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L’indulto è vicino. E le riforme?

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La Camera dei Deputati ha approvato con 460 voti favorevoli (40 più del necessario) un provvedimento di indulto di tre anni. Fra il voto di ieri e l’apertura delle celle dalle quali potranno uscire qualche migliaio di detenuti, molti sono gli ostacoli ancora da superare. Innanzitutto il Senato che potrebbe licenziare entro la fine della settimana il provvedimento anche se il presidente della Commissione Giustizia del Senato, Cesare Salvi ha messo le mani avanti chiedendo tempo per esaminare il testo. Poi sarà la volta della burocrazia ministeriale e giudiziaria e quindi l’ultima parola non é ancora detta.

(continua…)

Indulto tra pro e contro

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Michele Ainis dalle pagine del Riformista, scrive oggi che l’indulto marcia veloce sui binari. Il mondo politico e l’opinione pubblica sono divisi su questo tema e noi vogliamo provare ad esaminare le ragioni degli uni e degli altri.

Cominciamo da chi è favorevole. I motivi sono tanti ma riguardano in generale la condizione del nostro sistema giudiziario e carcerario, gravato da 9 milioni di processi aperti. L’unico modo per mettere mano al disastro che sta davanti ai nostri occhi sarebbe quello di varare un provvedimento d’indulto e successivamente un’amnistia. Quest’ultima non sembra all’ordine del giorno in tempi brevi ma, una volta rotto il primo argine (quello dell’indulto), i sostenitori di questa linea potrebbero fare pressioni per arrivare all’amnistia. Di questa si è discusso molto negli ultimi anni a partire dal 2000, anno del Giubileo, per arrivare alla visita del Papa in Parlamento nel 2002 ed alla convocazione straordinaria delle Camere nel 2005.

La situazione del sistema giudiziario/carcerario negli ultimi anni è notevolmente peggiorata. Questo è dovuto ad un impennata della curva di occupazione delle carceri a fronte della quale il sistema non si è adeguato. Perché questo aumento? Le cause convergenti possiamo individuarle in due elementi: il primo l’aumento dei condannati destinati al carcere, derivante soprattutto dal dilagare della criminalità extra comunitaria. Il secondo dalla modifica effettuata nel 1992 dell’articolo 79 della Costituzione che ha reso necessaria una maggioranze dei 2/3 del Parlamento per i provvedimenti di indulto ed amnistia. Precedentemente infatti era uso concedere un paio di indulti o di amnistie all’anno il che permetteva di mantenere in equilibrio il numero dei carcerati  con le strutture e gli organici (dal 1861 al 1990 sono stati fatti 333 provvedimenti).

Ma è così disastrosa questa situazione? I numeri ci danno risposta affermativa. Nel 2000 è stato emanato un nuovo regolamento penitenziario che non è mai stato applicato per mancanza di risorse. Un’altra legge del 1999, che prometteva ai detenuti il diritto alla salute, non è applicabile perché le spese sanitarie per il sistema carcerario si sono costantemente ridotte. Nelle carceri il numero dei suicidi è 19 volte più elevato che fuori, la disponibilità di educatori è circa un terzo di quella necessaria, gli assistenti sociali sono 1 ogni 48 detenuti e gli psicologi 1 ogni 148 detenuti.

Il problema principale è comunque il sovraffollamento. Negli ultimi 7 anni la popolazione carceraria è cresciuta di 10.000 unità su un totale che oggi supera i 61.000 carcerati. Il tutto in un sistema che dovrebbe accoglierne non più di 40.000. I penitenziari sono spesso fatiscenti, hanno celle concepite per essere singole e in alcuni il sovraffollamento arriva a livelli estremi. Questa situazione determina l’impossibilità di rispettare la garanzia costituzionale della riabilitazione (la maggioranza dei detenuti sono recidivi) ed il dilagare di malattie (anche quelle da terzo mondo come la scabbia).

La situazione impone quindi l’intervento del Parlamento anche se chi è favorevole lamenta che la situazione politica, condizionata dalla necessità della maggioranza dei due terzi dei votanti, determina il sorgere di posizioni di ricatto da parte di molte fazioni, causando uno stallo.

Su questo argomento si posiziona la convergenza tra favorevoli e contrari.

L’opposizione al provvedimento d’indulto (e, di conseguenza dell’amnistia) è condotta dal Ministro Antonio Di Pietro.

Nelle sue parole alla camera ha detto che:

«Oltre ad aver sottoscritto il programma dell’Unione, so anche leggerlo. E invito gli alleati a rileggere la parte in cui c’è scritto che i provvedimenti di clemenza devono essere fatti solo in concomitanza con provvedimenti che intervengano sul sistema giudiziario e carcerario, e che quindi possano essere solo un punto finale di un processo di ristrutturazione.»

La tesi di Di Pietro ha la sua legittimità perché messo così e senza una volontà politica, questo provvedimento rischia solo di mettere in circolazione persone che hanno commesso dei crimini senza che i veri problemi siano affrontati in un’ottica di riforme strutturali.

Di Pietro non è il solo ad opporsi. Eugenio Scalfari dice la sua in chiave politica ed introduce il problema dei reati contro la pubblica amministrazione:

«In tutti gli indulti che sono stati approvati in precedenti occasioni sono stati sempre esclusi dai provvedimenti di clemenza i reati di corruzione e di concussione commessi contro la pubblica amministrazione. Invece nel provvedimento Mastella – e per la prima volta nella nostra legislazione – questi reati beneficeranno della clemenza approvata dal Parlamento. Di qui il rifiuto di Di Pietro di votare in favore … La verità che sta dietro all’estensione dell’indulto ai reati di corruzione e concussione contro lo Stato è presto detta: senza quell’estensione i voti di Forza Italia verrebbero a mancare e quindi non si raggiungerebbe il “quorum” necessario. Mastella e la maggioranza di centrosinistra si sono trovati di fronte a questa “impasse”; per superarla hanno trangugiato il rospo.» (qui l’articolo).

Tra le file dei giornalisti Scalfari non è l’unico a dichiararsi contrario. Anche Marco Travaglio su Repubblica esprime le sue ragioni da non sottovalutare.

Pare quindi che ognuno abbia le sue ragioni.

La domanda è: da dove cominciamo? Vogliamo lasciare il sistema in questa situazione di putrefazione mentre operiamo per le riforme che saranno effettive tra qualche anno? E nel frattempo che succederà nelle carceri? Oppure diamo un sollievo alla vita dei carcerati con un provvedimento di indulto e creiamo una finestra di tempo all’interno della quale operare per le riforme?

Le risposte non sono facili. Probabilmente non abbiamo scelta se non vogliamo che la situazione diventi esplosiva e non è possibile evitare un compromesso con l’opposizione: dobbiamo attuare un provvedimento d’indulto. Il vero problema è l’ incapacità di mettere mano ad un percorso di riforme in un settore dove quelle scritte sulla carta non sono state attuate. Il motivo è che quando parliamo di popolazione carceraria ci riferiamo ad un universo di persone dimenticate, spesso considerate non in grado di vivere una vita dignitosa e di tentare un percorso di reinserimento nella società. Un argomento politicamente poco interessante. Se c’è uno schieramento geneticamente più adatto a riformare questo sistema è quello di sinistra, all’interno del quale gli esponenti del Partito Radicale, da sempre vicini ai carcerati, possono svolgere un ruolo di pressione. Speriamo e nel frattempo ricordiamoci di non commettere reati, almeno per un po’.

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