Casbah

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La Casbah, nel nostro immaginario, doveva trovarsi solo in luoghi dominati da minareti, con clima caldo e secco e tante donne dal viso nascosto. Per questo siamo rimasti basiti nel leggere l’articolo di Filippo Facci, apparso circa un mese fa sul blog Macchianera.

Il quadro è desolante, soprattutto perché l’autore descrive una verità cruda, reale e dimostrata con cifre incontestabili. Alcuni commenti critici tentano di dimostrare la vena razzista del giornalista, apparentando la comunità islamica ai negri ed ai meridionali. La teoria è semplice: i diversi ci sono sempre stati, anche ai tempi dei calabresi operai nelle catene di montaggio della Fiat. Fanno paura e quindi, quando si parla dei “nuovi” diversi, i musulmani, si ripercorrono i soliti luoghi comuni, triti e ritriti. Ma alla fine, vedrete, il tempo darà ragione ai buonisti terzomondisti e tutti ci ritroveremo reciprocamente integrati.

Facci, invece, pur non facendo previsioni, usa la descrizione della realtà per spiegarci come ci troviamo di fronte ad un fenomeno nuovo. Prima di tutto i numeri sono impressionanti e poi i negri e i meridionali non hanno mai tentato di imporre il loro modello sociale. I musulmani tengono sotto tutela le donne e non permettono a nessuno di cambiare religione. L’obbiettivo di alcuni dei loro più potenti imam è quello di guidare l’emigrazione musulmana verso il “trionfo”. Tanto per fare qualche esempio.

Non ci risulta che i calabresi abbiano mai voluto “calabresizzare” Torino o Milano. Non lo hanno fatto né ci hanno provato quando sono emigrati in altri paesi. Forse perché non sono musulmani o forse perché avevano altro a cui pensare: nel mondo musulmano, invece, l’impressione è che si viva una specie di ossessione, che la gente si senta accerchiata dal demone occidentale e debba per forza abbatterlo, pena la propria estinzione.

La casbah si trova quindi a Milano. E, a pensarci bene, anche in questa città i minareti cominciano a spuntare come i funghi, il clima non è più cosi freddo e umido come qualche decennio fa e le donne dal viso nascosto circolano ormai ovunque. Ma spesso non ce ne rendiamo conto, non vogliamo crederci, quasi che la cosa non ci riguardi.

Vogliamo qui riconoscere i meriti di Filippo Facci. Nel panorama del giornalismo italiano, spesso costellato di personaggi melensi e di opportunisti, ci sembra che lui non abbia paura di perdere il posto e che fornisca all’ignaro cittadino un’informazione ed un punto di vista spesso fuori dagli schemi e molto veritieri. Ci sentiamo di condividere quasi sempre le sue posizioni e, per questo, da oggi si trova al primo posto tra i nostri preferiti del mondo giornalistico. (vedi profilo).

Imam “at large”

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Una delle lodevoli intenzioni della Consulta Islamica, inventata dall’ex Ministro degli Interni, Giuseppe Pisanu, è quella di ridimensionare il ruolo degli imam estremisti nelle moschee italiane. Gli imam sono delle figure dubbie, non sottoposte ad alcuna verifica e spesso questi sedicenti predicatori sono degli infiltrati nei luoghi di culto, la cui missione è la diffusione di concetti di stato e di società nei quali prevalgano i dettami della sharia.

L’Ucooi, organizzazione che dichiara essere la più rappresentativa all’interno delle moschee italiane, rifiuta l’accettazione dei principi della Carta dei Valori così come sarebbero partoriti dalla collaborazione governo-rappresentanti delle comunità islamiche. Anzi, invece di sottoporre gli imam predicatori a verifiche sulla loro legittimità, preparazione e sul loro rispetto dei principi fondanti della nostra società, passa al contrattacco.

E’ di questi giorni la notizia di un corso per imam, insegnato da un certo Salem Shekhi, non certo un teologo moderato ma un esponente importante di una delle organizzazioni europee più estremiste, il Concilio europeo per la Fatwa e la Ricerca. Questa organizzazione ha uno statuto poco rispettoso dei principi fondanti le democrazie occidentali e proclama la superiorità dei precetti islamici sulle leggi dello stato e sulle democrazie. Va da sé che sostiene anche l’inferiorità e la messa sotto tutela della donna e la punizione con la morte degli apostati.

Se si voleva iniziare un nuovo corso negli insegnamenti religiosi tenuti nelle moschee e sviluppare una forma di collaborazione per facilitare una comprensione della civiltà occidentale da parte dei fedeli musulmani, per ora si è ottenuto l’effetto contrario. L’errore sta nelle premesse: si pensa che sia possibile dialogare con organizzazioni come l’Ucooi, per la quale i fondamenti della propria esistenza sono la separazione tra la comunità musulmana e le altre, la costruzione di un cammino di conflitto e l’eliminazione di qualsiasi ostacolo all’instaurazione del califfato. Chi ignora questi dati di fatto continuerà, nella migliore tradizione buonista e altermondista, a prendere in giro noi poveri occidentali, sempre più ubriachi di buone intenzioni basate sulla collaborazione ed il reciproco rispetto; il tutto mentre una nuova generazione di imam estremisti si forma davanti ai nostri occhi in una qualsiasi moschea.

Non neghiamo che sia difficile trovare le giuste modalità per evitare che questa nuova tendenza si espanda oltremodo nella comunità islamica, ma non siamo certo noi a dovere indicare la strada perché ciò avvenga. Chi dovrebbe farlo ha però bisogno di guardare la realtà senza fette di salame sugli occhi.

Islam, immigrazione e difesa della libertà

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Negli scorsi mesi, tra batti e ribatti su giornali e siti di opinione, si è assistito ad un interessante dibattito critico tra alcuni protagonisti europei esperti di Islam. Da una parte Ayaan Hirsi Ali e Pascal Bruckner, definiti spesso come troppo intolleranti nei confronti della religione musulmana e dall’altra Ian Buruma e Timothy Garton Ash, rappresentanti del modello multiculturale anglosassone.

Garton Ash ha aspramente criticato l’intolleranza e il fondamentalismo “illuministadi Ayaan Hirsi Ali:

«Non credo che stia offrendo una soluzione per la maggior parte dei musulmani europei. Una strategia che si aspetta che milioni di musulmani abbandoneranno immediatamente la fede dei propri padri e madri è semplicemente non realistica. Se il messaggio che ascoltano da noi è che la condizione necessaria per essere europei è abbandonare la loro religione, allora sceglieranno di non essere europei».

La diatriba ruota attorno a due visioni che divergono sin dalle premesse. Garton Ash sostiene che la possibilità di integrazione dei musulmani in occidente passi attraverso l’accettazione della loro identità religiosa ed una riflessione della nostra società sulle possibilità di accoglimento e di integrazione di una cultura a noi spesso estranea. La Hirsi Ali rifiuta invece ogni compromesso e vede nelle premesse insite negli insegnamenti coranici la causa delle violenze e dell’intolleranza della società musulmana (specialmente verso le donne).

Uno dei temi della polemica è l’accusa fatta alla Hirsi Ali e a Bruckner di sbagliare quando si pretende di togliere la libertà di culto ai musulmani, una volta che questi si vogliano integrare nel nostro continente. Si sostiene che l’ex parlamentare olandese si ispiri ad una “europeizzazione” ed una “occidentalizzazione” dei musulmani, cosa tanto pericolosa quanto irrealizzabile.

Purtroppo attorno alle posizioni divergenti si sta ingenerando, da parte di massimi esperti sul tema, un inutile dibattito ormai scivolato in pura polemica. Questa deriva rischia di fare perdere di vista il tema centrale del problema islamico: il rispetto della libertà.

Noi crediamo che non si possa obbligare un marocchino o un saudita all’abiura di 14 secoli di religione e di cultura, anche se da tre generazioni vive in paesi protestanti o cattolici. Crediamo che la nostra civiltà possa e debba sostenere la libertà di culto e la possibilità per gli immigrati di scegliere e non ci risultano derive repressive in tal senso da parte di qualche governo di un paese occidentale e democratico.

Il problema è piuttosto l’atteggiamento di molti musulmani. Spesso la loro visione dell’occidente è quello di una terra di conquista e ormai non si contano più le inchieste e le condanne di imam la cui missione essenziale è di propagandare una forma di Islam non accettabile per lo stato di diritto. Inoltre, quasi mai un musulmano può decidere a cuor leggero di cambiare religione. In tutto, un attentato alla libertà dei musulmani stessi e dei non-musulmani a decidere liberamente sui loro convincimenti religiosi e su molti comportamenti sociali.

Non si tratta di imporre un modello di assorbimento dell’immigrazione musulmana nel tessuto sociale e religioso occidentale. Né è realistico pensare alla possibilità di successo di una siffatta teoria. Ma, allo stesso tempo, nonostante la nostra tolleranza e senza imporre condizioni di reciprocità nei paesi di provenienza, pretendiamo di difendere la nostra libertà di vivere in uno stato laico di diritto ed il rispetto dei principi fondanti di una democrazia.

Paradossalmente la globalizzazione accompagnata dai mezzi tecnologici di quest’epoca peggiora le cose. Invece di essere al servizio di un genuino scambio e di un inquinamento fruttifero tra i popoli, permette a chi emigra di sfruttare le opportunità di una vita migliore senza necessariamente doversi integrare nel tessuto sociale. Spesso per gli immigrati extra-comunitario, la residenza in un paese europeo si manifesta solo con l’ottenimento di un documento d’identità.

Le donne filippine partoriscono i figli qui per ottenere il passaporto ma dopo pochi mesi li portano in patria dai nonni e lì resteranno fino alla maggiore età, quando i genitori torneranno nel loro paese. I cinesi o i kossovari, invece, tendono a raggrupparsi in enclaves, degli stati negli stati, le cui bandiere a forma di parabole sventolano su tutti i balconi.

Non crediamo che Ayaan Hirsi Ali ci renda servizio sostenendo pubblicamente che l’Islam è “arretrato” e il suo profeta è “perverso: serve solo a scaldare gli animi e fornisce un’arma in più a chi sostiene che l’islam sia costantemente minacciato in occidente. Siamo invece d’accordo con il suo amico Bruckner quando difende l’illuminismoche abbatterà anche l’idra islamista” (non l’Islam ndr), lo esalta per avere sconfitto “l’oscurantismo e la notte di San Bartolomeo” , che non è possibile tollerare nell’Islam quello che non abbiamo tollerato nel cattolicesimo e che dobbiamo

«estendere la nostra solidarietà a tutti i ribelli del mondo islamico, ai non-credenti, ai libertini atei, ai dissidenti, alle sentinelle della libertà, così come abbiamo sostenuto i dissidenti dell’Est Europeo nei tempi passato».

Grazie a ResetDOC.

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L’Europa si stringe intorno ai terroristi e alle moschee

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Ci sono voluti anni di attentati, libri ed articoli scritti da illustri esperti di terrorismo islamico per permettere al Ministro dell’Interno, Giuliano Amato di riconoscere una realtà inoppugnabile:

«Le moschee sono luoghi di culto ma talvolta vengono usate per fini diversi».

I Ministri dell’Interno di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia, il G6, si riuniscono dal 2003 in una sorta di forum dove sono messe a confronto opinioni e si individuano soluzioni condivise per intensificare gli sforzi dei principali Paesi dell’Unione Europea nelle materie che rappresentano i grandi temi del dibattito internazionale: libertà, sicurezza e giustizia.

Questa volta il summit si è tenuto a Venezia ed è stato segnato dall’iniziativa di estendere l’espulsione dai territori di tutti gli stati nazionali anche a quei cittadini segnalati da paesi alleati perché ritenuti una minaccia per la propria sicurezza nazionale.

Inoltre un comunicato finale del vertice sottolinea che:

«I ministri salutano favorevolmente l’intento della Commissione Ue di tracciare una mappa della situazione relativa alla radicalizzazione nell’Unione Europea, di organizzare una conferenza sui giovani e la radicalizzazione, nonché di pubblicare un manuale delle migliori pratiche attinenti agli aspetti più violenti della radicalizzazione stessa

Questa iniziativa mira soprattutto ad effettuare una ricognizione delle moschee, paese per paese, per capire dove si sono formati gli imam, se predicano in lungua o in arabo e chi finanzia gli imam e le moschee.

Come spesso succede, c’è qualcuno che guarda al futuro e sviluppa progetti interessanti. E’ il caso dell’Olanda, dove, in un progetto finanziato dalla Ue, ci si occupa della formazione degli imam a predicare in olandese. Gli stessi imam partecipano inoltre a corsi di educazione civica.

In Svizzera, invece, l’UDC, partito di destra che si oppone fermamente all’espansione incontrollata dell’Islam nel paese, ha recentemente depositato la richiesta di una consultazione popolare per proibire la costruzione di minareti. Si sostiene che questo tipo di “campanile” è obsoleto, considerando il suo utilizzo pratico. Nel passato i predicatori chiamavano i credenti alla preghiera, utilizzando appunto i minareti. Oggi questa pratica non è più seguita e quindi la loro presenza è considerata solo un tentativo di volere imporre la presenza del culto islamico alla popolazione.

Finalmente qualcuno comincia a capire qualcosa. Ci sono voluti anni e tanti errori. E molti errori si continuano a commettere. Come quello degli organizzatori romani del “Festival della filosofia“, intenzionati ad invitare nientemeno che Tariq Ramadan. Niente di più facile, visto che tra gli organizzatori c’è Paolo Flores D’Arcais, un personaggio incapace di resistere alla tentazione del fascino di Ramadan, uno dei più accreditati esponenti dell’Islam integralista. Da leggere l’istruttivo articolo di Maria Giovanna Maglie.

Niente soldi alle scuole confessionali, solo buoni scuola

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In una recente intervista giornalistica, Salman Rushdie parla dei problemi dell’Islam in Gran Bretagna. Dice:

«Penso che in Inghilterra il governo abbia commesso un grande errore quando ha deciso di cominciare a finanziare le scuole islamiche con denaro pubblico. Hanno preso questa decisione in base ad un desiderio di uguaglianza - ci sono scuole ebraiche e scuole cattoliche che sono finanziate con denaro pubblico e quindi, si è detto, perché non dovremmo finanziare anche le scuole musulmane? Ma il fatto è che all’interno delle scuole musulmane vige un’atmosfera che in un certo senso nega la realtà del mondo fuori dalla scuola. In ogni modo, secondo me, non bisognerebbe finanziare le scuole religiose. Punto. Penso che a livello internazionale - in Pakistan, in Kashmir e in Arabia Saudita - le madrasse siano il terreno di coltura del problema.»

Elementare, Watson. In Italia non siamo ancora arrivati a questo punto ma ci arriveremo presto. Ora che è stata riaperta le scuola arabo-egiziana a Milano, ne seguiranno altre. E possiamo scommettere che nel nostro paese, intriso di “desiderio di uguaglianza”, di opportunismo e di ipocrisia, i politici di un certo schieramento (e non solo…), facilmente cadranno sotto i colpi assestati dalla propaganda e dalle pressanti richieste dei rappresentanti più intransigenti delle comunità islamiche, primi in testa quelli dell’Ucoii. Si arriverà a dare denaro pubblico per fare le scuole, si concederanno terreni comunali in uso e si offriranno percorsi facilitati per il disbrigo delle pratiche burocratiche. Del resto la Moschea di Colle Val d’Elsa qualcosa ci dovrebbe insegnare.

Ci sarebbe la via della prevenzione, in assoluto sempre la migliore. Si chiama buono scuola. Consta nel togliere qualsiasi possibilità a qualsiasi scuola di qualsiasi tipo e confessione di ricevere qualsiasi aiuto di qualsiasi tipo dallo stato, sia a livello locale che periferico. Qualsiasi. E consta nel dare a qualsiasi cittadino con figli in età scolare un contributo per accedere alle scuole, magari di importo regressivo all’aumentare del reddito disponibile.

Così si eviterebbero i precedenti e si depisterebbero i tentativi di chi vorrà (perché, fidatevi, lo vorrà) mettere la mani sul denaro pubblico, risorse utilizzabili per allevare una generazione di estremisti e di terroristi. Non facciamo l’errore della Gran Bretagna. La cosa, di per sé semplice in termini assoluti, non lo è più quando la caliamo nella realtà del nostro paese, dove le lobby cattoliche difficilmente accetteranno che i loro istituti confessionali siano messi sullo stesso piano di quelli delle altre religioni.

Sarà difficile, ma non impossibile. E comunque non dovremo fermarci lì. Anche senza denaro pubblico le madrasse inglesi sarebbero esistite. Forse non così numerose. Se hanno sfornato gli assassini di molti innocenti è perché l’incapacità di comprendere il problema e l’indifferenza verso un certo clima, hanno fatto il resto. Basterebbe osservare ed imparare.

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