Legge Finanziaria: le lezioni dalla stampa estera

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Nei giorni scorsi il personaggio mediatico era stato Daniela Santanchè. Ieri è stato Wolfgang Munchau. Chi sarebbe costui? Munchau, di nazionalità tedesca, dal 2003 è un “columnist” del Financial Times, sul quale scrive una volta alla settimana su argomenti legati al continente europeo ed alla sua economia. Il 23 ottobre ha scritto un articolo sulla manovra finanziaria 2007 del governo italiano, dal titolo “Instead of reform, it is Italian politics ad usual“. Il che, in poche parole, sintetizza le critiche alla Legge Finanziaria piovute da parte di tutti, esclusi i ministri e vice-ministri che l’hanno “creata”. Il quotidiano ilFoglio, dedica oggi ben tre articoli di prima pagina a questo articolo.

I concetti e le riflessioni più interessanti fatti dal quotidiano di Ferrara, sono sostanzialmente due. La prima, parte dalla considerazione di Munchau riguardo al principale problema della politica economica italiana (non solo di quella del governo di centro-sinistra): il deficit e il governo del debito non sono il problema in sé; il problema è la combinazione tra la dinamica del disavanzo e la capacità (o l’incapacità) dei governi di perseguire politiche di sviluppo.

Questa osservazione parte dal presupposto che, pur in presenza di una situazione delle finanze compromessa, se un paese ha un’economia che cresce e produce ricchezza, il riflesso di questa dinamica avrà effetti benefici nel medio termine, anche sulle entrate e quindi sul deficit. Si tratta quindi di indirizzare le decisioni in materia di politica economica più verso una “dimensione politica” e allontanarle da quella meramente contabile. Per fare un esempio, c’è una fondamentale differenza, dice ilFoglio, tra lo spendere qualche miliardo per finanziare gli incrementi delle retribuzioni statali e investire le stesse risorse in investimenti per la ricerca o per le infrastrutture. Il che, alla fine, ci riporta sempre alla dicotomia dello statalismo vs. il mercato. L’osservazione di Munchau è però politica e rileva che questo “vizio” non ha colore politico ma attraversa trasversalmente gli schieramenti, accomunando, per esempio, i post-comunisti di Rifondazione ed i post-fascisti di Alleanza Nazionale in politiche che mirano a conservare piuttosto che innovare ed investire. E, evidentemente, questa trasversalità gode del sostegno di una maggioranza politica a tutti i livelli, il cui blocco è alimentato dall’esigenza elettorale di preservare le proprie clientele.

La seconda riflessione, ha a che fare con i parametri di Maastricht. Con la manovra fatta dal governo Prodi nella fine degli anni ‘90, si è inaugurata la stagione del “3%”. Qualsiasi decisione in materia di politica economica ha dovuto fare i conti con i tetti di spesa e gli sfondamenti dei parametri imposti dall’Europa. In questo contesto, l’Italia è stato uno dei paesi più penalizzati perché incapace a destinare i tagli e le correzioni verso azioni strutturali, che abbiano cioè effetti permanenti. Ciò è successo ininterrottamente negli ultimi anni, nonostante economisti di tutti gli schieramenti, da Monti a Ichino, da Martino a Giavazzi, abbiano sempre sostenuto la necessità di affrontare in chiave strutturale temi come i 200 miliardi di costo della pubblica amministrazione, la spesa per il welfare o quella per il sistema pensionistico. La soluzione? Munchau sostiene implicitamente che il ragionerismo del 3% in un caso come l’Italia è deleterio e che determinati risultati si sarebbero potuti ottenere facendo politiche di extra-deficit, il cosiddetto “governo del deficit“.

Gli articoli del Foglio su questo argomento, prendono spunto da una blasonata pubblicazione anglosassone. In realtà ciò che Munchau sostiene è, per sua stessa ammissione, né più né meno ciò che hanno sostenuto gli economisti della Voce.info, in particolare Tito Boeri e Pietro Garibaldi, autori indipendenti e non certo invisi all’attuale governo. Il fatto è che ormai è rimasto solo il ministro Padoa-Schioppa a difendere il fortino, anche contro gli attacchi delle agenzie di rating, accusate con fastidiosa supponenza di avere emesso giudizi non veritieri perché “hanno qualche difficoltà a capire di cosa stiamo parlando“. Alla fine Munchau dice una cosa giustissima:

« The … irony relates to Mr Padoa-Schioppa, who used to be a member of the executive board of the European Central Bank. The ECB rarely misses an opportunity to criticise politicians for failing to reform and to consolidate national budgets. But when you put one of them in charge of a real-world budget process, subject to difficult political constraints, you find that they behave in a way not dissimilar to the politicians they ritually criticise. »

Già, ” a real world budget”. TPS sa cosa significa “real world”?

Prodi “se lo aspettava”

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Romano Prodi dice che se lo aspettava: le agenzie di rating S&P e Fitch hanno declassato, seppur di poco, il rating sui titoli di debito pubblico. Insomma, dicono che Prodi è peggio di Berlusconi. Il problema è conosciuto: la manovra si fonda su un insieme di misure di dubbia efficacia e sulle decisioni governative pende la mannaia di Bruxelles, soprattutto per ciò che riguarda il creativo escamotage di considerare il trasferimento della quota di TFR allo Stato come entrata invece che come debito.

La cosa più sconcertate è il commento del ministro del bilancio Tommaso Padoa-Schioppa il quale sostiene che la finanziaria “compie una correzione strutturale di una pesante situazione ereditata“. Un commento fatto in palese malafede. Come si può infatti sostenere che la situazione ereditata sia pesante quando il primo semestre mostra un incidenza del deficit sul PIL minore del 3%? E come può una persona preparata ed intelligente incolpare i predecessori quando le agenzie di rating sostengono che il problema sono proprio le misure adottate dal suo dicastero, appunto non sufficientemente “strutturali”?

Comunque non dobbiamo preoccuparci: Prodi se lo aspettava. Sapeva cioè che con questa manovra ci avrebbero declassati? Ma allora che dobbiamo pensare di quest’uomo? Che è un masochista? O pensa che l’eventuali maggiori uscite della spesa per interessi siano di beneficio per le casse dello Stato e quindi per le tasche dei cittadini?

L’outlook è rassicurante: Prodi dice che “il prossimo giudizio sarà positivo“. Ha ragione, la agenzie di rating daranno un giudizio positivo non appena se ne andrà.

Italia da scompisciarsi

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L’Italia è pervasa da fremiti sorprendenti ed inaspettati. La legge finanziaria voluta dall’accopiata TPS-Visco, le gesta di Romano Prodi sul fronte estero e i moti incontrollabili nel settore della scuola, tengono banco in queste ultime ore.

Flavio Briatore annuncia la sua finanziaria:

«Io sono convinto che se lo stato facesse delle cose giuste e di conseguenza facesse pagare un 30% (di tasse ndr), tutti pagherebbero. Io ho visto che qui si paga il 45-50%: blocchi il sistema. Se fossi un italiano che paga il 50%, se posso pago, se non posso non pago.»

Risponde inferocito il ministro Bersani, temendo che Briatore parli seriamente quando dichiara di volere scendere in politica entro due anni e presentarsi con il “partito del 30%”:

«Ieri ho letto una curiosa frase di Briatore che considera assurdo pagare le tasse. Noi chiediamo l’esame di cittadinanza agli islamici, non vedo perché non dovremmo chiederlo a Briatore.»

Non male e sempre nei canoni di una sinistra bugiarda e demagogica. Briatore non si tira indietro:

«Contro una dichiarazione falsa e vagamente razzista del ministro Bersani nei miei confronti, chiederò un risarcimento di danni da devolvere alla moglie del povero Quattrocchi. Non ho mai detto che è assurdo pagare le tasse, ho sostenuto e lo ribadisco che le tasse in Italia sono assolutamente alte e che vanno pagate così come le pago io in Inghilterra, dove vivo e lavoro da 20 anni. »

Non c’è che dire, questo ragazzo ha la stoffa del politico. Farà strada.

A “Vampiro Visco” invece, scappa una battuta in Parlamento, con la quale dimostra di essere quello che è:

«Personalmente non ritengo neppure che l’approccio contro le sanzioni sia in contrasto con quello della fiducia; sono due facce della stessa medaglia, di un fisco corretto nei rapporti con i contribuenti che sa essere elastico, flessibile e comprensivo e di sostegno rispetto ai contribuenti ma anche flessibile nel caso necessario…questo è un po’ come l’Arma dei Carabinieri, è molto ben vista dai cittadini però poi li arresta pure.»

Ecco.

In tema di scuola, negli ultimi giorni è venuta la febbre a molti insegnanti. Si è parlato di un possibile taglio di 50.000 docenti. Ma si parla anche dell’incredibile piano per assumere, da qui al 2009, 150.000 precari, senza concorsi e senza valutazione. Ci pensa il ministro Fioroni a rassicurare tutti:

«La norma sulla finanziaria prevede la sistemazione in organico ed una soluzione per i 10.000 insegnanti inidonei e soprannumerari, togliendogli la spada di Damocle del licenziamento e consentendo il passaggio all’interno dei ruoli dell’amministrazione.»

Licenziare mai! Quindi, a domanda, Fioroni resta vago sul destino del “prof. M”, la cui storia è stata descritta dall’economista Ichino sulle pagine del Corriere della Sera. Il “prof. M”, titolare di una cattedra di scuola media superiore in centro a Milano, nonostante due ispezioni ministeriali abbiano accertato che da anni viene a scuola quando gli pare e che quando viene non insegna nulla, mantiene imperterrito il suo posto, anche se la legge prevederebbe il licenziamento immediato. Al “prof. M” sono contestate l’assenza dal 40% delle ore di lezione per malattie, che insorgono per lo più al paese di origine (distante 800 km da Milano), spesso in concomitanza di festività, fine settimana o impegni scolastici particolari, l’assenza sistematica ai consigli di classe, la scarsa conoscenza della sua materia ed i pessimi rapporti con il preside, i suoi colleghi, con gli studenti ed i loro genitori. Nel nostro paese questo personaggio è definibile come un raccomandato nullafacente ma né il provveditorato né il ministero pensano di sbarazzarsene. Lui può continuare a godere delle falle del sistema e prendersi gioco di tutti. E il ministro pure.

E Prodi che fa? Lui vende missili a gente poco affidabile. Pare. Mentre i nostri soldati sono nella zona a disarmare, lui arma. Insomma, armi alla Cina e armi agli islamici. Altro che mozzarelle. Forse è meglio che qualcuno lo fermi. Anzi, meglio scendere in piazza.

Cannabis per tutti

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Lo bistrattano, lo deridono, dicono che ha una faccia da ragazzino arrogante, che per lui fare il volonteroso è solo tatticismo; invece è un cane da tartufo che scova la verità per terra, sotto i tavoli e le sedie. E quando ci si mette d’impegno, la trova sempre, la verità quella vera, la verità a sorpresa. Daniele Capezzone lo aveva detto in pubblico, anche se a tarda notte e anche se sembrava solo una provocazione. Invece era proprio così, altroché!

Capezzonate

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Qualche sera fa, durante la trasmissione Markette sul canale televisivo La7, condotta da un indomito Piero Chiambretti, è tornato in veste di ospite fisso Daniele Capezzone. Questa la trascrizione del suo divertente e significativo intervento:

«Buonasera, io sono divenuto Presidente di una commissione parlamentare ma questo conta poco perché, come è stato detto, se uno a Roma va in via Del Corso e grida “buonasera Presidente!”, si girano in cento perché una presidenza non si nega a nessuno.

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