Sen. Andreotti, quanto costano i “Dico” al paese?

andreotti.jpg

Quando il governo Prodi non ha raggiunto la maggioranza in Senato la scorsa settimana, la prima cosa che abbiamo pensato era che il paese si trovasse in una situazione difficile e delicata dal punto di vista politico ed istituzionale. Ci siamo chiesti che genere si soluzione si sarebbe trovata, visto lo stato comatoso dell’attuale maggioranza e le incognite derivanti da nuove elezioni da tenere con questo assurdo sistema elettorale.

I giorni sono passati e, dopo le tesi di fantapolitica uscite su tutti i giornali, si sono chiariti i motivi che hanno portato senatori a vita e non a non appoggiare il governo. Le posizioni dei trozskisti o degli ondivaghi ci stanno tutte. Non sarebbero, di per sé, così scandalose in un paese come il nostro, lo diventano quando in palio c’è la stabilità del governo.

Leggendo e rileggendo le dichiarazioni a freddo del fine settimana, abbiamo invece trovato chi dovrebbe cominciare a riflettere seriamente a ritirarsi ed andare in pensione. Il senatore vita, Giulio Andreotti, ci delizia oggi con le ragioni che lo hanno indotto a mettere quasi 60 milioni di italiani sull’orlo del baratro, di una crisi istituzionale dopo appena 281 giorni di governo.

Le cose che hanno fatto agitare Andreotti sono due, entrambe assurde se paragonate al danno: la prima è di metodo e riguarda le modalità con le quali si è svolto il dibattito di politica estera. Pare che il ministro egli Esteri, Massimo D’Alema, non c’entri perché lui “sta conducendo bene la politica estera (…)“. Certo, agli occhi di Andreotti andare a braccetto con Hezbollah tra le macerie di Beirouth e quindi ripresentare lo spettro del filo-arabismo e dell’antisemitismo di memoria andreottiana, è un buon modo di mostrare la nostra fedeltà al Patto Atlantico (…). Ma non è questo di cui si parla.

Ciò di cui si parla è che nel dibattito D’Alema ha “escluso la continuità con il governo Berlusconi” e ad Andreotti questa impostazione sembra “una cosa abbastanza ridicola. A noi non sembra ridicolo, piuttosto sembra un indirizzo politico, condivisibile o meno. Ad ognuno il compito di giudicarlo. L’aspetto ridicolo è semmai che il senatore a vita abbia atteso 281 giorni per accorgersi di questa svolta in politica estera e abbia scelto proprio il momento buono per manifestare concretamente il suo dissenso. Dove è stato fin’ora?

Il secondo motivo di agitazione, è stato il disegno di legge sulla regolamentazione delle coppie di fatto. Giulio Andreotti è un cattolico e ora dichiara chiaramente la sua missione: difendere a tutti i costi gli interessi del Vaticano in Parlamento, anche mettendo il paese in crisi istituzionale. La prossima fiducia al governo avrà il voto di Andreotti perché

dal programma sono scomparse assurdità come…i matrimoni omosessuali. Le nozze gay sono inaccettabili non solo per chi ha il dono della fede ma per chiunque rispetti la Costituzione e le regole più normali“.

Affermazioni stupefacenti. Secondo lui i cittadini rispettosi della Costituzione non dovrebbero accettare i “Dico“. Figuriamoci quelli che rispettano le “regole più normali“. Per contro chi accetta i “Dico” sarebbe persona disposta a non accettare regole normali. Forse un “anormale“? Magari uno “psicopatico“? E che dovremmo dire allora dei politici europei di tutti i paesi della comunità (esclusi Austria, Grecia e Irlanda) che hanno da tempo varato leggi per regolamentare questo comportamento sociale che, solo in Italia, interessa oltre un milione di persone? E gli altri politici, quelli della dichiarazione di Nizza, che all’art. 9 prevede

il diritto di sposarsi ed il diritto di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio“?

Secondo Andreotti tutta gente “non disposta ad accettare le regole Costitutive e più normali“.

Il bizantinismo e l’irresponsabilità dei nostri politici fanno sì che ora, semplicemente togliendo dal programmino di 12 punti il problema “Dico“, senatori come Andreotti voteranno di nuovo la fiducia al governo di Centro Sinistra. Troppo facile. Pensavamo che la politica fosse una cosa più seria e che in una situazione che vede un’opposizione disorientata e sgangherata e una maggioranza composta da un’accozzaglia d’interessi contrastanti, politici di lungo corso e provata esperienza ragionassero con più senno. Chissà quelli che di esperienza ne hanno poca.

La famiglia non è in pericolo

Pacs.jpg

Fausto Carioti lo leggiamo spesso. A volte lo troviamo allineato alle nostra posizioni, altre molto distante. Quest’ultimo caso è quello dell’articolo scritto il 18 febbraio scorso su un argomento del quale volevamo scrivere da tempo. Grazie a Carioti di avercene dato l’occasione.

Vogliamo prima di tutto esprimere il nostro accordo con lui sul fatto che sia un’ipocrisia sostenere che ci possa essere un dialogo tra le posizioni di chi rifiuta, al di fuori della famiglia, qualsiasi forma di unione tra coppie (la Chiesa e molti cattolici) e chi invece legifera per istituire un nuovo tipo giuridico di coppia. Non c’è dialogo in assenza di un, purchè minimo, terreno comune di discussione. In questo caso la discussione non è possibile perché la Chiesa sostiene un dogma, quello che l’unica forma “naturale” e quindi possibile di unione tra coppie sia l’istituto della famiglia. Al contrario, chi vuole legiferare, sostiene che vi sia, da parte dello Stato, prima di tutto un’esigenza di regolare con provvedimenti legislativi dei comportamenti sociali rilevanti, la cui portata non può essere ignorata.

Ciò detto, siamo convinti che chi ha scelto di convivere meriti di essere giudicato sullo stesso piano di chi ha contratto matrimonio. Il valore assoluto della famiglia è invece espresso da Papa Benedetto XVI, quando sostiene che: «La famiglia merita la nostra attenzione prioritaria: essa può nascere solo dal matrimonio, che è l’unione stabile e fedele tra un uomo e una donna». Non crediamo all’attinenza di questo giudizio rispetto alla realtà. La fedeltà non si acquisisce dichiarandola verbalmente davanti ad un ministro di culto; né la stabilità è una realtà solo se promessa in Chiesa. Parliamo invece di intenzioni e dichiarazioni di volontà, implicite nel momento in cui si sceglie di condividere la propria vita con qualcun altro.

La famiglia non c’entra nulla. Lo stanno a dimostrare i divorzi, le infedeltà coniugali e i comportamenti opportunistici di molti coniugi. E lo stesso vale per chi convive. Allo stesso modo, vi sono coppie sposate che hanno celebrato le nozze d’argento e che vivono fedeli come il primo giorno di matrimonio. E lo stesso vale per chi convive.

Carioti esprime poi un altro punto fondante del suo discorso: il vero punto è l’attacco mosso dalla Chiesa che riguarda la tenuta della famiglia. Scrive:

«…la “questione gay” è importante e nel giudizio dei vescovi pesa, ma non meno dell’altro grande timore del Vaticano. E cioè che i Dico offrano alle coppie eterosessuali la possibilità di legarsi tramite un vincolo assai più debole del matrimonio, come tale molto più facile a rompersi appena qualcosa inizia a girare per il verso sbagliato…».

Questa affermazione è tendenziosa e ignora la realtà dei fatti. Siccome i Dico sono un vincolo più debole del matrimonio, sarebbe più semplice scioglierlo alla prima difficoltà. Ma dove vive Carioti? Forse in un quartiere dove non vi sono separati, divorziati, uomini scappati di casa, donne tornate dalla mamma e chi più ne ha più ne metta? Senza contare le donne che vorrebbero separarsi ma non ne hanno la possibilità economica.

Ma Carioti non finisce qui:

«…col risultato di rendere le coppie ancora meno stabili di quelle attuali, la comparsa dei figli un evento ancora più raro e il rischio che questi crescano senza avere accanto ambedue i genitori una eventualità sempre più frequente

Ora abbiamo compreso che il quartiere di Carioti è popolato solo da famiglie di sposati. Ci vorrebbe fare credere che non esistano già oggi coppie non sposate, conviventi, che già oggi potrebbero separarsi costringendo i figli a crescere senza avere accanto ambedue i genitori. Che c’entrano i Dico? L’unica spiegazione alle tesi di Carioti è che ci potrebbero essere più coppie che optano per i Dico anche se avevano intenzione di sposarsi. E chi l’ha detto?

Prodi e gli esponenti della maggioranza sostengono che i Dico non siano un attacco alla famiglia. E hanno ragione. Se avessero voluto attaccare la famiglia, avrebbero messo mano al diritto di famiglia e non avrebbero avuto tutti i torti. Per esempio riducendo i tempi per l’ottenimento del divorzio. Ma forse Carioti, vivendo in un quartiere di famiglie non divorziate, non sa cosa voglia dire divorziare in Italia. Bisognerebbe che qualcuno glielo spiegasse.

La famiglia non corre alcun pericolo. Lo dimostrano la realtà di altri paesi, come la Francia. E la Chiesa, Carioti e tutti i papalini, potrebbero dare un contributo più costruttivo alla difesa della famiglia, un istituto fondamentale nella vita di ogni paese, semplicemente promuovendolo. Invece preferiscono attaccare il nemico. Alla fine, non otterranno nulla, né loro né la famiglia. Un risultato piuttosto negativo.

Andrea è un cattolico illuminato

cervino-illuminato.jpg

Andrea è uno studente di 22 anni di Empoli (credo…). Ieri sera è venuto qui a commentare l’ultimo mio post sul tema delle unioni di fatto. Nel suo commento la cosa che mi ha colpito è stata la frase tra le parentesi: “domenica scorsa appena tornato da Messa“.

Ha scritto Messa con la “M” maiuscola. Quindi Andrea è un cattolico professante e praticante. Una specie non contemplata nelle liste degli animali in via estinzione ma solo perché trattasi di umani. Per di più lui appartiene a quella parte della specie ormai introvabile: i cattolici giovani.

Mi ha invitato a leggere un articolo scritto sul suo blog lo scorso 11 febbraio. E io ho accettato l’invito perché mi interessava molto cosa scriveva un cattolico di questa specie, dopo essere uscito da Messa. L’articolo è quanto di più condivisibile si possa leggere sull’argomento e meriterebbe di essere pubblicato su un quotidiano di rango. Chi lo ha scritto deve pagare dazio ogni volta che la domenica si reca in un luogo sacro perché pare che in questo periodo lì non si faccia altro che parlare di Pacs, anche in chiave propagandistica.

C’è dentro tutto perché chi l’ha scritto ha fede nel Dio cattolico ma si avvicina al divino con la sua capacità di comprendere la realtà e di ragionare. Supera gli schemi di chi vive aggrappato ai dogmi religiosi per paura di perdere le certezze. Più semplicemente è un credente non-dogmatico. Fossero tutti così.

Nell’articolo c’è tutto. E’ tutto lì. L’ho letto e riletto e non c’è nulla di storto. E’ tutto liscio, tutto fila. Eppure è un cattolico. Il miglior regalo che Andrea ci potrebbe fare sarebbe di emigrare nella Città del Vaticano e portare un po’ di aria fresca nelle stanze papaline. Ma forse pretendiamo troppo. Grazie Andrea, comunque.

Potestas e reciprocità con la Chiesa

Parole_violenza.jpg

Nei giorni in cui Marcello Pera da il meglio di sé e denuncia lo sbandamento sui valori, i principi e contesta il diritto, sbagliato, di ogni parlamentare a votare secondo coscienza sui temi etici, sostenendo che il vero liberalismo è solo giudaico-cristiano, fenomeno confermato dalla rinascita religiosa, dobbiamo registrare una voce autorevole e un po’ isolata, di conforto alle posizioni laiche in tema di unioni di fatto.

Il cattolicissimo Leopoldo Elia, costituzionalista, dichiara che

«E’ dal Risorgimento che la Chiesa non teneva un atteggiamento tanto intransigente nei confronti di un governo italiano…Oggi la Chiesa italiana, avvezza ai privilegi concordatari, è abituata ad esercitare non l’auctoritas…ma una potestas indiretta del tutto anacronistica…qui mi sembra di assistere ad un tentativo di imporre un’egemonia culturale…Ora pare che la Chiesa voglia fare del nostro paese l’eccezione d’Europa: l’Italia cattolica dove non valgono le leggi in vigore in tutti gli altri Paesi cattolici…»

L’accusa di Elia è chiara: la Chiesa non deve cercare di battersi in Parlamento. L’influenza che cerca di esercitare in previsione della discussione parlamentare del progetto di legge sulle unioni di fatto, ne è un esempio.

Un’altra accusa è fatta all’annuncio da parte del Cardinale Ruini di un “documento impegnativo” per i cattolici. L’appello di Elia è ai politici di fede religiosa che dovrebbero

«farsi carico dell’intero paese, dell’evoluzione sociale della nazione intera. Non possono, per obbedienza alla dottrina cattolica del diritto naturale, rifiutare di offrire ai cittadini italiani di ogni fede e credenza quel che i offre in gran parte d’Europa.»

Noi ci spostiamo politicamente un po’ a sinistra e provochiamo, prendendo spunto da un editoriale del Riformista di qualche giorno fa. Lasciamo che la Chiesa interferisca nei lavori parlamentari, riconosciamo la legittimità di qualsiasi intervento. A condizione che vi sia reciprocità. Che ci siano permesse le incursioni con proposte di riforma del Codice del diritto canonico, dei testi liturgici e dell’ammissione ai sacramenti dei divorziati. Se si accusano i Dico di essere un istituto con un livello di responsabilità paragonabile a quello religioso, occorre ammettere le persone conviventi ai sacramenti, proprio per il vincolo così impegnativo.

Ovviamente è una provocazione, destinata a restare tale. Grazie al Concordato, che la Chiesa in certi aspetti non rispetta, impunita grazie alle maggioranze cattoliche trasversali presenti in Parlamento. Comunque, continuiamo a provocare.

“Dico” che è meglio di niente.

Pacs.jpg

Nell’analisi del disegno di legge, approvato dal governo Prodi e con il quale si è deciso di regolare le unioni di fatto, occorre partire da un assunto: il 70% degli italiani è favorevole. Questa percentuale scende al 50% quando si parla di coppie omosessuali e al 20% quando si prevede l’istituto del matrimonio per i gay. Il risultato emerge da tutti gli istituti demoscopici ed è ancora più significativo se si considera la popolazione cattolica, favorevole per il 51%.

Ciò detto ed in mancanza di un coraggioso tentativo di  legiferare da parte della Casa delle Libertà, non possiamo che dare il benvenuto al primo tentativo concreto di dare una risposta ad un problema sentito da milioni di italiani. Non si tratta di un provvedimento che riguarda qualche minoranza ma della necessità disciplinare da un punto di vista legislativo le esigenze derivanti dai comportamenti di migliaia di coppie.

Il testo risente purtoppo dei devastanti influssi clericali. Avevamo parlato del presidente Napolitano quando si era pronunciato in favore della “sintesi”. Avevamo sostenuto l’impossibilità di una convergenza tra posizioni rigide e distanti. Invece, nell’Italia dei bilancini, si è riusciti a fare il miracolo, quello satanico.

Per evitare il “niet” dei settori più retrogradi e vaticanodipendenti della Margherita (e persino di qualche settore dei Ds), il governo Prodi ha varato un provvedimento in parte gustoso e in parte amaro. Alcuni esempi. Ci sarà il diritto alla successione ma solo dopo 9 anni e le imposte da pagare saranno molti più alte di quelle dei coniugi; per evitare il rischio di equiparazione con il matrimonio, è stata eliminata la dichiarazione congiunta e sostituita con una burocratica “dichiarazione contestuale e distinta“, il che apre le porte ad abusi unilaterali; la reversibilità delle pensioni non è stata introdotta ma rimandata ad una riforma, quanto mai lontana e forse improbabile. Per non parlare della sanatoria mascherata.

Il testo è un esempio di quanto i bizantinismi della politica e dei centri di potere extra parlamentari possano in Italia partorire figli un po’ deformi. Si è così allontanato lo spettro dei Pacs, vietato dal cardinale Riuni a pena di scomunica e si è sono fornite sigle e contenuti più adatti ad accontentare tutti.

Ora il Vaticano non potrà più fare nulla. La legge in Parlamento ci sarà e i diritti sanciti dalla legge saranno irreversibili. Dobbiamo ringraziare chi ha cercato il compromesso per averlo raggiunto. Dobbiamo maledire le stesse persone per non avere rifiutato il loro assenso ad un provvedimento poco dignitoso per chi convive, i cui diritti non sono certo pienamente tutelati.

Ora però c’è una crepa nel muro e la speranza è che in quella crepa, magari piano piano, qualche coraggioso infili un cune a la allarghi. Magari nel tempo, speriamo non troppo lontano.

Trackbacked to: TheRightNation

Chiudi
Invia e-mail