Stavolta l’Ucoii esagera
14-Nov-06

Se qualcuno aveva il minimo dubbio, ora può cominciare a toglierselo. La Consulta Islamica ha iniziato a partorire il suo figlio deforme, l’organismo che l’Ucoii voleva diventasse. Ormai anche gli altri membri moderati del gruppo di lavoro non credono più che questa iniziativa, voluta dal ministro dell’Interno dello scorso governo, Pisanu (ahimè…) e continuata in perfetta salsa politically correct dal sottile ma ipocrita Giuliano Amato, possa sfornare qualcosa di utile per il paese e per le comunità di extracomunitari, sulle quali pende, come una mannaia, il peso di una integrazione sempre più difficile.
Sabato, 9 novembre, alla riunione della Consulta il ministro Amato non era presente. E, si sa, a volta quando non c’è il gatto, i topi ballano. I topi, quelli delle fogne, cugini dei napoletani di Bocchiana memoria, sono usciti dai loro rifugi e hanno calato l’asso sul tavolo delle discussioni: una lettera a firma “Ministero degli Interni - il ministro Giuliano Amato” è stata presentata ai presenti. Contiene il libro dei desideri di Nour Dachan, presidente dell’Ucoii, l’organizzazione che controlla la maggioranza delle moschee islamiche in Italia. Anzi, per la precisione, le lettere sarebbero due, una azzurra e l’altra rosa, una per i “maschi” e l’altra per le “femmine”, entrambi musulmani, ben inteso.
Dachan scrive nel suo nuovo ruolo di “ministro ad interim” di un’Italia che non reagirà a questo reato di lesa maestà e a questa prova di forza. Nessuno si alzerà per far sentire la sua voce e chiarire a tutti quali saranno le conseguenze di questa deriva se continueremo a legittimare l’Ucoii ed i suoi adepti. Neanche Amato, pavido burocrate, esautorato per un giorno dal suo incarico ministeriale, non avrà il coraggio di stigmatizzare un comportamento così opportunistico e sfrontato.
Il documento è sorprendente. Si rivolge a due popoli di immigrati, uno maschile e uno femminile e offre loro anche due numeri verdi separati per le eventuali richieste di informazioni. Dà loro il benvenuto, spiega quanto la loro presenza nel nostro paese sia fondamentale, elenca tutti i diritti e fa scivolare sul tavolo delle trattative una lunga lista di rivendicazioni. Niente integrazione ma solo partecipazione. Niente rinuncia ai principi di convivenza dei paesi di origine a favore di quelli di chi li ospita. Anzi.
Alla domanda se e in che modo sia disposto a sottoscrivere i principi basilari dei dettati costituzionali italiani, l’uguaglianza degli individui di fronte alla legge, il valore della vita, Dachan ha chiaramente detto che non potrebbe mai indicare ad un immigrato musulmano di abiurare alla pena di morte. E’ prevista dal Corano e anche dagli ordinamenti di molti paesi islamici. E’ lo Stato italiano, quindi, a doversi adattare ed integrare nelle abitudini e nei principi degli immigrati di origine musulmana e non solo per aspetti marginali nell’organizzazione della vita quotidiana ma, addirittura, sul tema della pena di morte.
Non credevamo certo di essere facili profeti di sventura quando, in tempi non sospetti, avevamo criticato la costituzione della Consulta Islamica. Ogni qualvolta che si fornisce la legittimazione ad un’organizzazione di stampo integralista a sedere intorno ad un tavolo per negoziare sui principi di una civile convivenza, non si fa altro che presentarle su un piatto d’argento l’occasione per incunearsi nelle maglie dello Stato e delle istituzioni.
Ora che la lettera di Dachan circola e che le prime defezioni degli esponenti moderati della Consulta si sono manifestate, non ci resta che attendere la sua morte per consunzione. Sarà anche la fine di qualsiasi possibilità di dialogo e di sviluppo di un rapporto fruttuoso con quei musulmani cosiddetti moderati che vivono nel nostro paese e che danno già per scontata l’adesione ai nostri principi costituzionali. Esattamente quello che voleva l’Ucooi.





