Stavolta l’Ucoii esagera

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Se qualcuno aveva il minimo dubbio, ora può cominciare a toglierselo. La Consulta Islamica ha iniziato a partorire il suo figlio deforme, l’organismo che l’Ucoii voleva diventasse. Ormai anche gli altri membri moderati del gruppo di lavoro non credono più che questa iniziativa, voluta dal ministro dell’Interno dello scorso governo, Pisanu (ahimè…) e continuata in perfetta salsa politically correct dal sottile ma ipocrita Giuliano Amato, possa sfornare qualcosa di utile per il paese e per le comunità di extracomunitari, sulle quali pende, come una mannaia, il peso di una integrazione sempre più difficile.

Sabato, 9 novembre, alla riunione della Consulta il ministro Amato non era presente. E, si sa, a volta quando non c’è il gatto, i topi ballano. I topi, quelli delle fogne, cugini dei napoletani di Bocchiana memoria, sono usciti dai loro rifugi e hanno calato l’asso sul tavolo delle discussioni: una lettera a firma “Ministero degli Interni - il ministro Giuliano Amato” è stata presentata ai presenti. Contiene il libro dei desideri di Nour Dachan, presidente dell’Ucoii, l’organizzazione che controlla la maggioranza delle moschee islamiche in Italia. Anzi, per la precisione, le lettere sarebbero due, una azzurra e l’altra rosa, una per i “maschi” e l’altra per le “femmine”, entrambi musulmani, ben inteso.

Dachan scrive nel suo nuovo ruolo di “ministro ad interim” di un’Italia che non reagirà a questo reato di lesa maestà e a questa prova di forza. Nessuno si alzerà per far sentire la sua voce e chiarire a tutti quali saranno le conseguenze di questa deriva se continueremo a legittimare l’Ucoii ed i suoi adepti. Neanche Amato, pavido burocrate, esautorato per un giorno dal suo incarico ministeriale, non avrà il coraggio di stigmatizzare un comportamento così opportunistico e sfrontato.

Il documento è sorprendente. Si rivolge a due popoli di immigrati, uno maschile e uno femminile e offre loro anche due numeri verdi separati per le eventuali richieste di informazioni. Dà loro il benvenuto, spiega quanto la loro presenza nel nostro paese sia fondamentale, elenca tutti i diritti e fa scivolare sul tavolo delle trattative una lunga lista di rivendicazioni. Niente integrazione ma solo partecipazione. Niente rinuncia ai principi di convivenza dei paesi di origine a favore di quelli di chi li ospita. Anzi.

Alla domanda se e in che modo sia disposto a sottoscrivere i principi basilari dei dettati costituzionali italiani, l’uguaglianza degli individui di fronte alla legge, il valore della vita, Dachan ha chiaramente detto che non potrebbe mai indicare ad un immigrato musulmano di abiurare alla pena di morte. E’ prevista dal Corano e anche dagli ordinamenti di molti paesi islamici. E’ lo Stato italiano, quindi, a doversi adattare ed integrare nelle abitudini e nei principi degli immigrati di origine musulmana e non solo per aspetti marginali nell’organizzazione della vita quotidiana ma, addirittura, sul tema della pena di morte.

Non credevamo certo di essere facili profeti di sventura quando, in tempi non sospetti, avevamo criticato la costituzione della Consulta Islamica. Ogni qualvolta che si fornisce la legittimazione ad un’organizzazione di stampo integralista a sedere intorno ad un tavolo per negoziare sui principi di una civile convivenza, non si fa altro che presentarle su un piatto d’argento l’occasione per incunearsi nelle maglie dello Stato e delle istituzioni.

Ora che la lettera di Dachan circola e che le prime defezioni degli esponenti moderati della Consulta si sono manifestate, non ci resta che attendere la sua morte per consunzione. Sarà anche la fine di qualsiasi possibilità di dialogo e di sviluppo di un rapporto fruttuoso con quei musulmani cosiddetti moderati che vivono nel nostro paese e che danno già per scontata l’adesione ai nostri principi costituzionali. Esattamente quello che voleva l’Ucooi.

La mia Napoli

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Come se fosse sbucata dal nulla, scoppia la “crisi di Napoli”. E’ una crisi mediatica, ovviamente, nel senso che ancora una volta i media fanno una pessima figura. Parlano degli avvenimenti di questi ultimi giorni come di un fenomeno ai più sconosciuto, spaventoso e improvvso. A noi pareva di averle già sentite certe notizie e la loro memoria si perde nella notte dei tempi. Insomma, Napoli è Napoli, niente di nuovo sotto il sole.

Anche i politici fanno la loro parte. Pessima. Vogliono più poliziotti, anzi alcuni vogliono l’esercito. Poi si scopre che la classe politica campana, di tutti i colori ma soprattutto quella tendente verso il rosso, è commissariata un po’ dappertutto.

E i magistrati? Dicono che non ce la fanno più, che sono al collasso e che non hanno i soldi per le fotocopie. Anche loro però ci dovrebbero spiegare perché permettano le aggressioni di onesti cittadini da parte di parenti e amici dei criminali che terrorizzano la città e che non passano neanche una notte in galera.

Il crimine, l’estremismo politico e quello religioso cercano il punto di minor dolore. Cioè quel territorio solo lambito dalla legalità, dove sia più semplice mettere radici per chi vuole far valere le sue leggi. Per questo in Italia abbiamo la camorra a Napoli, la ‘ndrangheta in Calabria, la mafia in Sicilia e un po’ dappertutto. E per questo l’Italia è un paese molto a rischio verso la colonizzazione islamica, quella dell’Ucoii, dei terroristi “combattenti” e delle moschee che reclutano.

La legalità da noi è un optional anche se molti italiani sono brava gente. E’ che tra la brava gente si annidano le serpi, i furbi e la brava gente dovrebbe essere difesa e protetta. Invece non lo è. Il 95% dei reati non sono denunciati. Di quelli denunciati che vanno a processo, il 90% non vanno a sentenza perché sono patteggiati oggetto di accordi extra-giudiziali o proscritti. Abbiamo avuto i casi Tortora, Jannuzzi, Carnevale, quelli di tutti i politici della Prima Repubblica distrutti da accuse infondate e tanti altri, centinaia, migliaia di scandali giudiziari. La camorra tutto questo lo sa e sa anche che al tribunale di Napoli i fascicoli dei processi devono essere custoditi dietro le sbarre per non essere rubati o manomessi. Conosce poi, una per una, le persone che bivaccano davanti alla sua porta, offrendosi come falsi testimoni, tanto in qualche modo bisogna arrangiarsi.

La legalità non è necessariamente il rispetto della vita altrui. Abbiamo esempi quotidiani di comportamenti illegali che ledono i diritti dei cittadini senza uccidere nessuno. Basta pensare alla vicenda taxi. Nonostante i risultati plebiscitari di Veltroni e le maggioranze rassicuranti di Letizia Moratti, gli organizzatissimi taxisti tengono sotto scacco le due principali città italiane. Entrambi i sindaci potrebbero beneficiare di decisioni impopolari per la categoria ma popolari per le migliaia di loro elettori, mentre continuano a concertare, mediare, negoziare. Nessuno se la sente di essere veramente leader e di assumersi dei rischi. Quindi, non meravigliamoci per l’andazzo di Fiumicino o di Linate e dei comportamenti illegali di chi è più influente dell’opinione pubblica.

La mia prima volta a Napoli (20 anni fa…) è iniziata con un viaggio in taxi con il buio dall’aeroporto verso il centro. Entrando in città, l’auto scendeva una strada in discesa con alla fine un semaforo. Il semaforo era rosso. Quando ci siamo accorti che non aveva intenzione di fermarsi e continuava a tutta velocità, ormai era troppo tardi. Un autobus di qui, un camion di là. Tutto normale. Come la legalità, a Napoli semafori sono un optional o un consiglioLa soluzione? Non c’è perché nessuno avrà mai il coraggio di mandare a casa definitivamente Bassolino, la sua cricca, bruciare i tribunali e riconstruirne di nuovi, far circolare solo poliziotti alto-atesini, commissariare la Campania e, più in generale, ampie zone del sud Italia. E sì che abbiamo commissariato la provincia di Nassirya. Ma poi ce ne siamo venuti a casa.

Il velo di Sara


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Sara Orabi è diventata famosa. Con quel suo bellissimo viso dai tratti vagamente orientali e l’accento piuttosto milanese non darebbe nell’occhio più di tanto. A dare nell’occhio è il suo velo, simbolo di “identità e di emancipazione. Forse il velo non le fa bene alla testa perché dopo avere detto quello che (non) ha detto a Porta a Porta, si è sentita in dovere di precisare il suo pensiero in un articolo apparso nelle pagine milanesi della Repubblica.

Va da sé che la bella musulmana indottrinata ha appreso abilmente l’arte della “taqya”, la dissimulazione e che quindi non si faccia problemi a smentire ciò che ha sostenuto davanti a milioni di telespettatori. Non solo, ma oltre a smentire, conferma per iscritto. Insomma, una campionessa nel suo genere:

«…non sono favorevole a questa forma di punizione che considero un omicidio collettivo perché non rispetta le regole dell’Islam. Sulle scritture si dice chiaramente che l’adulterio può essere punito con la lapidaziione solo in presenza di quattro testimoni: una condizioe indispensabile che non si realizza mai ».

Eppure lontane cronache ci dicono che quando si tratta di lapidare, gli iraniani o i sudanesi arrivino a frotte. Forse Sara non ha la parabola, facciamo una colletta? Come diceva quel giornalista? «Come si incontrano due civilità se si procede così? ». Mi sa che non si incontrano. Eppure mi pareva di ricordare che Sara avesse dichiarato anche qualcosa d’altro

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Sensi di colpa e politically correct

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Lunedì, 23 Ottobre, tarda sera, quasi notte. Va in onda Porta a Porta. Il tema: il velo islamico. Partecipano Daniela Santanchè (deputata di An), Barbara Pollastrini (ministro per le Pari Opportunità), Khaled Fouad Allam, (deputato della Margherita), Ali Abu Shwaima (imam della moschea di Segrate), Sara Orabi (una studentessa universitaria di Milano, nata in Italia e figlia di egiziani, che indossa il velo - hijab) e altri ospiti. La trasmissione ripete all’ossesso i temi già sentiti in questi ultimi giorni, è quasi noiosa. Quando Bruno Vespa chiede a Sara Orabi

«Cosa ne pensi di questa ragazza irachena, che ha tre anni più di te, uccisa a sassate per un’accusa di adulterio? E’ giusto?»,

la ragazza tace. Vespa la incalza e ripete la domanda altre 2 volte. Alla fine Sara dice:

«Anche nei testi sacri che ispirano i cristiani è contemplata la pena di morte contro gli adulteri».

Ammette quindi indirettamente la liceità di questa punizione in caso di adulterio.

Qualche sera fa ho assistito ad una conferenza tenutasi al Circolo della Stampa di Milano alla quale hanno partecipato, per la presentazione di due libri, Carlo Panella e Farian Sabahi. Panella è uno dei massimi esperti e storici dell’Islam moderno. Il suo libro “Il libro nero dei regimi islamici“, uscito questa primavera (che sto leggendo), è un testo scientificamente storico, che dovrebbe leggere chiunque voglia comprendere la genesi dell’evoluzione della situazione di tensione e di pericolo nella quale il mondo occidentale oggi si trova. La Sabahi è d’origine iraniana ma è nata e vive in Italia. Ha scritto varie pubblicazioni sull’Islam ed insegna storia dell’Islam all’Università di Torino.

Panella ha dato una interpretazione nuda e cruda della genesi del fenomeno iraniano quale è oggi, spiegando, senza mezzi termini e con cognizione di causa, quali sono i retroterra psicopolitici di un paese integralista come l’Iran e, più in generale, dell’islam. La cosa sorprendente è stata che in più occasioni la Sabahi ha cercato di minimizzare i problemi, a volte confutando le tesi di Panella e, soprattutto, insinuando che la società italiana ed i suoi ordinamenti in fin dei conti non sono poi temporalmente così lontani dai costumi vigenti in molti paesi arabo musulmani. Per esempio, quando Panella ha evocato il problema delle condannei per gli apostati e gli adulteri, la Sabahi ha voluto sottolineare che solo dal 1982 in Italia il delitto d’onore è considerato reato.

Alla fine del dibattito ho chiesto a Panella, a bruciapelo: «Ma chi la manda, questa?». La sua risposta è stata immediata: «Il politically correct». Questa riposta mi rimbomba ora nella mente.

Sarà un caso ma proprio ieri sono capitato su un articolo in prima pagina del ilRiformista a firma di Francesco Longo, titolato: “E’ giusto o ingiusto fare domande insensate in tv? E’ ingiustissimo“. L’autore riferendosi alle domande fatte insistentemente da Vespa a Sara Orabi, scrive:

«Come si incontrano due civiltà se si procede così?…vorrei chiedere a Vespa: “Se una monaca di clausura entra in un monastero e non può più uscire, è giusto o ingiusto?”»

Evidentemente il politically correct ed il vezzo di ricordare a sé stessi ed agli altri che, in fin dei conti, i nostri costumi non sono poi (o fino a poco tempo fa non sono stati) così diversi da quelli islamici, è una brutta malattia. Non è mortale (ancora), ma ha la caratteristica di insinuarsi in certe élite intellettuali e di diffondersi, lentamente ma inesorabilmente, nelle menti degli ignari ascoltatori e lettori. Ignari perché mostra una visione della realtà tutto sommato plausibile, toccando tasti dolorosi e sensi di colpa dai quali, evidentemente, facciamo ancora fatica a sbarazzarci.

L’assioma che l’islam ed il cattolicesimo sono simili è vero. Sono entrambi religioni dogmatiche. Ma la loro differenza non può essere analizzata comparandole e mettendo sullo stesso piano i rispettivi testi sacri. La differenza deve nascere dalla osservazione della realtà, dove sono immerse molte società e paesi di entrambi i mondi. Se osserviamo, vediamo che, grazie all’evoluzione ed alle trasformazioni della posizione della Chiesa e grazie all’umanesimo, all’illuminismo ed alla filosofia cartesiana, con il passare dei secoli il mondo occidentale sta equilibrando un contesto di assolutismi e di dogmi religiosi con l’evoluzione della coscienza umana e la presa di responsabilità dell’individuo. E ha dato vita alla nascita delle democrazie. In questo stesso processo, il mondo islamico si è inceppato.

Tuttavia sembra che a molti questa evoluzione nostrana non garbi. Anzi, è come se riconoscere le realtà storiche non sia “corretto”, appunto, politicamente perché nel suo processo evolutivo l’occidente ha sparso sangue e spesso porta ancora con sé i germi degli assolutismi. Non riconoscere e non accettare che l’evoluzione sia un processo doloroso e costellato di errori è il modo migliore per arrestare l’evoluzione stessa.

Per questo, qui non accettiamo l’affermazione fatta dal giornalista del Riformista in conclusione dell’articolo, dove scrive:

«Accettare, comprendere, dialogare con un’altra civiltà non può essere accettare solo ciò che dell’altra civiltà, alla fin fine ci convince.»

Non possiamo condividere questa linea. Anzi, il problema dell’occidente è che spesso tende ad accettare anche l’inaccettabile, cosa grave soprattutto quando l’”altra” civiltà” non accetta quasi nulla della nostra ma utilizza per la sua affermazione tutto ciò che noi abbiamo sviluppato: dalle scoperte tecnologiche ai nostri sensi di colpa.

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Delegittimiamo il velo

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Il ministro della solidarietà sociale, Franco Ferrero, sostenendo che “il velo non è un problema“, implicitamente sostiene che la condizione di sottomissione della donna nel mondo islamico non è affar nostro. Due sono le questioni: da una parte abbiamo un simbolo ed uno strumento usato nell’Islam dal genere maschile e dall’altro abbiamo i riflessi del suo utilizzo nell’ambito della vigenti leggi italiane. E in entrambi i casi, il mondo occidentale si sta muovendo su una china molto pericolosa.

Ci sono molte voci, anche di donne, che si levano alte al di dentro e al di fuori del mondo islamico, per proclamare l’uso del velo come una libera scelta. In realtà chi sceglie deliberatamente di coprirsi il viso (e il corpo), è una infima minoranza, spesso appartenente proprio a quell’Islam intollerante contro il quale siamo schierati. La maggior parte delle donne che indossano un niqab o il burqa, lo fanno solo in pubblico obbligate da marito e familiari, prevalentemente perché “la libido è più potente nella donna che nell’uomo“, la donna non riesce a gestire la sua sessualità come l’uomo e così, velata, non farà nascere negli uomini un desiderio che potrebbe indurre in tentazione.

Come si pongono l’ordinamento giuridico italiano e l’orientamento delle autorità? Una sentenza della Cassazione del 2004 ha deliberato che “la religione musulmana impone alle credenti di portare il velo“. Nello stesso anno, una circolare della Polizia di Stato, (organo sottoposto al Ministero degli Interni, del quale, all’epoca era ministro Giuseppe Pisanu, berlusconiano di ferro), ha autorizzato l’utilizzo del burqua, “segno di una tipica fede religiosa ed una pratica devozionale“. E’ notizia di questi giorni che il Tribunale Amministrativo Regionale, con la sentenza n. 645 del 18 ottobre 2006, non solo ha respinto un’ordinanza del sindaco di Azzano Decimo (PD), con la quale si ordinava ai residenti «di adeguarsi alle norme che fanno divieto di comparire mascherati in luogo pubblico», ma ha addirittura sostenuto che “…un generale divieto di circolare in pubblico, indossando tali tipi di coperture, può derivare solo da una norma di legge che lo specifichi“. Leggi: la legge vieta di circolare in pubblico senza mostrare il proprio viso, ma la norma non vale per il burqua o il nijab perché per queste fattispecie bisognerebbe emanare una legge ad hoc. Quindi non c’è nessuna possibilità di applicazione della legge 152/1975 sulla tutela dell’ordine pubblico per le persone che indossano il velo.

A questo punto dell’evoluzione storica, ci troviamo in un paese nel quale gli organi giudicanti, paradossalmente, avvallano usi e tradizioni liberticide che violano alcuni dei principi fondanti degli ordinamenti giuridici e costituzionali del nostro paese. E ben fa l’imam delle moschea di Segrate, Ali Abu Shwaima, a sostenere che siamo ignoranti. Infatti noi non solo conosciamo poco le interpretazioni date al Corano dalle organizzazioni affiliate alla Fratellanza Musulmana, ma non possiamo certo argomentare contro personaggi come lui, quando i nostri tribunali e la Cassazione legittimano a colpi di sentenze l’uso di questo simbolo liberticida e violento,.

Che sia permesso o meno dal Corano, il velo è permesso dallo Stato. Il che, di per sé è un problema ma potrebbe essere facilmente risolto con una norma di legge. Parliamo di leggi, certo non delle pacche sulle spalle date dal Presidente del Consiglio, Romano Prodi, quando invita le donne a “svelarsi”; non sa (o fa finta di non sapere) che l’invito dovrebbe essere rivolto piuttosto ai loro mariti, veri responsabili di questo genere di coercizioni. Ciò che, invece, è problematico, sono le apparizioni di individui insidiosi e pericolosi come Abu Shwaima, militanti di lungo corso, già condannati per pratiche mediche “poco chiare” che si tenevano all’interno della moschea di Segrate e portatori di istanze non compatibili con uno stato ed una società moderna.

Non possiamo però fare una colpa né a lui né alla comunità islamica se questi ed altri episodi, sono legittimati dall’informazione via etere e se questi personaggi godono di potere, popolarità e sono in grado di fare proseliti. Se sono in quella posizione è perché nessuno li ha sottoposti ad una seria verifica delle loro credenziali di “leader spirituali all’interno di una comunità dove si sono affermati con i loro schemi e le loro interpretazioni. Nei paesi musulmani, la possibilità data ad un imam di aprire una moschea non dipende da balzelli burocratici come da noi. Per essere un leader che influenza la vita e le coscienze di molti individui devoti, occorre disporre di requisiti minimi di preparazione ed avere un curriculum di tutto rispetto. Se questo criterio fosse utilizzato anche nel nostro paese, avremmo risolto a monte molti problemi e storture e la discussione sull’opportunità della costruzione di una moschea non si limiterebbe all’altezza del suo minareto.

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