Alitalia, comunque vada siamo messi male

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Il ministro Bianchi dichiara che una decisione sulle sorti di Alitalia si prenderà solo dopo le feste. Lui sente il bisogno di riflettere ancora, come se la vicenda della nostra sconquassata compagnia di bandiera fosse nata ieri. Intanto il vettore continua a costare qualche milione di euro ai contribuenti italiani, perde quote, credibilità e il suo titolo cade a picco.

L’indecisione del ministro mostra gli effetti deleteri dell’azione politica quando si immischia nelle vicende di mercato con obbiettivi che vanno contro il mercato. Bianchi vorrebbe Air One perché i sindacati così vogliono. Poco importano le conseguenze commerciali.

La vicenda è un amaro esempio delle decadenza italiana. Sono mesi che il governo, a parole, dice di volere sistemare in mani amiche la compagnia di bandiera. Sono mesi che non succede niente, se non un fuggi fuggi di potenziali acquirenti. Sono mesi che il paese ci fa una pessima figura.

Ora siamo al rede rationem. Molti vorrebbero la vittoria di Air France perché una compagnia di successo, privata, di grandi dimensioni e orientata al mercato darebbe allo sconquassato vascello un colpo di timone salutare. Ma anche qui i dubbi restano perché Air France-Klm soffre comunque dei mali tipici delle ex-società statali, è molto sindacalizzata e non attua una politica multi-hub, il che significherebbe un enorme danno all’operatività di Malpensa.

Altri, invece, vogliono Air One, vettore italiano appoggiato da una banca italiana. Si salvaguarderebbero l’italianità ed i due hub ma sarebbe una operazione poco commerciale, centrata sulla redditività di quel 90% di quota di mercato della ricca rotta Milano-Roma.

Insomma, comunque un bel disastro. A farne le spese saranno gli utenti e così il paese, nell’una o nell’altra soluzione. Dobbiamo ringraziare tutti per averci portati in questa situazione: i governi di destra e di sinistra, incapaci di prendere il problema per le corna; i sindacati che si divertono a far scioperare i dipendenti più tutelati e privilegiati di tutta la galassia dei vettori aerei; i dipendenti, accomunati da quella loro spocchia e arroganza che ci accoglie con accento vagamente romanesco ogniqualvolta saliamo a bordo.

Che si doveva fare? Chi scrive vive in un paese ricco e prospero. Eppure anche qui, qualche anno fa, un management di pazzi furiosi ha mandato a gambe all’aria la compagnia di bandiera. Oggi è rinata sotto l’ombrello di una grande compagnia estera e funziona benissimo, anzi è una delle migliori compagnie europee. Il segreto? Hanno seguito il mercato, ma per davvero, fino al fallimento.

Guai a chi tocca, le gomme

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Lo sciopero dei trasporti è stato revocato, almeno pare. Non sapremo mai fino in fondo se ci siano state responsabilità governative e quali siano state. Forse questa brutta giornata si poteva evitare, fatto sta che costerà 70 milioni di euro al cittadino per i nuovi fondi introdotti in finanziaria e un ammontare non calcolabile per i disagi e i danni causati al paese.

Vogliamo essere magnanimi e riconoscere anche a chi trasporta merci il diritto a scioperare. Questo è un argomento delicato perché nella società in cui viviamo si potrebbe sostenere che qualsiasi trasporto di qualsiasi merce sia ormai un servizio essenziale. Ma ammettiamo pure che anche il camionista possa esercitare il suo sacrosanto diritto.

Non possiamo invece essere magnanimi quando questo diritto è esercitato prevaricando quello di chi, pur alla giuda di un camion, non vuole o non può scioperare. I documenti fotografici e le riprese di scene raccapriccianti, le violenze fisiche e psicologiche e i danni ai veicoli stanno a testimoniare quanto la furia rivendicativa e in taluni casi criminale abbia obbligato tutti i camionisti a lasciare i loro mezzi nei depositi. Chi ha provato a ribellarsi a questo diktat ha spesso pagato un prezzo altissimo.

L’economista di sinistra Pietro Ichino ha ieri rilevato quanto episodi di questo genere siano un pericolo per la democrazia e come dimostrino la preoccupante mancanza dello spirito delle regole condivise, fondamento per una convivenza civile. Non possiamo che allinearci a questa posizione ed ammonire i nostri governanti delle conseguenze alle quali vanno incontro se al rispetto delle regole antepongono i giochi del palazzo, facendo improbabili concessioni per poi annunciare trionfalmente il ritorno alla normalità.

Non è certo loro il merito mentre è certa la loro condivisione delle responsabilità per ciò che è accaduto. Gli italiani non sono come i francesi. I cugini transalpini hanno sopportato stoicamente il blocco dei trasporti pubblici per 10 giorni perché il governo non ha ceduto a chi voleva perseverare nel mentenimento di privilegi ormai obsoleti. Gli italiani devono invece sopportare le mancanze della politica, quella economica, e le mancanze della politica, quella che governa la giustizia e l’ordine pubblico. Gli italiani non sono stoici ma, prima poi, si stufano.

L’immigrazione ed i messaggi di verità

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L’IOM è una organizzazione intergovernativa che si occupa dei problemi legati all’immigrazione. LaStampa riporta nel titolo di un suo recente articolo che la Svizzera avrebbe investito dei soldi in una massiccia campagna contro-pubblicitaria, per mostrare agli abitanti di alcuni paesi africani che l’Europa non è in paradiso per immigrati. E’ vero che gli svizzeri sono stati i realizzatori del programma (e chi meglio di loro avrebbe potuto farlo), ma è altrettanto vero che la gestione della campagna ed i fondi vengono dall’IOM attraverso il patrocinio del vicepresidente Frattini, titolare del portafoglio per l’immigrazione. Fin qui per la cronaca.

E’ chiaro che lo scopo è di cercare di interrompere la catena infernale che lega la povertà al miraggio di una bella vita in un continente ricco e alla facile opera di sfruttamento dei traghettatori della morte. Non solo. Si cerca anche di ridurre drasticamente la clandestinità e la nascita, dilagante in tutta Europa, di una nuova categoria di cittadini: i baraccati.

Sempre sulla stampa, l’ottimo Massimo Gramellini plaude e già immagina l’agitazione di terzomondisti e buonisti del politically correct che grideranno allo spot razzista e xenofobo. Ci chiediamo: queste grida, scontate, a chi gioveranno? Ai baraccati? Evidentemente no. Lo spot descrive agli africani semplicemente la realtà, quella rifiutata da chi non va oltre i concetti di “accoglienza“, “equità“, “dialogo” e così via. Concetti con i quali è facile riempirsi la bocca ed evitare così di rimboccarsi le maniche, riflettendo con pragmatismo alla vera genesi del problema per poi trovare le giuste soluzioni.

Noi che viviamo in Svizzera apprezziamo ogni giorno di più il pragmatismo elvetico, una dote spesso estrema e sconfinante nel cinismo. Ma se la Svizzera sta diventando un paese refrattario all’immigraziona selvaggia, un motivo ci sarà. E’ necessario ricordare che circa un quinto degli svizzeri sono immigrati o figli di immigrati e quindi non si può certo dire che il paese abbia una tradizione xenofoba. Ma ricordiamo anche che la certezza del diritto, delle pene e una forte laicità dello stato hanno imposto e permesso agli immigrati di essere assimilati nel sistema. Il risultato è un paese sicuro, economicamente e finanziariamente sanissimo e con una macchina dello stato e dell’istruzione molto efficienti. Chissà se uno spot, svizzero, potrà influire sulle politiche immigratorie europee.

Ciak, scena 2: il network

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Dopo avere deciso, in via unilaterale e senza consultazioni con gli alleati, di fondare il nuovo partito “monstre” del Centro Destra; dopo avere sfidato i leader della Casa delle Libertà ad aderire alla nuova formazione “se hanno idee e proposte interessanti“; dopo avere definito il Centro Destra un “ectoplasma“, Silvio Berlusconi continua, nella sua migliore tradizione, a smentire le sue sparate.

Da oggi, il nuovo partito non è più l’aspirapolvere che inghiotte tutti i voti del popolo dei moderati anti-comunisti, anti-statalisti e degli alfieri della libertà: da oggi è un “network“, un “partito aperto“, sul modello del Ppe, aperto ad altre formazioni politiche che condividono gli stessi valori e le stesse idee.

E poi chi ha detto che Forza Italia si scioglierà per confluire nel Partito del Popolo delle Libertà? Manco per sogno. Forza Italia risuscita ed è più viva e più vegeta che mai. Anzi, il previsto “direttivo costituente” avrà un nocciolo duro proprio in Forza Italia, di questi tempi una chiara novità.

Insomma: Berlusconi sorprende tutti, a partire dai suoi alleati, li tratta da sudditi, li insulta, incassa la loro reazione dalla quale si evince che li ha persi defintivamente come alleati e ora, tanto per continuare la commedia, li invita ad entrare nel “network” dove potranno far parte del direttivo, ma solo in via subordinata.

Come ha detto Gianfranco Fini a Matrix, la politica è una cosa seria. Invece di gingillarsi con i contenitori, si dovrebbe cominciare con lo spiegare agli elettori cosa si vuole fare. Si dovrebbe avere il buon gusto di rischiare le critiche ai proprie idee, ai propri programmi. Ammesso di averne.

Siamo al funerale della democrazia?

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Ancora back to il “Partito del popolo” (o delle Libertà, ancora non si sa”). Siamo tutti concentrati sulla nascita di questo nuovo contenitore, ancora senza contenuti, a parte una confusa e non ben determinata intenzione di varare una nuova legge elettorale, insieme all’altro partito maggiore, il PD, quello costituito in maggioranza dagli “ex” nemici, i temutissimi comunisti. Ci siamo dimenticati di approfondire un aspetto importante anche se ameno della vicenda: la scomparsa di Forza Italia.

Berlusconi fa il giocoliere: possiede il principale partito italiano ma non gli basta; ora ne vuole possedere uno ancora più grande, quindi quello che ha lo affonda. Tutti quelli che vivevano in Forza Italia, stanno zitti zitti, aspettano, temono, sperano, sicuramente non dissentono. Forse pensano che per stare a galla nel nuovo partito sia imperativo dire “yes, yes”. Eppure tra di loro ci sono molti personaggi di rilievo ma nessuno critica o, comunque, esprime la sua opinione. Magari solo per dire cosa si potrebbe fare per fare meglio. No, tutti sull’attenti. Perché?

Il perché l’ha detto uno che in questo momento ha molto seguito, ma non vi diciamo chi è perché è più divertente indovinarlo:

«Tutti sanno che Forza Italia è (era?) un partito di plastica…Un partito non si scioglie per volontà di una sola persona. Si tiene di solito un congresso degli eletti, si discute del programma, del nuovo nome. Poi si decide a maggioranza. Così avviene nelle democrazie. Nessuno dei suoi sottopancia, reggicoda, portaborse ha fiatato. E si capisce, senza di lui dove vanno? Sono semplici cortigiani. Il suo partito, comunque lo voglia chiamare, è suo di lui, proprietà privata…»

Già, ci eravamo dimenticati della democrazia. Insomma, visto che siamo in tema di libertà, gli elettori dell’area liberale di centro e anche un po’ di destra, ora sanno che sono stati liberi di votare un partito Berlusconicentrico senza una parvenza di governance democratica e che in futuro saranno liberi di votare un altro partito, sempre Berlusconicentrico. Ma sempre liberi sono.

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