Solidarietà al sen. Paolo Guzzanti
30-Nov-06

Il senatore Paolo Guzzanti dichiara senza mezzi termini di aver paura per la sua incolumità. Oggi più che mai la scorta di secondo livello che lo protegge si rende necessaria, visti i metodi alquanti decisi e sbrigativi usati dal regime di di Putin per eliminare fisicamente i suoi nemici dalla scena.
Ieri sera l’emittente televisiva La7, nella trasmissione condotta da Giuliano Ferrara, Otto e Mezzo, ha ospitato Guzzanti, permettendogli in un contesto di acceso contraddittorio, di raccontare le sue vicende di politico, giornalista e responsabile della gestione della commissione parlamentare Mitrokhin. I fatti di questi ultimi giorni sono noti a tutti. L’eliminazione efferata di un ex colonnello dei servizi segreti russi, Alexander Litvinenko, ha riacceso i riflettori sulla serie di omicidi illustri le cui tracce portano inevitabilmente allo zar russo.
Il problema di Guzzanti è che i suoi peggiori nemici, paradossalmente, devono ora essere trovati in Italia, nell’ambito di quella stampa faziosa e pericolosa che sta cercando di dimostrare il suo coinvolgimento in loschi affari con i servizi segreti. E’ come se un eventuale incidente al senatore Guzzanti fosse preceduto da una sistematica opera di delegittimazione e dalla creazione ad arte di motivi plausibili che potrebbero giustificarla.
Ma Guzzanti, da lottatore quale egli è, non ci sta. Denuncia il
«Silenzio della politica: In Italia zero. Derisione e silenzio. Salvo che su questo Giornale e su Libero. Anche dal Foglio di Ferrara, derisione e silenzio»
e dice che
«Rimpiango di non aver urlato per l’assassinio di Anatoly Trofimov, generale del Fsb russo, superiore di Litvinenko che sconsigliò di venire in Italia perché “L’Italia è il nido degli agenti sovietici ieri e russi oggi, e dove il nostro uomo di fiducia - our man - Romano Prodi è alla guida del governo europeo“. Rimpiango di non essermi incatenato davanti alla Rai per la vergogna della seduta spiritica con cui lo stesso Romano Prodi dimostrò di sapere dove si trovava il quartier generale delle Brigate Rosse ma riuscì a fare in modo che le forze di polizia invece di andare a via Gradoli andassero a Gradoli paese, sicché i brigatisti si eclissarono. Rimpiango di non essermi incatenato davanti alle televisioni pubbliche e private quando gli ungheresi ci trasmisero le prove che alcuni brigatisti rossi, fra cui Savasta, erano perfettamente integrati nel sistema terroristico e militare sovietico attraverso la rete “Separat” gestita dalla Stasi e guidata dal terrorista Carlos, sotto il controllo generale del Kgb a Berlino Est.»
La cosa sconcertante è l’apparente indifferenza della sinistra e del suo capo Romano Prodi davanti a queste accuse, in un prevedibile ed astuto tentativo mediatico di insabbiare il grido di un veterano delle inchieste politiche. Insabbiare e delegittimare ci ricordano i peggiori metodi di una classe politica stalinista, che ha ben imparato ed importato certi metodi a tutti ben noti.
E’ anche di ieri l’intervento di Massimo D’Alema in Parlamento sulla vicenda. E la puntuale risposta di Paolo Guzzanti. Intanto il consulente del senatore, Mario Scaramella, deve schivare i primi schizzi, in un tentativo di attacco per interposta persona. A schizzare è sempre lei, l’emerita “Repubblica“, la macchina da guerra capace di provocare la decapitazione dei vertici dei servizi segreti. Forse un giorno scopriremo da chi prende ordini.
Round-up: LeGuerreCivili

