia e 40 a Illy per il Friuli visto che era stato un po’ troppo critico verso la Finanziaria.

Insomma, ce n’è per tutti ma alla fine nessuno è contento. E perché mai? Perché il paese è impazzito, perché “non pensa più al domani. In effetti non ha tutti i torti perché nella loro folle umanità i poveri cittadini pensano all’oggi, alla pagnotta, alla quarta settimana che non finisce mai. Pensano che non ce la fanno e magari vedono alla televisione i tiggì di sinistra che annunciano trionfanti gli ennesimi miliardi (di euro) trovati per i dipendenti pubblici negli anfratti del palazzo. Pensano che i ricchi saranno tassati di più e si metteranno in agitazione, consumeranno meno e il paese rischierà per l’ennesima volta di non agganciare la ripresa. Pensano anche che chi non ce la fa, continua a non farcela, perché migliorare l’equità con la leva fiscale è una ricetta fallimentare.

Pensano e ripensano ma questo domani lo vedono fosco, nuvoloso e senza speranza. E lì, nel bel mezzo dei loro pensieri, vedono il suo faccione che sorride dopo la scorpacciata di mortadella. E si arrabbiano, sono scontenti, anzi, molti sono scontenti e soprattutto pentiti: di averlo votato. Ma ormai è troppo tardi, sono cornuti e mazziati, lo hanno votato e si prendono dei pazzi. Viva Prodi!

Esselunga: per la libera determinazione dell’imprenditorialità

cappellettorosso_Esselunga.jpg

Bernardo Caprotti fonda l’Esselunga negli anni ‘50 insieme a Nelson Rockefeller ed altri imprenditori italiani e importa così la grande distribuzione alimentare in Italia. Dal primo punto vendita di viale Regina Giovanna, aperto nel 1957 a Milano (ancora oggi esistente), il gruppo è arrivato a fatturare € 4,3 miliardi, con 127 tra super ed ipermercati (soprattutto nel Nord Italia), circa 15mila dipendenti e € 107 milioni di utile netto.

Dopo essere stato affiancato dal figlio Giuseppe dalla fine degli anni ‘90 fino al 2003, l’anziano fondatore ha ripreso in mano le redini dell’azienda e si appresta ora a cederla, dopo averne scorporato all’inizio dell’anno il patrimonio immobiliare e avere ricevuto valutazioni delle attività commerciali pari a circa € 3,5 miliardi.

Le offerte in regime di concorrenza sarebbero ora al vaglio di Caprotti. Ad essere interessati pare siano il gruppo inglese Tesco, gli americani di WalMart ed i belgi di Delhaize. Ma c’è un altro acquirente palese, le Coop, intenzionate ad impossessarsi del gigante della distribuzione attraverso metodi degni del dittatore russo Vladimir Putin. Come molti ricordano, il buon Vladimir negli ultimi anni ha provveduto, a colpi di scandali, processi ed incarcerazioni, ad espropriare delle loro aziende alcuni dei più ricchi e potenti imprenditori russi.

Non vogliamo paragonare un qualsiasi Aldo Soldi, presidente di ANCC (Coop) al dittatore di una delle principali potenze mondiali ma è certo che i metodi usati dalle Coop e dai loro amici, presenti in quasi tutti i settori della vita sociale e politica italiana, non sono esattamente definibili come rispettosi delle regole di mercato e della libertà di concorrenza.

Caprotti però non ci sta. Dopo avere finanziato e sostenuto a viso aperto Forza Italia in tutte le battaglie elettorali degli ultimi anni, ora si trova senza appoggi governativi ed utilizza l’unico strumento adatto a sensibilizzare l’opinione pubblica verso gli attacchi più o meno palesi sferrati negli ultimi mesi dal colosso della distribuzione manovrato dalla politica di sinistra: i comunicati stampa. Sabato 4 novembre Esselunga ha iniziato la sua arringa di difesa dal tentativo di take over ostile (meglio definibile come esproprio) da parte di Coop e dei suoi amici e parenti: due pagine piene, rispettivamente sul Corriere e sul Sole24Ore, per spiegare la strategia delle cooperative della distribuzione.

Il piano è chiaro: qualcuno vuole che le Coop acquisiscano Esselunga perché è un patrimonio del paese e non può andare in mani straniere. È il solito ritornello della difesa dell’italianità, un teorema economico non presente nei testi di economia ma solo nelle menti dei burocrati di stato di sinistra e dei difensori dello status quo. Superburocrati come Antonio Fazio e Romano Prodi hanno già tenuto lunghe e noiose lezioni sull’argomento, estendendo l’importanza di questo concetto a vari settori economici, dalle banche, alle telecomunicazioni e ai trasporti. Ora è il turno della grande distribuzione alimentare.

Frasi dette da alti funzionari delle Coop, da banchieri o da ministri, sono veri attentati alla libertà ed alla libera concorrenza: «..ci sentiamo in diritto-dovere di comprare Esselunga. E ci siamo candidati ufficialmente…se l’Esselunga fosse messa in vendita, sarebbe un diritto-dovere per noi acquistarla.» Quindi non si parla solo di “doveri” ma di “diritti”, acquisiti in nome di un non-ben-identificata investitura ricevuta da non-ben-identificati padrini.

Ai diritti-doveri seguono poi le minacce: «…una possibile vendita di Esselunga a Tesco creerebbe problemi non a Coop ma alla piccola e media distribuzione del Paese…la distribuzione ha un impatto diretto sulle piccole e medie imprese nazionali. Nel senso che un supermercato straniero tenderà a vendere prodotti stranieri.» Cesare Geronzi, numero uno di Capitalia, dice poi: « …Hai mai fatto una visita al bancone di Auchan in Italia? Vada, vada di persona, guardi quanti sono i prodotti francesi esposti e quanti quelli italiani. Mi dicono che Caprotti voglia vendere, guai a perdere Esselunga, deve rimanere in mani italiane. Mi sono spiegato?» Fin troppo.

Caprotti si difende nel migliore dei modi da queste affermazioni demagogiche: con i numeri e i dati certificati contenuti negli inserti, con in quali è dimostrata l’indifferenza dell’offerta di prodotti italiani e stranieri sui banconi di Esselunga, Auchan, Carrefour o GS.

Interviene anche il primo ministro, Prodi: «... sono rimaste le Coop e c’è ancora l’Esselunga…il governo può metterle insieme…può fare una politica perché stiano assieme…» Già. Senza contare il ministro Paolo De Castro, al dicastero dell’Agricoltura: «…il rischio è che un supermercato straniero tenda a vendere prodotti stranieri oppure che strangoli i fornitori (cioè le piccole aziende agricole locali) con contratti usati normalmente altrove ma impossibili da gestire in Italia.»

A difendere Caprotti e il destino della sua società, scende in campo perfino Beppe Grillo:

«Caprotti venda alla Tesco. Portiamo in Italia i prezzi al dettaglio presenti negli altri Paesi europei. Importiamo la concorrenza. Evitiamo le tradotte familiari, il fine settimana in Francia e in Svizzera per comprare prodotti alla metà della metà. Il governo si occupi dei prezzi e non della Esselunga. E anche del fatto che tutta la distribuzione on line (il futuro) è già nelle mani degli stranieri.»

Noi, nel nostro piccolo, abbiamo già cominciato da tempo a sostenere Bernardo Caprotti. Nella nostra zona, a Milano, i supermercati abbondano. Ma la scelta è ora chiara: andiamo solo all’Esselunga di viale Piave, uno dei punti vendita storici, un incontro di due volti della Milano metropolitana. Un supermercato di confine tra il quartiere multietnico a ovest di Corso Buenos Aires e la centrale e ricca zona intorno a Corso Venezia. Un luogo dove, insieme a fiumane di immigrati egiziani, filippini o ucraini, si possono incontrare i Dolce, i Gabbana, i Fiorucci, Vittorio Feltri, Simona Ventura, Silvia Monti Donà delle Rose o lo stesso Bernardo Caprotti, tutti uniti nella difesa del loro portafoglio e della libera concorrenza. Di certo speriamo di non incontrare i Bersani o i D’Alema. Quelli li lasciamo bazzicare nelle (il)libere Coop.

La finanziaria delle promesse (mancate)

Alice Wonderland.jpg

Dopo che eminenti esponenti avevano sostenuto di essere contrari all’introduzione di nuove tasse ed avevano dichiarato che chi dice il contrario è un infame, siamo arrivati all’approvazione del progetto di Legge Finanziaria 2007.

Il governo ha deciso le misure necessarie a riportare il deficit sotto il 3% del PIL (il cui fabbisogno è di 14,8 miliardi) e a finanziare altre scelte economiche (per 18,6 miliardi), come il taglio al cuneo fiscale, il rinnovo del contratto del pubblico impiego, la dotazione del fondo infrastrutture ad altre. Avendo scelto di non utilizzare misure una-tantum, spesso usate dal precedente governo, ha preferito sbizzarrisi nella scelta di iniziative “creative”, come, (more…)

Chiudi
Invia e-mail