Riformismo USA e anti-mercatismo italiano

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Pare confermato: nella sconfitta delle elezioni di Medio Termine negli USA, non solo l’Irak c’entra poco ma neanche George W. Bush hanno giocato un ruolo fondamentale. Non si è trattato quindi di una vera e propria sconfitta quanto di una vittoria dei Democratici. L’autore di questo successo ha un nome: Rahm Emanuel. E’ definito uno scaltro e disinvolto deputato clintoniano, uno di Chicago. La sua strategia ha poggiato su due elementi: il primo è stato di scrivere un libro “The Plan - Big Ideas for America” per spiegare la strategia del partito, il secondo quello di selezionare con attenzione e personalmente tutti i candidati.

Il libro esprime concetti di tipo riformatore, non certo consoni ad una certa tradizione di “sinistra” dei Democratici. I candidati, quasi sempre vincitori, in alcuni casi hanno scavalcato i loro avversari repubblicani su temi come l’aborto, il controllo delle armi o la sicurezza nazionale. Insomma, potremmo dire che la dilagante vittoria lo è stata proprio perché, con i concetti contenuti nel libro e i candidati, i Democratici hanno “dilagato” nel terreno avversario.

Questa vicenda ci mostra innanzitutto che l’America è e resta un paese nel quale il riformismo e il bisogno di sicurezza sono due principi inscindibili. In Italia invece, pare che la sicurezza interessi a tutti ma il riformismo neanche per sogno. Anzi, il futuro è sempre più dipinto a tinte anti-riformiste e anti-mercato. Infatti si fa molto parlare in questi giorni della successione di Silvio Berlusconi e nonostante il ritornello dei “quarantenni”, i candidati sembrano sempre gli stessi. In prima fila, se non in pole, Giulio Tremonti.

Se il futuro del partito di massa liberale di chiamasse Giulio, staremmo freschi. L’abito di colbertista non gli basta più e adesso ha preso a strizzare l’occhiolino ai post-comunisti. Parla di anti-mercatismo e dice che

«Il futuro è la sinistra antagonista e non quella governista. L’ideologia che considerava il mercato come luogo dominante della politica è finita…E’ fallita l’idea che un paese si governa come un’azienda…Se è vero che la politica non potrà tornare nei recinti ideologici è anche impossibile che resti nel luogo artificiale del mercato.»

Queste le premesse. Certamente Giulio Tremonti ha mantenuto ben funzionanti le cellule cerebrali ma forse le immagini del malore di Berlusconi a Montecatini, devono avere fatto balenare nella sua mente quei quadri ottocenteschi che ritraggono Napoleone in procinto di vincere l’ennesima battaglia. E, si sa, quando uno crede di poter diventare imperatore, tutto è possibile. Questo signore ha governato per anni l’Italia economica del Centro Destra liberale. Vuole i dazi e non vuole il mercato. In una sorta di suicidio programmato, vuole ora appoggiare dall’esterno l’asso Prodi-Bertinotti. Si reputi fortunato se non gli auguriamo la fine di Berlusconi sul palco.

Successioni e donazioni: una fregata o un affare?

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Una delle norme introdotte dai recenti decreti emanati dall’attuale governo e che hanno occupato insistentemente le pagine dei giornalini questi giorni è quella della tassa sulle successioni e donazioni (dl. 262/2006). Il precedente governo, come sappiamo, aveva abolito questo balzello nel caso di trasmissione dei beni in linea diretta (e non solo) ed i beneficiari erano obbligati a pagare solamente le imposte ipotecarie e catastali nel caso si trattasse di beni immobili.

Si è gridato allo scandalo quando la prima proposta per la reintroduzione di questa tassa prevedeva delle franchigia molto basse (€ 180.000) ed evidentemente la protesta del popolo e magari di qualche parlamentare della maggioranza, in sede di conversione in legge ha fatto cambiare idea all’esecutivo. Alla fine, alla faccia di chi si sta ancora divertendo a ricamare un po’ di insana demagogia intorno al provvedimento, la versione (quasi) finale del provvedimento rischia di rivelarsi un buon affare per la stragrande maggioranza dei contribuenti italiani. Vediamo perché.

Il principio che utilizzeremo in questa breve disamina è quello di non considerare i casi di successioni o donazioni che si verificano raramente e che quindi non provocheranno delle sostanziali modifiche alla situazione precedente. I casi che si verificano più spesso sono quindi quelli di trasmissione per donazione o in via successoria in linea diretta (da genitori a figli o tra nonni e nipoti ex filio), tra coniugi o tra parenti in linea collaterale (ad esempio tra fratelli). Prima dell’introduzione del provvedimento non erano tenuti a pagare le imposte le trasmissioni di beni tra coniugi, tra parenti in linea diretta e fino al quarto grado. Inoltre, nel caso di beni immobili, erano previste le imposte ipotecarie e catastali per qualsiasi tipo di trasmissione nella misura complessiva del 3%.

Ora le situazione è così definita: è introdotta una franchigia di 1 milione di euro da moltiplicare tante volte quanti sono i beneficiari se la successione o la donazione hanno come beneficiari il coniuge ed i parenti in linea retta del donante o del defunto. Al di sopra di questa franchigia i beneficiari dovranno pagare un’imposta del 4% su qualsiasi attività. E’ stata eliminata l’imposta di registro sugli immobili prevista dal decreto originale e sono confermate le imposte ipotecarie e catastali, rispettivamente al 2% e all’1%; qualora poi almeno uno dei beneficiari della successione oppure il donatario si trovino nella condizione per potere richiedere i benefici dell’acquisto “prima casa”, le imposte in questione sono dovute nella misura fissa di € 168 cadauna. In queste ora il governo sta esaminando un ordine del giorno con il quale si impegna ad estendere la franchigia del milione di euro anche ai fratelli.

E’ evidente che nella maggior parte dei casi queste disposizioni avranno come effetto quello di non inasprire il carico fiscale. Infatti il meccanismo di fissazione di una franchigia così elevata e la sua moltiplicabilità per tante volte quanti sono i beneficiari della trasmissione ereditaria o della donazione, farà si che chi dovrà realmente pagare saranno solo i detentori di ingenti patrimoni e quindi un numero limitatissimo di persone rispetto al totale. Rimangono comunque inalterate le possibilità di non pagare le imposte successorie sulle attività rappresentate da beni mobili per coloro che ereditano titoli di Stato (…).

Chi si agita (in molti casi giustamente) per l’introduzione di misure liberticide in materia fiscale e sostiene la scorrettezza di una manovra sbilanciata sulle entrate, dovrebbe fare più attenzione nell’esprimere certe tesi in questa materia, quando si parla di successione o donazione. Molti, poi, dovrebbero fare attenzione anche alle loro finanze personali e in questo ci riferiamo a chi, in previsione dell’introduzione di queste imposte, ha provveduto anticipatamente a donare degli attivi ai propri figli o ai coniugi, rischiando di pagare un ammontare di imposte maggiore rispetto a quelle che avrebbe pagato ora in assenza della versione definitiva della legge.

Noi sosteniamo invece che questo decreto non abbia nulla di liberticida. Semmai, parlando di libertà, vorremmo vedere le critiche dei sedicenti liberali di destra o dei laici liberali rivolte verso l’impossibilità per le coppie da tempo conviventi e con figli di potere disporre nei termini di legge di disposizioni testamentarie e di potere essere considerati sotto l’aspetto fiscale, alla stregua di una coppia regolarmente sposata.

L’assurdo della nostra legislazione in materia (che risente in modo ignobile dell’influenza cattolica) è che nel caso di una separazione giudiziale, i coniugi fi non perdono i loro diritti successori no al divorzio mentre nel caso di una coppia convivente con figli, i conviventi non hanno alcun diritto. Da anni attendiamo anche un cenno da Berlusconi (divorziato) o da Casini (divorziato) ma fin’ora non abbiamo visto niente. Idem da parte del Centro-Sinistra.

Chissene frega della politica

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In un paese ove il Presidente del Consiglio, davanti alle domande di un illustre giornalista di un’illustre emittente televisiva britannica, la BBC, purtroppo spiega che questa Legge Finanziaria per il 2007 è una buona cosa e spiega anche, purtroppo, che gli italiani, ultimamente addormentati, si stanno svegliando, dobbiamo, purtroppo, sperare in una lunga durata del suo mandato. Se il suo governo cadesse e se ne formasse uno di larghe intese o tecnico o, ancora peggio, si andasse alle urne e vincesse il Centro Destra, ci chiediamo cosa succederebbe al governo del paese.

C’è chi, gentilmente, invita gli esponenti dell’opposizione di tornare a fare politica. In effetti, sarebbe più salutare. Intanto che ci riflettono sopra, della politica vediamo solo l’avanspettacolo. Abbiamo Elisabetta Gardini, esponente importante del principale partito del paese, che si agita ancora una volta dopo le figuracce rimediate sia in improbabili interviste estemporanee che nelle aree di Montecitorio riservate alle donne; stavolta se la prende con tutti gli esponenti parlamentari della maggioranza, durante una discussione pubblica e dice:

«Bugiardi truffatori e incompetenti, a partire dal presidente di questa Camera che ha dichiarato come suo sogno di abolire la proprietà privata e l’ha equiparata alla schiavitù; avete visto oggi sul Corriere che ci costerà 200 miliardi la vostra inanità per le grandi opere: 200 miliardi di euro! Era una Bibbia quel programma; siete solo una schiera di bugiardi ipocriti e avete estorto il voto e la fiducia degli italiani con la truffa, con la truffa! Io immagino che quando uscite vi vergognerete e vi nasconderete. Altro che pinocchi! Altro che pinocchi! Banditi e truffatori! Estortori!»

Certamente era alterata, forse per avere visto ancora una volta Vladimir Luxuria occupare abusivamente le aree riservate, ma certamente non è stato uno spettacolo edificante. E poi dicono, le signore.

Gianfranco Fini, invece, ogni tanto estrae a sproposito la sua anima sociale di destra, vagamente filo islamica, tanto per non farci dimenticare quanto i paesi arabo musulmani, che nulla sanno dello stato laico, debbano al mondo della destra europea, soprattutto a quello nazista, di fianco al quale hanno combattuto (e perso) guerre per mezzo secolo. Lui vorrebbe le lezioni di Corano nella scuola pubblica. Ben inteso facoltative, in attesa dell’uscita dei guerrieri dalla pancia del cavallo di Troia. Solo che questi guerrieri non sarebbero armati di spade e archi ma di kalashnikov e cinture esplosive. Ci rammarichiamo per la smemoratezza di Gianfranco, paladino della libera religione nella libera scuola di stato, per non avere inserito nella sua lista dei desideri anche l’insegnamento di tutte le altre religioni, compresi i testimoni di Geova. Stiamo comunque in attesa di sentire le reazioni dei suoi sostenitori, già un po’ traumatizzati dalle svenevoli manifestazioni di affetto verso gli ebrei israeliani, ora che dovranno salutare per i corridoi delle scuole pubbliche questi tremendi imam barbuti. Anzi, non solo li dovranno salutare ma dovranno farlo in lingua araba perché, come si sa, costoro non insegnano il Corano in italiano, sennò come farebbero a giustificare certe esortazioni all’odio e al martirio verso gli occidentali?

Quindi, nonostante la nostra vocazione alquanto non-teista e un po’ tendente all’agnostico, ci incamminiamo quasi quotidianamente verso la più vicina parrocchia, accendiamo un cero e recitiamo una preghierina al Santo che vigila sul Presidente del Consiglio, augurandogli di farcela ancora per un po’, fino a quando, speriamo, i suoi oppositori torneranno a fare politica.

Tutti pazzi per Prodi

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Romano Prodi, dopo i segni di nervosismo, comincia a dare segni di squilibrio. Forse il bilancino non gli funziona più. Ora dice che siamo tutti pazzi e, in un certo senso, ha ragione. Lo abbiamo messo alla testa del governo, quindi siamo un popolo di pazzi; lui, i cui trascorsi storici sono sotto gli occhi di tutti. Le sue gesta epiche all’IRI, quelle durante il primo governo di Centro-Sinistra ed il mandato di Presidente della Commissione in Europa, riecheggiano ancora nelle tra i monti, le valli e le pianure del nostro continente. Ma noi cittadini del bel paese siamo un po’ sordi e abbiamo quindi pensato che a quest’uomo dal sorriso pacioso e dalla parlata convincente (…), dovevamo dargli un’altra possibilità.

Molti lo hanno votato perché è ritenuto il migliore nella tecnica di coalizione. Altri perché pur non esprimendo un quoziente elevato, si sapeva dove sarebbe andato a parare. Altri perché non sopportavano Berlusconi. Lui ha sorpreso tutti, ha sterzato a sinistra, si è vestito da Ribbentrop, si è spalmato un tot di vaselina un po’ dappertutto e, dopo l’aperitivo dolce delle liberalizzazioni (dove sono finite?), ha sceso la sua mano vincente sul tavolo, la Finanziaria 2007.

Non importa che non ci sia uno (diciamo 1…) tra i cittadini comunitari, extracomunitari e marziani residenti in Italia che sia contento di questa manovra. Non c’entra se la manovra non tocca posizioni di rendita, non riforma nulla, aumenta la pressione fiscale di almeno 1,5% e si basa per l’80% su maggiori entrate invece che su minori spese.

Adesso chi si lamenta è lui che non accetta gli scontenti, gli attacchi feroci, le dichiarazioni “intempestive” della Montalcini. Eppure Romano ci ha provato ad accontentare tutti, ha dato anche 14 milioni al senatore Pallaro, 62 alla Campania ed alla Basilicata per il “proseguimento degli interventi di ricostruzione nei territori colpiti dagli eventi sismici del 1980-81″, vuole assumere 150.000 insegnanti, dare 100 milioni alle scuole materne private, ha tolto il taglio di 100 milioni previsto al ministero degli Esteri, dato 300 milioni alla Protezione Civile, 80 milioni a Cacciari per Venezia e 40 a Illy per il Friuli visto che era stato un po’ troppo critico verso la Finanziaria.

Insomma, ce n’è per tutti ma alla fine nessuno è contento. E perché mai? Perché il paese è impazzito, perché “non pensa più al domani. In effetti non ha tutti i torti perché nella loro folle umanità i poveri cittadini pensano all’oggi, alla pagnotta, alla quarta settimana che non finisce mai. Pensano che non ce la fanno e magari vedono alla televisione i tiggì di sinistra che annunciano trionfanti gli ennesimi miliardi (di euro) trovati per i dipendenti pubblici negli anfratti del palazzo. Pensano che i ricchi saranno tassati di più e si metteranno in agitazione, consumeranno meno e il paese rischierà per l’ennesima volta di non agganciare la ripresa. Pensano anche che chi non ce la fa, continua a non farcela, perché migliorare l’equità con la leva fiscale è una ricetta fallimentare.

Pensano e ripensano ma questo domani lo vedono fosco, nuvoloso e senza speranza. E lì, nel bel mezzo dei loro pensieri, vedono il suo faccione che sorride dopo la scorpacciata di mortadella. E si arrabbiano, sono scontenti, anzi, molti sono scontenti e soprattutto pentiti: di averlo votato. Ma ormai è troppo tardi, sono cornuti e mazziati, lo hanno votato e si prendono dei pazzi. Viva Prodi!

In piazza contro la “Fase 2″

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Oggi il popolo delle sinistre scende in piazza. Marciare è sempre stato un suo vezzo, una manifestazione della propria forza, nato quando la debolezza risiedeva nell’essere fuori dai parlamenti e dalle maggioranze. Adesso in Parlamento ci sono, eppure non possono resistere al richiamo dell’antica foresta, talmente forte che non si accorgono in quale direzione protestano.

Oggi gli slogan saranno contro il precariato e contro Prodi. “Autoprotestarsi“, potrebbe essere il titolo della manifestazione. Per l’esattezza è una protesta intrecciata, di qui chi protesta, di lì Prodi e i suoi ministri e poi di qui gli antagonisti e di lì i riformisti.

Già, i riformisti di Damiano e Treu, per esempio, o quelli di Nicolais, per esempio. Che tramano costoro? Tramano la “fase 2″. Un film poliziesco? Fantascienza? Piuttosto fantascienza, diremmo noi. La “fase 2″, sarebbe quella in cui si aboliscono i privilegi e le rendite di alcuni, speriamo di molti. Anche di quelli che avrebbero il diritto ad andare in pensione dopo 35 anni di lavoro ma chiedono e ottengono dalla Corte dei Conti siciliana, di andarci dieci (dieci…) anni prima, dice Damiano. Per esempio. O quelli dei dipendenti pubblici che non meritano niente ma non si accontentano mai degli aumenti, dice Nicolais. Per esempio. E così via.

Allora la “fase 2″, diciamolo, colpisce il bacino elettorale della sinistra antagonista, soprattutto quello. Allora la “fase due” va tacciata, minacciata, boicottata, terrorizzata, possibilmente, bloccata. Allora tutti in piazza. Certo, di facciata si protesterà contro il precariato. Ma il precariato non regge più. Non si può più sostenere, davanti all’opinione pubblica che ha paura per il proprio lavoro, che la soluzione sia l’eliminazione dei precari e il tempo indeterminato garantito per tutti. Anzi, a qualcuno potrebbe venire l’idea, non troppo balzana, che per garantire il lavoro sia meglio precarizzare tutti. Ma per questo servono pazienza, coraggio e senso di responsabilità, cose che in piazza non trova neanche Frate Indovino.

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